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Doing business in Italy? No thank you

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di Antonello Angius

Dati umilianti per il nostro paese nell'ultimo rapporto della Banca mondiale sulla attrattività delle economie nazionali, che relega la giustizia italiana in fondo alla classifica. Un flash su temi distanti dalle solite scalette interne della politica e dell'informazione.


house_on_the_precip.jpgE' una doccia gelata la scheda sull'Italia dell'ultimo rapporto della Banca mondiale sulla attrattività economica. Il rapporto (Doing business 2009, www.doingbusiness.org) contiene i dati sulle condizioni di vita delle imprese e sulla efficienza del mercato del lavoro in 181 paesi.

Dati che sono una bussola per gli investitori e le imprese a vocazione internazionale, che aiutano a decidere dove conviene investire e localizzare unità produttive. Il rapporto della Banca mondiale, giunto alle sesta edizione annuale, è divenuto infatti di consultazione generale.
Il confronto che colpisce maggiormente in negativo è quello sul funzionamento della giustizia nelle controversie commerciali: siamo in 156esima posizione (su 181 paesi). La classifica è basata sulla facilità di far eseguire un contratto per vie legali da parte di un'impresa ed è ottenuta con tre sottoindicatori di uguale peso: i giorni di attesa per la sentenza, il costo in percentuale sul valore della controversia e la complessità delle procedure. Prima assoluta è Hong Kong. Singapore invece è prima per la brevità del processo: occorrono in media solo 5 mesi per ottenere la sentenza, in un paese in cui gli avvocati ricevono gli avvisi di udienza via sms e la durata della causa viene stimata in anticipo dal tribunale e resa nota online. Da noi invece occorrono circa 3 anni e mezzo per arrivare a una sentenza iniziale, perchè dunque un creditore si veda riconosciuto un diritto. 

E' un risultato disastroso, tale da spaventare qualsiasi investitore, da terzo mondo anzi peggio, perchè sono molti i paesi africani che fanno meglio di noi: è sufficiente andare nella sezione ranking del sito  e cliccare sulla intestazione della colonna "Enforcing contracts" per ordinare i risultati e visionare la lunga lista di paesi che ci precedono.
Ma anche se il dato sulla giustizia è terrificante e ha attirato l'attenzione di Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, è la media complessiva dei punteggi sui diversi fattori che pone l'economia italiana in secondo piano rispetto a quelle più competitive: nella classifica generale l'Italia è al 65°posto e retrocede di 6 posti rispetto all'anno prima. I primi 10? Singapore, Nuova Zelanda, Usa, Hong Kong, Danimarca, Regno Unito, Canada, Australia, Norvegia.

I fattori considerati per la valutazione sono le modalità di creazione d'impresa, le procedure di concessione edilizia, le regole per l'assunzione dei lavoratori, i passaggi di proprietà, il credito, la protezione degli investitori, il sistema fiscale, il commercio internazionale, l'esecuzione giudiziaria dei contratti, le procedure di chiusura di un'impresa.
L'ultimo di questi fattori è  l'unico che ci vede fra i primi paesi al mondo, al 27° posto: cioè siamo abbastanza competitivi (per costi e tempi) quando si tratta di chiudere un'impresa e mandare a casa i lavoratori: un dato amaramente paradossale.

Ecco la scheda paese dell'Italia estratta dal Full Report 2009 (in allegato a questo articolo in fondo pagina è scaricabile il singolo Country profile dell'Italia).    

Doing-b2009IT.jpg














 


Un programma di governo serio, che davvero tenga alla competitività (obiettivo ufficiale comunitario 2007-2013) dovrebbe ruotare attorno a piani di recupero su tutti i fattori che creano un clima propizio per le imprese e per il lavoro, come quelli sopra elencati dalla Banca mondiale. Invece l'agenda politica, ma anche quella dell'informazione nel nostro paese viaggiano su binari interni e autoreferenziali, lontani dal terreno di confronto con le direttrici dello sviluppo mondiale. Da noi politica e informazione sembrano ruotare attorno a parole d'ordine che obbediscono a logiche di consenso emotivo e a pseudo-emergenze tutte interne: la lotta ai clandestini piuttosto che la valorizzazione della forza lavoro nazionale ed estera, la sicurezza espressa con dati di cronaca piuttosto che statistici, la riduzione delle intercettazioni nelle inchieste giudiziarie, che si aggiunge ai molti provvedimenti sulla giustizia inquinati dal sospetto di enormi conflitti di interesse mai risolti, piuttosto che la reale presa in carico dell'efficienza e della durata dei processi.
Il declino dunque continua e si avvita su se stesso, mentre gli specchi statistico-comparativi internazionali vengono rotti o accantonati da una classe politica decadente e privilegiata: An italian job. 

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(ITA.pdf - 525.45 Kb)
by Antonello Angius last modified 2009-02-03 16:54

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