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Asili nido e partecipazione nel mercato del lavoro

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di Adriana Di Liberto

La disoccupazione e la scarsa partecipazione nel mercato del lavoro hanno una forte componente di "genere" a cui la politica italiana e regionale dedicano poca o nessuna attenzione. Di sicuro ben poco è stato fatto per gli interventi a favore della prima infanzia rivelatisi invece molto efficaci in altri paesi. Ciò significa almeno che i buoni esempi da cui copiare non mancano.


asili nido L'analisi degli ultimi dati ISTAT sulla disoccupazione rimarca come sempre la presenza di un problema di "genere". Essere giovane, meridionale e donna rappresenta infatti il massimo delle sfortune se si aspira ad ottenere un posto di lavoro. Ad esempio, il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno al primo trimestre 2007 è risultato pari all’11,4% ma, scomponendo il dato, la percentuale aumenta al 15% per le donne mentre il dato maschile scende al 9,5%. Il dato sardo presenta percentuali molto simili. Se poi oltre che dei disoccupati ci preoccupassimo anche degli inattivi osserveremmo che le cose si differenziano tra i sessi ancor più nettamente. Infatti, in Europa più della metà di coloro che, pur inattivi, vorrebbero lavorare (la cosiddetta “riserva di lavoro) è formata da donne. In Italia questa percentuale aumenta. Secondo gli ultimi dati ISTAT il 70% (circa 900mila su un milione e 300mila) dei lavoratori “che “non cercano lavoro ma sarebbero disponibili a lavorare” sono donne. Stessa percentuale si riscontra in Sardegna. Eppure dovremmo preoccuparci anche di questi ultimi o, meglio, di queste ultime, poiché nella sua Strategia Europea per l’occupazione la UE raccomanda di adottare politiche di mercato del lavoro indirizzate non solo verso i disoccupati, ma anche verso la popolazione non attiva. Interventi mirati a favorire specificamente l’occupazione femminile potrebbero quindi produrre in Italia risultati molto positivi sia nella riduzione del tasso di disoccupazione sia nell’aumento del tasso di attività.

Un altro obiettivo di Lisbona non raggiungibile

Invece, nel nostro paese le donne sono sotto rappresentate negli interventi relativi alle politiche del mercato del lavoro. Non siamo i soli a fare poco [1] ma riusciamo ad essere tra i peggiori. Come ricordato in un altro articolo i dati internazionali indicano ad esempio una netta relazione positiva tra le politiche di sostegno alle famiglie e l’occupazione femminile. L’Italia destina attualmente a questo scopo solo lo 0,9% della ricchezza nazionale contro una media europea del 2,3%. Tra i possibili aiuti alle famiglie, diversi studi concordano nell’identificare uno stretto legame tra l’offerta di servizi per la prima infanzia (bambini tra 0-3 anni) e la partecipazione femminile al mercato del lavoro [2]. Attualmente in Italia meno del 6% dei minori di 0-3 anni accede ad asili nido comunali (dati 2007) e l’84% delle strutture è concentrata nell’Italia centro-settentrionale. In Francia, Irlanda e Danimarca questa percentuale sale al 29%, 38% e 64%. Oltre a stabilire un target del tasso di occupazione femminile del 60% per il 2010, ricordiamo qui che la comunità europea ci raccomanda anche di raggiungere una copertura di servizi alla prima infanzia del 33% per il 2010. Uno dei tanti obiettivi europei irraggiungibili.

Ma l'Italia non è mai tutta uguale

tasso di attività

Certo, l’Italia è una realtà eterogenea. L’Emilia Romagna ad esempio ha già superato, unica regione in Italia (insieme alla Valle d’Aosta, che però per vari motivi riteniamo rappresenti una regione ed una economia peculiare e non rappresentativa), l’obiettivo europeo del 60% nel tasso di occupazione femminile. E forse non è un caso che l’Emilia Romagna sia la regione con la più ampia rete di asili nido comunali, rete che copre il 16% della popolazione di riferimento [3]. Al secondo posto per tasso di occupazione femminile troviamo il Trentino Alto Adige. Anche il Trentino Alto Adige è all’avanguardia in Italia per quanto riguarda le politiche per la prima infanzia. Ricordiamo qui solo una legge della provincia di Trento (Legge provinciale 12 marzo 2002, n. 4, Nuovo ordinamento dei servizi socio-educativi per la prima infanzia) che riguarda l’istituzione di specifici servizi per la prima infanzia e che ha tra le sue finalità quella di facilitare la conciliazione delle scelte professionali e familiari di entrambi i genitori. Tra l’altro, la legge citata prevede e finanzia non solo asili nido ma anche servizi per la prima infanzia diversi e già sperimentati con successo in altri paesi europei come i tagesmutter (o case bimbo).

tasso occupazioneLa nostra regione ha invece una offerta di servizi per la prima infanzia molto limitata. Nel 2005 in Sardegna risultavano attivi 49 asili nido comunali con una offerta di 2012 posti disponibili. Nello stesso anno la popolazione di riferimento, ovvero la popolazione di età compresa tra 0-3 anni, era composta da ben 53.120 bambini. La copertura del servizio è stata quindi del 3,8%. Dunque, nel 2005 il restante 96,2% dei bimbi sardi è stato accudito da (costose) strutture private, da (costose) baby sitter, dai nonni (qualche volta) e, come risulta dai dati, per la maggior parte da solerti mamme non lavoratrici. Se poi prendiamo un esempio specifico, quello della città capoluogo, osserviamo che nel 2005, a fronte di una popolazione 0-3 anni di 4075 unità, Cagliari ha offerto 237 posti nei sui 5 (più due convenzionati) asili comunali. Stiamo dunque parlando di una offerta di servizi irrisoria.

Se guardiamo i dati sui tassi di attività e di occupazione femminile (Grafici 1 e 2) relativi alle due citate regioni che in Italia si distinguono per qualità e quantità dei servizi all’infanzia, e li confrontiamo con il dato sardo ed italiano emerge come il divario tra le prime e la Sardegna in termini di occupazione femminile (occupate sarde su occupate emiliane) sia estremamente significativo (-32%) e molto più ampio di quello presente per la componente maschile (-15%).

Asili? Pochi e non adeguati

Ma non vi è solo una questione di quantità dell’offerta. C’è anche un problema, affatto marginale, di qualità dell’offerta dei servizi all’infanzia. Tralasciando il problema della qualità delle strutture e della formazione e organizzazione del personale su cui non abbiamo dati, in generale, troppo spesso gli orari di apertura dei servizi di assistenza alla prima infanzia sia pubblici che privati sono estremamente limitati e poco flessibili e non consentono alle famiglie e, quindi, alle donne di conciliare la vita familiare con la vita lavorativa. Quest’ultima poi negli ultimi anni in Italia è sempre più caratterizzata da lavori part-time, o da contratti a tempo determinato e lavori atipici che spesso chiedono più che offrire flessibilità al lavoratore. Sempre prendendo ad esempio il comune di Cagliari si osserva che l’orario di apertura delle strutture è 7.30-15. Non è quindi previsto il tempo pieno, che dovrebbe coprire nove ore. E quasi tutte le strutture aprono dall’11 Settembre al 31 Luglio [4]. Una famiglia quindi, oltre che essere estremamente fortunata da trovare posto nella struttura pubblica per il proprio infante, deve anche essere tanto fortunata da avere un lavoro privo di rientri pomeridiani e che permette di coprire 6 settimane di ferie all’anno in un periodo specifico.

Prima l’uovo o la gallina?

Si potrebbe obiettare che in Emilia e Trentino c’è molta offerta di servizi alla prima infanzia perché l’economia da quelle parti va bene e c’è dunque domanda per quel tipo di servizi. Non sarebbero quindi i servizi alla prima infanzia a far bene al mercato del lavoro, ipotesi che qui si suggerisce, bensì il contrario. Eppure, a favore della nostra tesi si possono citare molte analisi che concordano sul fatto che la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro presenta le tipiche caratteristiche da circolo vizioso (o “trappola da equilibrio basso”) e che serve quindi l’intervento pubblico per spezzare il circolo. Ad esempio[5], se le imprese sanno che vi è difficoltà a gestire i figli (perché, ad esempio, vi è scarsa offerta di servizi alla prima infanzia) e hanno consolidate aspettative sul fatto che le donne dedicheranno più tempo degli uomini ai figli, tenderanno naturalmente ad offrire stipendi più elevati e migliori opportunità di carriera agli uomini. Ma la presenza di stipendi più bassi per le donne implica che per queste ultime dedicarsi alla famiglia anziché alla carriera ha un costo (o costo opportunità) inferiore rispetto agli uomini. E che al nucleo familiare convenga quindi che la donna si specializzi di più alla cura della casa e meno alla carriera rispetto all’uomo. Si dice in questo caso che le "profezie si autorealizzano". Un modo per spezzare questo circolo vizioso è quello di rendere più semplice la conciliazione famiglia-lavoro. E a questo mirano, appunto, i servizi alla prima infanzia.

L’impegno che attende il decisore pubblico soprattutto nella nostra regione in questo campo è quindi estremamente impegnativo. Occorre aumentare in modo significativo l’offerta di servizi a prezzo accessibile alla prima infanzia e occorre migliorare la qualità dei servizi sia in termini di qualità dell’accoglienza che di flessibilità di orario. Se non si vogliono semplicemente fare politiche demagociche e inutili come nel passato recente, servono per questo settore risorse pubbliche, non poche, in un momento in cui i soldi risultano sempre più scarsi. Occorre quindi avere il coraggio di effettuare delle scelte diverse e innovative, tagliando dove la spesa pubblica si è dimostrata incapace di generare sviluppo e occupazione e provando ad investire in settori che, altrove, hanno prodotto ricchezza.



[1] Si veda al proposito il documento Eurostat “Men and women participating in Labour Market Policies, 2004 - Issue number 66/2007” http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page?_pageid=1073,46587259&_dad=portal&_schema=PORTAL&p_product_code=KS-SF-07-066

[2] Si veda anche l'altro articolo in cui si parla anche dei legami tra politiche di aiuto alle famiglie e tassi di fertilità.

[3] Osservatorio prezzi&tariffe, www.cittadinanzattiva.it.

[5] Si veda J. Dolado "Una azione positiva è per sempre" da www.lavoce.info.




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by Adriana Di Liberto last modified 2007-07-09 14:16

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