Il Mezzogiorno e la Sardegna alla prova degli obiettivi di Lisbona
Come stanno il Mezzogiorno italiano e la Sardegna? La strategia europea per l'occupazione e la crescita, conosciuta anche come Strategia di Lisbona, ha definito alcuni target di sviluppo che i Paesi membri e le regioni europee dovranno raggiungere entro il 2010, confermati anche dai documenti di programmazione nazionale (QSN) e regionali (DUP). Cerchiamo di capire il livello di raggiungimento di questi obiettivi, sul livello di occupazione, di formazione, di ricerca innovazione e di sviluppo sostenibile.
A poco più di un anno dal 2010,
quando sulla base della Strategia di Lisbona si dovrà verificare se l’Unione
Europea ed i suoi Paesi membri avranno raggiunto alcuni target di sviluppo,
cerchiamo di capire lo stato di salute del Mezzogiorno italiano e della
Sardegna.
Con questo lavoro ci proponiamo di offrire un quadro strutturale dei risultati raggiunti dal sistema socio-economico delle regioni del Sud, attraverso l’analisi di alcuni indicatori strutturali europei relativi al Pil, mercato del lavoro, formazione, innovazione e ricerca, ambiente. (1)
La Strategia di Lisbona
La strategia di Lisbona è stata la principale idea guida dell’Unione Europea di questi ultimi anni ed ha rappresentato, al di là dei numerosi limiti, una opportunità ed uno stimolo per quei Paesi e quelle regioni che hanno voluto coglierla per cercare di dare un impulso positivo al proprio sistema economico e territoriale.
Lanciata con il Consiglio europeo del 23 e 24 marzo 2000, essa si proponeva di realizzare nell’UE “l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”.
A distanza di cinque anni, nel 2005, accortisi che gli obiettivi fissati nel 2000 erano ben lontani dall’essere stati raggiunti e, anzi, le distanze in termini di crescita economica con gli Stati Uniti e i Paesi emergenti dell’Asia sembravano essersi allargate, gli Stati membri dell’UE hanno deciso di rilanciare la strategia di Lisbona, concentrando gli sforzi verso due obiettivi principali: la crescita economica e l’occupazione.
Gli indicatori
A supporto della strategie e delle linee guida per la crescita e l’occupazione è stato definito un sistema di monitoraggio, costituito da una “long list” di 128 indicatori rappresentativi e prioritari, e per alcuni dei quali sono stati definiti degli obiettivi target da raggiungere entro il 2010.
Le ultime rilevazioni dei
principali indicatori (situazione economica generale, occupazione, innovazione,
riforma economica, coesione sociale, sostenibilità ambientale) evidenziano in
generale un gap – sia per l’Italia che per la macroregione del Mezzogiorno -
che sarà impossibile da recuperare entro la scadenza prevista.
1. Contesto macroeconomico
Nonostante sia da molte parti criticato, in assenza di un indicatore alternativo e condiviso a livello internazionale, il PIL continua ad essere un punto di riferimento per quanto riguarda la descrizione del quadro macroeconomico. Indicatore, seppur imperfetto, che è ancora capace - come questa crisi ci dimostra - di tenere con il fiato sospeso policy-makers ed analisti, in attesa che il suo segno cambi nuovamente in senso positivo.
Al 2006 – anno per il quale si
dispongono i dati più aggiornati a livello di regioni europee (2) – il PIL
pro-capite (espresso in PPA - parità di
potere d’acquisto) (3) del Mezzogiorno è pari a quasi 16.400, un terzo più
basso di quello rilevato a livello italiano ed europeo. Tra le otto regioni del
Mezzogiorno, fanno meglio l’Abruzzo, la Sardegna, il Molise e la Basilicata.
Osservando gli stessi dati in
termini relativi rispetto al valore europeo (UE27=100), mentre il PIL
pro-capite italiano è leggermente superiore al dato europeo (103,5, in forte
calo rispetto al 2001, quando era pari a 117,8), il dato per il Mezzogiorno non
raggiunge il 70% (69,3), quando cinque anni prima arrivava al 78,1%. Nel gruppo
delle regioni del Sud, l’Abruzzo conferma il valore più alto (84,9, mentre
cinque anni prima era l’unica regione ad uguagliare la media europea), seguita
dalla Sardegna (79,5, in peggioramento rispetto al 2001 di quasi 10 punti
percentuali), il Molise e la Basilicata.
Tale peggioramento per tutte le regioni è determinato innanzitutto da un “effetto paese” considerevole. Nel periodo considerato il PIL pro-capite è cresciuto solamente dell’1% circa all’anno, a fronte del 3,6% per l’UE 27 e del 3,1% dell’UE 15. Il Mezzogiorno ha fatto segnare un tasso medio di crescita annua dell’1,2%, rispetto alla quale pesa la contenuta crescita demografica delle regioni del Sud e la ripresa dei flussi migratori verso le regioni centro-settentrionali.
Più in generale si rileva che mentre le regioni europee in ritardo di sviluppo tendono a ridurre il gap rispetto alla media dell’Unione europea, le regioni del Mezzogiorno restano indietro e registrano un ampliamento di questo ritardo.
2. Mercato del lavoro
Il secondo pilastro della strategia di Lisbona è incentrato sulla crescita quantitativa e il miglioramento qualitativo dell’occupazione, in altre parole “piena occupazione” e crescita della produttività sul posto di lavoro.
Anche su questo fronte, gli indicatori strutturali europei non offrono segnali positivi per il Mezzogiorno e la nostra regione.
A fronte di un obiettivo del 70% da raggiungere entro il 2010, l’Italia è ferma al 2008 ad un tasso di occupazione (15-64 anni) pari al 58,7%, lontana anche dal tasso europeo (65,9%). Ancora più distante il Mezzogiorno, dove gli occupati sono il 46,1% e dove – sulla base delle stime della SVIMEZ - per raggiungere l’obiettivo europeo servirebbero 3,5 milioni di posti di lavoro.
Solo
l’Abruzzo supera il tasso nazionale (59%), seguito dal Molise (54,1) e dalla
Sardegna (52,5). Oltre al basso numero di occupati, le regioni del Sud fanno
segnare una dinamica di medio periodo molto lenta: tra il 2000 ed il 2008 il
tasso di occupazione è cresciuto di meno di due punti percentuali, a fronte di
una crescita nazionale di 4 punti percentuali e dell’UE a 27 membri di 3,7
punti percentuali.
Irraggiungibile anche l’obiettivo del 60% di donne occupate, che sono pari al 47,2% in Italia e solo al 31,3% nel Mezzogiorno (a fronte di un tasso europeo del 59%). Anche per la Sardegna il raggiungimento del target di Lisbona risulterà oramai impossibile, ferma al 40,4%.
Stesso scenario, per quanto riguarda il tasso di occupazione 55-64 anni, pari a 34,4% a livello nazionale e al 33,8% nel Mezzogiorno (a fronte di un valore europeo del 45,6%), distante dall’obiettivo del 50%. Più critica la situazione per quanto riguarda la Sardegna, dove gli occupati adulti raggiungono a malapena il 30,3%, in peggioramento rispetto al biennio precedente.
Più ridotto il gap italiano dall’Europa per quanto riguarda la disoccupazione totale, pari al 6,7% (a fronte di un tasso europeo del 7%), non per il Mezzogiorno e la Sardegna dove il tasso di disoccupazione è pari al 12% e al 12,2%.
Seppur in calo nel biennio precedente (2006/2007), nel 2009 e nel prossimo futuro, complice la grave crisi in atto, i numeri faranno segnare un netto peggioramento. Infatti, come certificato dalla Banca d’Italia nel primo report semestrale del 2009, “nei primi sei mesi del 2009 il numero degli occupati in Sardegna è diminuito del 3,2% su base annua: una flessione superiore a quella media nazionale e in linea con quella del Mezzogiorno (rispettivamente -1,2 e -3,0%)” (4).
Nettamente peggiori i dati riguardanti la disoccupazione giovanile (15-24 anni), dove l’Italia fa segnare un tasso del 21,3%, a fronte di un valore europeo pari al 15,6%. Molto distanti il Mezzogiorno (33,6%) e la Sardegna (36,8%).
3. Formazione
Tra gli obiettivi della Strategia Europea per l’Occupazione vi è quello di accrescere la formazione e l’istruzione dei cittadini europei, promuovendo la formazione avanzata e riducendo l’abbandono scolastico, per il quale sono stati definiti alcuni target per il 2010.
Il primo dei quali riguarda la
riduzione dell’abbandono scolastico
prematuro che non dovrebbe superare il 10%. Attualmente, sulla base dei dati
aggiornati al 2008, i giovani che abbandonano prematuramente gli studi sono in
Italia il 19,8%, nel Mezzogiorno il 23,9%. La Sardegna fa segnare un valore del
23%, in forte calo, con la migliore dinamica dal 2004 ad oggi (-7,2%, a fronte
di una riduzione del 3,9% nel Mezzogiorno).
Un secondo obiettivo riguarda il tasso di scolarizzazione dei giovani tra i 20 ed i 24 anni, con un valore target pari all’85%. Al 2008, la percentuale della popolazione in età 20-24 anni che ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore è pari al 76% in Italia e al 72,2% nelle regioni del Mezzogiorno. Tra le regioni del Sud, il quadro è abbastanza eterogeneo, con alcune regioni (Basilicata, Abruzzo e Molise) che si collocano ampiamente al di sopra della media nazionale e due regioni (Sardegna e Sicilia) che non superano neanche la soglia del 70%, ma con una dinamica ampiamente positiva: la Sardegna, anche perché partiva da valori molto bassi, ha visto crescere nell’arco di cinque anni la quota di giovani di oltre 9 punti percentuali, passando dal 59,8% nel 2004 al 68,9% nel 2008.
Un altro aspetto importante della strategia di Lisbona è l’enfasi sulla formazione continua della popolazione attiva, un obiettivo strategico se si considera che la creazione di un’economia della conoscenza e di “nuovi e migliori posti di lavoro” deve necessariamente passare per il continuo aggiornamento professionale della forza lavoro. Tale aspetto è così importante che, oltre ad essere stato inserito nel programma relativo alla formazione ed istruzione della Commissione Europea, ad esso è dedicato un indicatore con valore target al 2010 fissato per il 12,5 per cento della forza lavoro.
L’Italia fa segnare nel 2008 una percentuale di adulti che partecipano all'apprendimento permanente pari al 6,3%, mentre il Mezzogiorno si ferma al 5,8%. Tra le regioni del Mezzogiorno, la Sardegna spicca con un valore del 7,5% - anche per effetto della progressiva espansione dei fondi strutturali europei (FSE) nella parte finale del periodo di programmazione 2000-2006 – facendola posizionare al sesto posto a livello nazionale.
4. Ricerca e innovazione
Oltre alla stabilità del quadro macroeconomico ed alla creazione di nuovi e migliori posti di lavoro, la strategia di Lisbona definisce una serie di politiche di tipo microeconomico, note come “terzo pilastro” della strategia, finalizzate a rafforzare la competitività del sistema europeo. Tra queste, la promozione dell’innovazione e della ricerca rappresentano la componente più importante. In particolare, la strategia di Lisbona ha individuato in un sistema integrato di politiche microeconomiche riferite al così detto “knowledge triangle” (5), basato sulla ricerca, innovazione e formazione, per sostenere la crescita dell’economia della conoscenza.
L’analisi dei risultati fin qui raggiunti dagli Stati membri evidenzia come gli obiettivi fissati per lo sviluppo della società della conoscenza risultino ancora ambiziosi. Così ad esempio per quanto riguarda gli investimenti europei in R&S rapportati al Pil che, nel 2006 erano pari all’1,84%, un livello ancora lontano dal valore target fissato nella strategia di Lisbona, pari al 3 per cento entro il 2010.
In virtù della consapevolezza che
esistono rilevanti differenze nei livelli dell’indicatore e le specificità
nazionali, l’Italia ha rivisto al ribasso l’obiettivo al 2010, stabilendolo al
2,5 per cento sul Pil nel PNR 2008-2010 (6). Anche a fronte di questa riduzione
del target, bisogna osservare che sarà impossibile raggiungerlo entro il
prossimo anno. Al 2006, la spesa sostenuta a livello nazionale per attività di
ricerca e sviluppo intra muros della Pubblica Amministrazione, dell'Università
e delle imprese pubbliche e private è pari all’1,14% del Pil, mentre nel
Mezzogiorno a 0,87%. Tra le regioni del Sud, poi, i valori sono anche più
bassi, con la Sardegna (0,6%) in
coda, che fa meglio solamente della Calabria e del Molise.
Osservando che il valore delle spesa totale restava sostanzialmente invariata nel tempo, in Europa come in Italia, si è convenuto che la crescita nel lungo periodo di questo indicatore fosse possibile solamente a fronte di un incremento della quota d’investimenti da parte delle imprese, più che da parte delle istituzioni (Centri di ricerca ed Università). E’ stato così definito che la spesa in R&S da parte delle imprese per il 2010 dovrà essere pari al 75% delle spese totali, implicando cioè che la ricerca pubblica rappresenti solo una parte minoritaria di questi investimenti.
Anche questo obiettivo è lontano dall’essere raggiunto, con un valore inferiore al 50% per l’Italia ed ancora più basso – se non drammatico - per il Mezzogiorno (27,4%) e la Sardegna (10,7%), fortemente dipendenti dagli investimenti pubblici.
La strategia di Lisbona prevede anche un aumento
del 15% dei laureati in discipline tecnico-scientifiche. Lo scenario rappresentato da questo indicatore
evidenzia un’Italia spaccata in due: nel 2007, a fronte di un valore nazionale
dell’11,9%, il centro-nord fa segnare una percentuale di studenti del 14,5%
mentre il Mezzogiorno di ferma all’8%. Anche la dinamica di medio periodo
(2000-2007) evidenzia un’Italia a due velocità: dal 2000 ad oggi l’indicatore
nelle regioni del Sud ha visto una crescita inferiore a quella nazionale (+3,7
a fronte del +6,2) e del centro-nord (+7,6) che ha così aumentato ulteriormente
il gap infraregionale.
5. Sviluppo sostenibile
Il quarto pilastro della strategia di Lisbona è quello relativo allo “sviluppo sostenibile”. Questo, insieme alla coesione sociale, rappresenta l’elemento di distinzione del modello europeo rispetto agli altri paesi avanzati, diventando l’obiettivo trasversale a tutte le politiche settoriali. (7) Nel 2006, dopo un lungo percorso iniziato con il Consiglio Europeo di Goteborg (2001), passato per il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg (2002) e la revisione della Strategia di Lisbona (2004), è stata approvata la nuova strategia per lo sviluppo sostenibile europea (Strategia Sviluppo Sostenibile o altrimenti detta SSS) attraverso l’identificazione di una serie di obiettivi, di principi comuni e di iniziative concrete.
Rispetto all’obiettivo della sostenibilità ambientale, nel Mezzogiorno si segnala una crescita sia di emissioni di CO2 che di consumo di energia, in linea con il resto del Paese, a conferma di un ritardo complessivo nella strategia ambientale nazionale.
Per quanto riguarda il ciclo dei rifiuti, l’Italia ed il Mezzogiorno non evidenziano nessun miglioramento rispetto alla riduzione della produzione di rifiuti pro-capite, anche se sta aumentando la quota di raccolta differenziata e di frazione umida trattata in impianti di compostaggio per la produzione di compost di qualità.
Sul fronte della produzione di energia da fonti rinnovabili, l’Italia si è impegnata ad attingere da fonti rinnovabili il 25% dei propri consumi entro il 2010, mentre l’intera Unione Europea ha fissato l’obiettivo al 22%. (8). Nel 2008 nel Mezzogiorno solo il 10,1% dell’energia elettrica consumata proviene da fonti rinnovabili (solare, eolico, idroelettrico e biomassa), mentre in Italia la percentuale è del 16,6%. In Sardegna, a causa della scarsità della fonte idrica, questa quota si ferma al 7,9%. (9) In tutte e tre i casi ancora piuttosto lontano dagli obiettivi stabiliti.
Alcune riflessioni conclusive, con l'occhio al 2015
Come abbiamo visto, con il 2010 alle porte sarà possibile solamente certificare il mancato raggiungimento della maggior parte degli obiettivi della Strategia Lisbona, i cui pilastri rappresentano tutt’oggi le principali “emergenze” (lavoro, capitale umano, innovazione, sostenibilità ambientale) di cui dovrebbero tener debitamente conto, innanzitutto, l’agenda politica nazionale e, allo stesso tempo, le agende politiche regionali.
Quelli di cui abbiamo parlato sono obiettivi di medio-lungo periodo, che richiedono – dunque – politiche “lungimiranti”, sia in qualità che in durata, che sono sia politiche generali che straordinarie (regionali). Cosa non sempre avvenuta, come dimostrano alcune scelte fatte, a livello regionale, ma soprattutto a livello nazionale, sulla Politica regionale unitaria ed il Quadro Strategico Nazionale 2007-2013.
Il ciclo di programmazione dei fondi comunitari, iniziato nel 2007 e che terminerà nel 2015, rappresenta per le regioni del Mezzogiorno, forse, l’ultima grande occasione di avere a disposizione ingenti risorse aggiuntive per lo sviluppo. Come hanno scritto in molti, l’ultima spallata per uno sviluppo possibile. Anche se molte scelte fatte nei programmi regionali, e più in generale, un’atteggiamento ostruzionistico del governo nazionale che ha in parte cancellato e bloccato le risorse straordinarie nazionali (come ad esempio il Fas), hanno minato l’unitarierà della programmazione, limitando in origine la possibilità di perseguire a pieno le finalità programmatiche dichiarate.
Se è vero, come ci ha ricordato Mario Draghi nella recente giornata di studio sul Mezzogiorno organizzata dalla Banca d’Italia, che le politiche regionali da sole non bastano - possono avere il merito di “integrare le risorse disponibili, contrastare le esternalità negative e rafforzare quelle positive”, ma “non possono sostituire il buon funzionamento delle istituzioni ordinarie”, per le quali sono necessarie buone poliche generali – è anche vero che ciò che accadrà da qui al 2013/2015 rappresenterà altresì una prova importante per la stessa filosofia ed impostazione delle politiche territoriali regionali, il cui fallimento potrà far prevalere chi – in Europa ed in Italia – crede che la soluzione stia nell’accentramento delle decisioni e delle scelte.
....................................................................................................................................................................................................................................................................(1) Lasceremo, invece, sullo sfondo le dinamiche congiunturali attuali e gli scenari previsionali futuri, non perché non siano importanti - il 2008 è l’anno della più grave crisi finanziaria ed economica che i paesi dell’Unione Europea e dell’area dell’Euro devono affrontare dal secondo dopoguerra ad oggi e rappresenta anche l’inizio del secondo ciclo triennale (2008-2010) di programmazione delle politiche della strategia di Lisbona - quanto perché gli indicatori europei selezionati non sono sufficientemente aggiornati per cogliere questi aspetti.
(2) La produzione d’informazioni statistiche da parte dell’Eurostat si arresta all’anno 2006 nel caso dei dati regionali (NUTS 2), mentre è più aggiornata per i dati nazionali che sono disponibili, con l’estensione richiesta, fino al 2007.
(3) Il PPS (Purchasing Power Standards) è usato per rendere uniforme il potere d’acquisto delle differenti valute nazionali attraverso il PPP (Purchasin Power Parities), così da permettere comparazioni tra i PIL dei vari paesi, al netto dei relativi tassi d’inflazione.
(4) Banca d’Italia, Economie regionali: L'economia della Sardegna nel primo semestre del 2009, novembre 2009.
(5) COM (2007) 803 final, Brussels, 11.12.2007
(6) Con la revisione di medio periodo, la strategia è
stata riorganizzata in cicli triennali e prevede che ciascuno Stato membro
realizzi un Piano Nazionale di Riforma (PNR), in coerenza con gli orientamenti
triennali approvati dal Consiglio Europeo, con lo scopo di indicare come
procedere all’attuazione delle riforme Lisbon oriented nei rispettivi piani.
(7) Anche la long list di indicatori ambientali è stata integrata e prende ora in considerazione numerosi aspetti che vanno dalle emissioni di gas serra, alla intensità energetica, alla produzione di energia rinnovabile, alla produzione di rifiuti, alla protezione della biodiversità, ecc., rispetto ai quali resta ancora problematica la disponibilità di dati confrontabili a livello regionale.
(8) Recentemente una comunicazione del Consiglio e del Parlamento ha definito gli obiettivi al 2020 (secondo lo schema 20-20-20), che prevedono il raggiungimento del 20% delle fonti rinnovabili al 2020.
(9) Escludendo l’energia elettrica prodotta da fonte idrica, la percentuale di energia elettrica da fonti rinnovabili in percentuale dei consumi interni lordi di energia elettrica in Sardegna è pari al 6%, a fronte di un valore pari al 7,1% nel Mezzogiorno e al 5% in Italia.