Métissez vous!
Simmetrie fra isole, suggestioni e lezioni dal Madagascar, dove l’instabilità politica e i rapporti con i paesi industriali si intrecciano con i dilemmi dello sviluppo e la conservazione di una natura unica
Come un pantografo che riproduce le
stesse forme su scale diverse, un viaggio può condurre a confronti
simmetrici fra culture e storie lontane. Se poi le forme sono quelle
dell’insularità, il gioco può sorprendere per le similitudini che
riesce a ricreare su scale spazio-temporali differenti. Prendiamo la
Sardegna e il Madagascar: la leva del pantografo si aziona con circa
13 ore di volo fra la nostra isola mediterranea e quella dell’oceano indiano, 24 volte più grande della Sardegna e il
doppio dell’Italia, ma con una densità di popolazione pari alla
metà di quella sarda (i malgasci sono circa 20 milioni).
Il denominatore comune è abbastanza ampio: una atavica cultura agropastorale connotata, tra gli altri, dai valori della vendetta e dell’invidia sociale; lo scontro storico fra l’equilibrio delle economie rurali basate sull’autoconsumo e quelle dello sfruttamento e dell’accumulazione introdotte dai “continentali” colonizzatori; i fenomeni di imitatazione e di mimetismo culturale da parte dei governanti locali e delle popolazioni entrate in contatto con i conquistatori, che si alternano in sequenze storiche al rigetto orgoglioso dell’estraneo e alla riscoperta della propria cultura. Altre analogie suggestive vengono persino dai miti insulari di civiltà ancestrali superiori, che come ha scritto Malcolm de Chazal (artista mauriziano del secolo scorso) ridanno identità e prestigio a un’isola, la quale da figura di separazione diventa simbolo di totalità: per la Sardegna sono i misteriosi nuragici, o il mito di Atlantide recentemente vagheggiato, per il Madagascar i lemuriani di un antico continente scomparso.
Paradisi naturali e purgatori sociali
L'arrivo in Madagascar, un paese alle prese con i postumi tumultuosi di un recente colpo di Stato (l’ultimo di una piccola serie dopo l’indipendenza dalla Francia avvenuta nel 1960), è comunque tale da far risaltare almeno nell’immediato crude differenze piuttosto che simmetrie. Ad Antananarivo (la capitale, detta anche “Tana”, 2 milioni di abitanti, 1.300 m. di altitudine) la gente legge con apprensione i quotidiani davanti alle edicole volanti, composte da giornali appesi a un’asta o allineati sul marciapiede accanto al furgone che li trasporta. Poche ma significative sono le tracce di recenti saccheggi in mercati e incendi nei luoghi di tumulto. Le centinaia di vestiti stesi sull’erba ad asciugare sul bordo delle strade, dopo essere stati lavati da chi prova a sbarcare il lunario in questo modo, testimonianio la prevalente economia di mera sussistenza, così come le poco produttive risaie urbane di periferia e le fabbriche di mattoni a cielo aperto, sulla terra rossa che ovunque caratterizza l’isola. Sono le prime immagini che balzano agli occhi, i connotati di un pezzo d’Africa povero e disordinato nelle zone urbane, dove all’abbandono dei modelli abitativi tradizionali, che come sempre hanno una loro estetica, tecnica e storia, si sostituiscono i più miseri tuguri ovunque non sia possibile finanziare costruzioni occidentali.
Tutto questo però passa davanti agli
occhi rapidamente perché non si viene in Madagascar per stare in
città: è il paese della natura unica, isolata per intere ere
geologiche, con le cento specie di lemuri, le incredibili varietà di
camaleonti, i baobab, le sterminate praterie interrotte dalla foresta
pluviale, le isolette presso cui balene megattere allattano i
piccoli. L’uomo, in effetti, abita il Madagascar solo da 1.500
anni: alle popolazioni originarie della Malesia si aggiunsero la
matrice africana Bantu e molti rivoli etnici, sino a quelli minimi
dei "vasà", i bianchi, a cominciare dai pirati per i quali
l'isola costituiva il principale rifugio nella rotta delle indie. Uno
dei primi tentativi di unificazione interna del paese fu condotto dal
figlio meticcio del pirata britannico Thomas White, unitosi a una
principessa locale. E la figlia dello stesso re meticcio
(Ratsimilaho, inizio XVIII secolo) sposò un naufrago francese al
quale donò l'isola di Sainte Marie, ceduta alla Francia come primo
avamposto di colonia o protettorato.
Il colonialismo in Madagascar ha origini avventurose e romantiche, all'inizio di una storia che ha visto alternarsi periodi di stretti rapporti e di rotture cruente fra culture e religioni occidentali da un lato (i francesi, poi gli inglesi anche in funzione antifrancese, quindi di nuovo i francesi) e culture e religioni locali dall'altro.
Animismo, egualitarismo e capitalismo
I malgasci sono profondamente animisti, con un culto dei morti che ha pochi riscontri e i cui riti coinvolgono anche la folta minoranza cristiana (circa il 40 % della popolazione, equamente diviso fra protestanti e cattolici). I morti sono sempre presenti perché permangono nei luoghi in cui sono vissuti, e periodicamente vengono disseppelliti, a volte trasportati nelle bare attraverso i taxi-brousse (i mezzi collettivi popolari africani), quindi riuniti con i parenti dopo essere stati fasciati con nuovi teli e portati a spalla in feste popolari con balli gioiosi (niente rende forse l'idea meglio delle immagini, girate in questo caso nelle vie della capitale). Le anime dei morti affiancano i vivi proteggendoli e tutelando le tradizioni. I valori rurali tradizionali non prevedono arricchimenti e accumulazioni personali, per cui in certe aree è quasi normale incendiare le proprietà e i beni di chi si è arricchito individualmente. L’unico modo di distinguersi socialmente è nella bellezza delle tombe degli antenati. Secondo studi antropologici, fino a pochi decenni fa una credenza popolare diffusa nel Madagascar rurale vedeva i bianchi, fautori di accumulazione e ricchezza esteriore, come vampiri assetati di sangue e affamati di cuori di bambini.
Su queste basi culturali si è
innestata la “modernità”. Anzitutto, storicamente, il
cristianesimo occidentale con le sue chiese e missioni, che sono tra
gli edifici più lussuosi del paese e attraggono i giovani anche per
la possibilità di studiare gratis, entro un regime di lavoro
domestico e di preghiere (come accadeva anche in Sardegna sino a
pochi decenni fa). Poi le (poche) imprese industriali, i nuovi
sottoproletariati urbani, le forme di sfruttamento organizzato delle
risorse attraverso la proprietà accentrata delle terre, che fa a
pugni con la cultura atavica dei contadini. Un tema, quest’ultimo,
che ci riporta alla attualità e alla cronaca. Alla uscita di scena
del penultimo presidente, Marc Ravalomanana, deposto nel marzo 2009,
non è estranea la colpa di aver dato in concessione per ben 99 anni
alla compagnia sudcoreana Daewoo Logistics 1,3 milioni di ettari di
terra -più della metà della superficie coltivabile del paese- per
la produzione di mais. Cibo peraltro non rilevante nell’alimentazione
locale, che è fondata sul riso: infatti doveva essere esportato
nella Corea del Sud, paese a fortissima densità demografica e
affamato di terre. La notizia di questo accordo, che non venne data
dal governo malgascio di Ravalomanana ma dal Financial Times (luglio
2008), fece rapidamente il giro del mondo e pian piano si è diffusa
internamente.
Dopo i primi tumulti contro il presidente la Daewoo annunciò il rinvio dell’attuazione dell’accordo, che poi è stato comunque stracciato dal nuovo presidente insediato con l’appoggio dei militari, il poco più che trentenne Andry Rajoelina, un ex disk jokey proprietario di emittenti televisive che ha spodestato Ravalomanana. Quest’ultimo era (ed è) un potente imprenditore, accusato di aver messo in piedi una dittatura modernizzatrice mascherata da democrazia, anteponendo il profitto delle proprie aziende agroindustriali (di monopolio del latte) al benessere della popolazione: per un italiano non è difficile immaginare che in una nazione giovane e di precaria democrazia come il Madagascar non esista ancora una legge sul conflitto di interessi…
Sia il vecchio che il nuovo governo (proclamatosi “di transizione” in vista di elezioni) non sono estranei a sanguinose sparatorie dei militari contro dimostranti in piazza, ed è difficile dire in quale direzione andrà il paese in tema di riforme e politica economica. Per ora si sa che la crisi politica ha determinato il crollo del turismo, uno dei pochi fragili cardini dell’economia nazionale, cui si sommano la crisi internazionale e le difficoltà dell’esport. Secondo diversi osservatori, dietro le manovre per il potere permane l'influenza francese, come nelle altre ex colonie dove la Francia mantiene ampi interessi economici e politici, tanto da far parlare ciclicamente di “Françafrique”.
Sviluppo: ricette in fotocopia vs. percorsi locali
I ricorrenti scossoni politici e l’approccio occidentale paternalistico verso le ex colonie non consentono a paesi come il Madagascar di affrontare i problemi dello sviluppo con dibattiti e metodologie adeguati, all’altezza degli interrogativi in gioco. Ad esempio: è davvero opportuno adottare modelli di sviluppo rurale fotocopiati di stampo occidentale, basati sull’accorpamento delle terre e sulla massima produttività, o è preferibile congegnare forme di produzione meno intensive, orientate a una evoluzione morbida della società rurale locale e basate sulla proprietà collettiva? Questo genere di domande è ancora oggi troppo raffinato rispetto alle regole quotidiane e brutali della politica e al livello qualitativo dei rapporti dell’Europa e dei suoi paesi più influenti con il Madagascar. Del resto la storia europea e più in generale quella dell’industrializzazione occidentale è fatta di shock (economici, sociali, ambientali) più che di programmi raffinati. L’ambiente distrutto, le emigrazioni, le crescite tumultuose del PIL considerate “miracoli economici” ed etichettate come “boom”: una terminologia che oggi appare miope e persino gretta, di fronte alla emergente sensibilità verso un modo più complesso di misurare la qualità della vita, alimentato anche da un liberal conservatore come Sarkozy con il recente rapporto commissionato a Stiglitz e Sen sulle nuove misure del progresso economico e sociale.
Il punto è se i paesi poveri debbano
essere condannati dall’occidente e dall’oriente industrializzati
a svilupparsi anch’essi attraverso gli stessi shock in alternativa
alla povertà. Purtroppo le terze vie paiono improbabili, e lo
testimoniano alcune cartine di tornasole come quella ambientale. In
Madagascar, paese dalla natura incredibile e prepotente, vale una
regola che regna ovunque: l’ambiente si può preservare solo se
rende economicamente o viene recintato in riserve quasi militari,
altrimenti è condannato. La pastorizia estensiva, con le sue
pratiche di incendi, aggredisce anche in Madagascar la natura
parallelamente alla pressione demografica, così come l’agricoltura
delle risaie di sussistenza. Le prime ad essere rase al suolo sono
state le foreste di pianura, come accaduto in Sardegna e in tanti
altri luoghi, mentre le foreste più impervie resistono, per il
momento, solo perché è nata una economia di guide locali,
ospitalità e artigianato insieme alla protezione armata. Allo stesso
modo, i volontari che portano i turisti a vedere le balene sanno che la sopravvivenza della specie è legata alla dimostrazione di una
maggiore redditività del turismo rispetto alla vendita della carne
dei cetacei (i malgasci non mangiano carne di balena come i
giapponesi, ma si tratta di animali migratori).
Se la politica interna del paese e quella delle nazioni industrializzate verso di esso sono al di sotto del livello richiesto da formule avanzate di sviluppo sostenibile, è difficile – ma pur sempre suggestivo e utile - pensare di veder raccogliere diffusamente un impulso che il Madagascar è in grado di trasmettere, e che è stato romanticamente riassunto sin dall’ottocento con il motto “Métissez vous!”. Cioè mescolatevi fra razze e culture cercando di trarre il meglio da storia, costumi, sensibilità e conoscenze di ognuno. Il meticciato e l’ibrido diventano, così, dei valori provocatori da riproporre – non più fuori moda con l’America di Obama - quali ispiratori di nuove soluzioni, mix e ricette socio-economiche, rispetto alla chiusura e alla misera xenofobia dei tanti gruppi e partitini che nel mondo speculano sulla difesa di culture ristrette, società ed etnie privilegiate.