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Israele: realismo ed utopia

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di Alessandro Politi

Alessandro Politi continua il dialogo con Aide Esu riguardo alle donne in Israele, alla militarizzazione della società ed all'invadenza della religione in politica. Israele discute se avere come modello Atene o Sparta, ma il secondo caso è proprio quello dove i generali sono anche capi politici.



Credo che una discussione su "If I were a woman" necessiti di chiarire un possibile malinteso. Il titolo e l'articolo sono una riflessione che parte da una prospettiva femminile proprio perché vuole consapevolmente assumere una modo di vedere molto diverso da quello dell'analista strategico, uomo, con il servizio militare alle spalle ed una lunga frequentazione negli ambienti militari e di sicurezza.


Non è invece un travestimento per insegnare a qualcuna cosa deve fare: conoscevo le Donne in Nero, non conoscevo le Osservatrici della Barriera (Machsom Watch), ma questo non cambia molto la sostanza.


Sono semplicemente convinto della strategicità delle donne nello sviluppo di un paese (o nella sua rovina) perché fa parte di una mia riflessione iniziata nell'ambito dei fattori portanti della grande strategia globale. È una riflessione agli stadi iniziali, ancora incerta nella sua articolazione, ma fiduciosa della fecondità della sua intuizione.


Veniamo al merito adesso. Maria Grazia Enardu, in un suo contributo a Nomos & Khaos 2006 (Dimenticare Amalek), ricorda due cose interessanti per questo dibattito: la guerra in corso è una guerra tra pastori (spietate come lo sono state le guerre bibliche) ed Israele è un'etnocrazia (il che aiuta a spiegare la sottorappresentazione delle minoranze). Non è un caso che in alcuni recenti dibattiti israeliani sul futuro del paese siano echeggiati i modelli di Sparta e d'Atene.


Dunque non è irrilevante chiedere che i generali non entrino nel circuito della vita politica perché una società già così militarizzata, se continua ad identificare il capo politico con quello militare, rischia d'avvitarsi su se stessa in modo inesorabile. Perché la sicurezza, quando prende il sopravvento su tutto (sicurezza innanzitutto), ha la brutta tendenza a divorare tutto, anche e soprattutto quel che si vuole proteggere. Quando gl'israeliani chiedono per i loro accordi di pace la sicurezza assoluta, chiedono l'impossibile su questa terra e sarebbe ora che se ne rendessero conto. Levi Eskhol non voleva la gloriosa guerra del 1967, infatti non era un generale riciclato, ma furono quelli in servizio attivo che lo misero nel sacco.


Le donne politiche israeliane si sono formate in un ambiente militarizzato? È ovvio, com'è ovvio che Golda Meir è stata vittima di una barriera culturale quando insisteva ad essere l'unico "vero" uomo nel suo gabinetto di governo. È un motivo sufficiente per non sperare che più donne possano cambiare una politica già abbastanza inquinata dal militarismo? Non è così, perché la storia umana è abbastanza piena di sovrane forti, coraggiose, sagge ed attente a non cadere nel bellicismo, pur non avendo paura d'affrontare o di dichiarar guerra.


Non è così perché c'è una fetta consistente della società israeliana che non sbatte i tacchi e chiude il cervello quando c'è l'alzabandiera e si parla di sicurezza nazionale. Più donne entrano in politica e più esponenti di quella parte aperta della società verranno politicamente rappresentate.


Zipporah Livni non è una donna di pace? Il mio era un augurio come era un auspicio che non imitasse, come finora ha fatto, logiche e virtù dei militari o delle spie. Ma qualcuno avrebbe riconosciuto in Mikhail Sergheievich Gorbaciov l'uomo della glasnost e della perestroyka, prima che prendesse il potere? No, perché doveva conformarsi per non esser tagliato fuori. E lo stesso vale per Leonilde Iotti, prima presidentessa della Camera.


Quanto ai partiti religiosi ed al pericolo della divinizzazione della politica, vedo che non c'è molta discussione, nonostante anche qui i condizionamenti sulla società israeliana siano piuttosto pesanti e gli effetti sulle ipotesi di pace abbastanza nefasti.


C'è una differenza profonda tra l'utopia coraggiosa ed il realismo tarpante. Mazzini e Ben Gurion, per esempio, non avrebbero dovuto concepire né la repubblica italiana né quella israeliana, viste le rispettive situazioni correnti. Allora, se ragioniamo su Israele, dobbiamo immaginare qualcosa di più rispetto ad una realtà pesante e ad un Obama messianico.


Ho visto quel video toccante con l'appello di una donna al presidente americano di salvare gl'israeliani da se stessi. Mi sono identificato profondamente nei sentimenti, ma ho continuato pensare oltre. "If I were a woman... I would be a different one".

by ilPoliti last modified 2009-02-11 11:01

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