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Tremonti: il lato oscuro

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di Franco Mannoni

Giulio Tremonti ha recentemente pubblicato La paura e la speranza dove esprime tutte le sue perplessità sulla globalizzazione. Ma, come osserva Franco Mannoni, se da un lato il libro presenta analisi e indirizzi utili alla discussione, dall’altra – forse distratto dal tentativo di creare il manifesto neoconservatore - scivola verso proposte di corto respiro, legate all’introduzione di misure protezionistiche a livello nazionale ed europeo e all’instaurarsi di una politica ancorata ai valori e alle radici tradizionali e comunitarie. Se questa è la linea dell’ex e aspirante ministro, cosa dovremo aspettarci se ritornerà a guidare il ministero dell’economia?


tremonti2Il libro di Tremonti, La paura e la speranza, ha il merito di introdurre, in questo momento di campagna elettorale, una discussione su questioni di grande peso per le scelte politiche nazionali e sovra nazionali. Che poi le analisi condotte e le proposte avanzate siano da condividere e in quale misura è altra questione. Nella sostanza però l’ex e aspirante ministro dell’economia mette insieme una quantità notevole di domande che si producono nella difficile esperienza dei decenni a cavallo del duemila e che animano la discussione fra intellettuali e politici del tempo presente.

Le attività economiche e sociali, la cultura, l’immaginario collettivo sono invasi dalle conseguenze del corso accelerato della globalizzazione e delle sue ricadute.

Processi di ristrutturazione produttiva derivanti dalle trasformazioni del mercato globale fanno sì che le fabbriche un tempo efficienti perdano la loro capacità di produrre e siano trasferite o soppresse. La disgrazia dell’acciaieria Krupp von Tyssen si è verificata, non per pura fatalità, in una fabbrica lasciata al proprio destino in attesa di chiudere battenti, per spostare gli investimenti alla ricerca di migliori opportunità. La Legler di Ottana e Macomer chiude perché l’impresa trova più conveniente localizzarsi in Africa. La produzione del formaggio pecorino risente in positivo e in negativo dell’andamento del costo del latte determinato dall’accesso al consumo di massa nei paesi dell’Asia. Sono solo esempi che evidenziano la forza e le conseguenze palpabili del problema globalizzazione.

Tremonti affronta i temi con competenza e informazione aggiornata, che però smarriscono efficacia, annebbiate come sono dalla preoccupazione tutta ideologica di addossare la responsabilità della globalizzazione all’ideologia del mercatismo, nella quale si sarebbero fuse quella liberista e quella comunista del novecento! Si può dire che questa preoccupazione tutta politicista inficia il valore del saggio, che presenta per altro verso analisi e indirizzi utili alla discussione. Tanto più nel nostro paese dove su questi temi gli apporti non sono poi tanto ricchi.

Sul tema della globalizzazione, delle sue modalità e delle conseguenza che essa produce vi è una vasta produzione, che sarebbe impossibile richiamare nel breve. Fra gli apologeti e i contestatori vi è un esteso spazio intermedio di critici e sostenitori.

Non c’è solo Friedman a difenderne la prospettiva, ma anche diversi economisti e sociologi. Mario Deaglio (Postglobal, 2004) ne ha illustrato i successi e le contraddizioni. Jagdish Bhagwati soprattutto i successi.

In‘Elogio della globalizzazione’ (2004) traccia un quadro del tutto positivo degli effetti che la globalizzazione diffonde, sia per la crescita della ricchezza prodotta dai paesi finora esclusi , che avuto riguardo all’occupazione e all’evoluzione positiva degli standard di lavoro.

L’ottica di Tremonti è chiaramente quella di un politico di un paese dell’Europa che, in seguito ai processi di globalizzazione, vede messi radicalmente in discussione gli elementi di vantaggio competitivo che avevano caratterizzato la storia del mondo occidentale nel novecento.

Dinanzi alle difficoltà indotte dalla globalizzazione e dai cambiamenti cerca due strade. L’una, condivisibile, guarda allo stabilirsi di una regolamentazione mondiale dei processi, che renda l’evoluzione più sostenibile, dal punto di vista dei problemi delle compatibilità fisiche e sociali.

L’altra si riferisce da un lato all’introduzione di misure protezionistiche sul livello nazionale e su quello europeo, dall’altro all’instaurarsi di una politica ancorata ai valori e alle radici tradizionali e comunitari.

E’ utile che si apra una discussione sulle politiche dell’Unione Europea, sulle rigidità che le caratterizza, sulla necessità di interventi che aiutino l’adeguamento delle situazioni locali alle aperture dei mercati. Che sappiano compensare gli svantaggi competitivi che derivano da irrinunciabili acquisizioni avvenute sul piano sociale, ad esempio. Si pensi alla rigidità della lotta agli aiuti di Stato che impedisce l’esercizio di politiche di accompagnamento e sostegno per settori in difficoltà e bisognosi di adeguamento.

Però scivolare sul protezionismo appare una proposta di corto respiro e, al suo esaurimento, capace di diminuire la competitività dei sistemi.

La critica più rilevante al libro di Tremonti è però di ordine politico. Egli ha stilato il testo guida della nuova destra politica italiana. Forse deluso dall’inconsistenza programmatica della sua compagine, con “La paura e la speranza” cerca di rimediare al deficit, proponendosi come riferimento ideale di essa. Scrive una sorta di manifesto neoconservatore , nel quale mette insieme il desiderio di restauro dei buoni tempi andati e dà forma decorosa ai temi ispiratori della Lega.

Insomma, il discorso di Tremonti appare, più che post moderno, premoderno e antimoderno.


by Franco Mannoni last modified 2008-04-16 12:12

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