Università diffusa, ma che sia diversa
Davvero l'università diffusa non serve? Davvero la soluzione è portare tutti gli studenti a Cagliari o a Sassari? Nel mondo, le cose sembrano andare diversamente, molto diversamente. Se uno fa una automobile senza il motore, poi non dovrebbe concludere che le auto non servono.
Quando
Tony Blair divenne primo ministro, dettò le tre priorità del suo programma:
istruzione, istruzione, istruzione. La giunta regionale ha adottato un punto di
vista simile. Giustamente, perché la Sardegna ha pochissimi laureati in una
nazione che ne ha pochi: nei paesi avanzati, i laureati rappresentano una
percentuale della popolazione di riferimento che va dal 46% al 23%. In Italia
siamo al 12%, in Sardegna al 10%.
Il dato è drammatico. In ballo c'è l’equità sociale ma anche la nostra capacità
di competere con successo in un mercato mondiale sempre più esigente.
Prendete la Corea del Sud. Nel 1960 il suo reddito
pro-capite era uguale a
quello del Ghana, pari più o meno al 20% di quello italiano di allora. Oggi è
al 72% del nostro reddito. Questo miracolo economico è stato preceduto e
accompagnato da un enorme investimento in istruzione: nel 1970 esistevano 142
istituti per l’istruzione post-secondaria, ora sono 411. Di questi, 171 sono
vere e proprie università, moltissime delle quali distribuite nei territori
regionali, lontani da Seul. Il risultato è che oggi i laureati sono il 32%
della popolazione.
Sono essenziali molte università “diffuse” per avere molti laureati? In Corea
sembra di sì: esiste una università ogni 280.000 abitanti. In Sardegna ne
abbiamo una più o meno ogni 800.000 persone.
E negli altri paesi quante università ci sono? In quelli con una percentuale di
laureati superiore al 30%, come Canada, Svezia, Australia e Finlandia, si va da
un massimo di una ogni 210.000 a un minimo di una ogni 115.000 abitanti.**
Negli Stati Uniti i numeri sono ancora più sorprendenti: una università o un
college ogni 71.000 abitanti.*** Un fenomeno che non sembra arrestarsi nemmeno di
fronte allo sviluppo dell’ e-learning.
Nel mondo, molti laureati si accompagnano dunque a molti istituti universitari distribuiti nel territorio. Naturalmente, dietro questi numeri c'è anche altro. Soprattutto, in ogni paese ci sono diversi tipi di università: alcune puntano su eccellenza e ricerca, altre si concentrano sull'insegnamento di primo livello. Le prime sono poche, grandi, spesso localizzate nelle principali aree urbane. Le "università di insegnamento" invece si distribuiscono anche nel territorio. Un giovane di una cittadina americana ha un intero ventaglio di opzioni: può succedere che inizi gli studi nel college sotto casa e che poi, favorito da un sistema flessibile, faccia il salto verso una università più prestigiosa.
Le enormi
differenze tra i numeri che ho citato e quelli sardi dovrebbero farci
riflettere, prima di arrivare a conclusioni affrettate sui destini della nostra
“università diffusa”. A proposito della quale sono stati espressi giudizi molto
severi, spesso fondati e condivisibili. Di fatto, da noi è prevalso un modello
particolare di università diffusa, mal disegnato e malissimo gestito, basato su
scelte sbagliate e talvolta assurde. In oltre quindici anni di presenza a
Nuoro, l'Università di Cagliari non ha creato neanche un posto di ricercatore a
sostegno dei corsi lì localizzati. Una situazione che sarebbe inconcepibile
anche per il più modesto college americano, perché ogni seria università ha
bisogno di infrastrutture adeguate e soprattutto di un corpo docente formato da
persone che lavorano e vivono in loco. Qualcosa di molto diverso da ciò cha abbiamo
visto in Sardegna finora.
Concludere che non abbiamo alcun bisogno di università diffusa solo perché l’esperienza fatta finora è in gran parte negativa, potrebbe essere un serio errore. I numeri che ho citato suggeriscono molta prudenza: se si vuole aumentare in modo significativo il numero dei laureati, è rischioso rinunciare a presenze universitarie di primo livello in posti come Nuoro e Olbia.
Chi pensa che le sedi di Sassari e di Cagliari siano sufficienti per l’intera Sardegna, probabilmente sbaglia, e inoltre rischia di condannarle a una crescita non sostenibile. Chi continua a difendere l’attuale modello di università diffusa, sbaglia di sicuro. La soluzione è valutare con attenzione l’esperienza fatta finora, definire i requisiti necessari per creare un paio di buone “università di insegnamento” nel territorio, e calcolare le risorse da investire. alla fine è possibile che siano inferiori a quelle sprecate in questi anni di equivoci.
* da: La Nuova Sardegna, 19 dicembre 2007.
** Nostre elaborazioni su dati pubblicati in Higher Education and Regions, Ocse, 2007. Su questo importante volume si veda il recente articolo di Anna Pireddu.
*** Il dato riguarda istituzioni che conferiscono titoli di studio di 2 e 4 anni. Se ci limitassimo alle istituzioni che forniscono titoli di laurea di quattro anni, ne conteremmo una ogni 118.000 abitanti.
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