Il XV Rapporto CRENOS
La Sardegna, come il resto dell'Italia vive una fase economica e sociale difficile e, per certi versi, contradditoria. Dal XV Rapporto CRENOS alcuni spunti per scommettere, ancora una volta e senza tentennamenti sulle politiche di lungo periodo a favore della competitività.
Negli ultimi mesi le prospettive per l’economia della Sardegna sono peggiorate rispetto al moderato ottimismo di un anno fa: gli aggiornamenti nei conti pubblici territoriali (Istat) di ottobre dello scorso anno riportano l’economia isolana dentro il quadro del tessuto economico nazionale. Negli ultimi 5 anni, in termini di Pil, guadagniamo posizioni rispetto all’aggregato nazionale, ma si tratta di avanzamenti lenti ed inseriti in una dinamica altalenante: come evidente in tabella tassi di crescita positivi di un anno si alternano con andamenti di segno opposto nel periodo successivo.
L’elemento di maggiore drammaticità di questa analisi comparata sta nel fatto che l’economia nazionale fa chiaramente fatica a tenere il passo con gli altri paesi europei: dal 1995 l’Italia è in costante regressione rispetto alle medie EU mentre le previsioni pubblicate solo un mese fa dalla commissione europea indicano per il nostro paese la prospettiva di crescita più bassa per il 2007 e il 2008, non solo nell’Europa a 15 paesi, ma nello spazio allargato a 27 paesi.
In penombra
In questo contesto, certamente preoccupante, alcuni fatti stilizzati aiutano ad inquadrare alcuni meccanismi di funzionamento dell’economia regionale, sia quelli che possono sorreggere, spiegare i circoscritti segnali positivi, sia quelli la cui potenzialità non appare completamente sfruttata dal più generale contesto produttivo:
- il tessuto produttivo della nostra regione mostra una vivacità imprenditoriale che supera molte realtà territoriali nazionali: la mappa del tasso netto d’entrata delle imprese (che fotografa le nuove province al 2006, realtà economiche per le quali è evidente la penuria di dati) mostra due blocchi territoriali omogenei, ma uno estremo all’altro: il primo, le ‘province dell’est’, al di sopra la media regionale del 2,2%, dove Olbia-Tempio appare una delle province più dinamiche anche a livello nazionale, il secondo, le "province dell’ovest", più fragile con valori medi nettamente inferiori alla media per Medio Campidano e Oristano. Le imprese ci sono quindi. E se producono per chi lo fanno? Da dove arriva la domanda che le nuove imprese intendono soddisfare? E qui arriviamo al secondo e terzo punto.
- E’ evidente che chi riesce a vendere i propri beni nei mercati esteri fa meglio degli altri. Pur con i distinguo che seguono risulta evidente che la domanda estera premia il prodotto Sardegna: tra il 2000 ed il 2006 la quota di esportazioni sarde sul Pil, cosi come evidente in tabella, è aumentata dal 9,4% al 13,3%, ed è attualmente superiore alla media del Mezzogiorno. Nell’ultimo anno torna a crescere anche in Sardegna la quota esportata di prodotti ad elevata crescita della domanda mondiale (che solo 10 anni rappresentava il 26% delle export totali regionali e che si è in pochi anni dimezzata). Non dimentichiamoci che gli andamenti nelle quote totali del Pil esportate riflettono principalmente i consistenti aumenti dei prezzi dei prodotti petroliferi negli ultimi anni. E’ comunque importante che i tre settori più importanti dell’export regionale, prodotti petroliferi (64% delle esportazioni totali), prodotti chimici (14%) e prodotti in metallo (9%), registrano un andamento costantemente positivo negli ultimi anni (in valori reali). Un discorso differente, che segue sotto, deve essere invece fatto per il quarto settore delle merci sarde conosciute all’estero (prodotti alimentari).
- Ad incrementare la domanda di beni e servizi interviene il settore turistico in espansione: i dati ufficiali per il 2006 (e quelli provvisori per il 2007) mettono in evidenza un generale aumento della ricettività ed un consistente aumento degli arrivi e delle presenze, soprattutto straniere. Ed indubbiamente i dati ufficiali ancora non dicono tutto: secondo stime Istat del 2004 in Sardegna la quota delle presenze effettive degli italiani su quelle totali sarebbe 4,7 volte più di quelle ufficiali. E da qua si intravede un primo elemento di criticità: stiamo parlando di un mercato pericolosamente vasto per un prodotto che si vende particolarmente bene in ragione della sua alta qualità. Ricollegando questo punto a quello precedente il comparto delle merci sarde a più alta vocazione per l’export da realizzarsi in loco (o comunque facile complemento degli afflussi turistici), ovvero il settore alimentare, pur essendo questo il quarto settore più importante delle nostre esportazioni, da qualche anno mostra evidenti segni di crisi.
- Che riflessi hanno questi discorsi nel mercato del lavoro? Gli andamenti per il 2007 confermano la caduta del tasso di disoccupazione e l’aumento del tasso di attività ed occupazione. Anche in questo caso è importante approfondire il discorso in modo da analizzare il comportamento delle diverse componenti che determinano il movimento nei tassi più aggregati. In particolare il dettaglio dell’analisi sull’innalzamento del tasso di inattività (individuato nel dibattito dello scorso anno come il vero risultato della riduzione del numero dei disoccupati) rivela che in Sardegna dal 2004 al 2007 le maggiori responsabili di questo fenomeno siano le componenti legate alle dinamiche demografiche di invecchiamento della popolazione. Negli ultimi tre anni gli inattivi di età superiore ai 64 anni sono aumentati del 9,3%, mentre diminuisce la popolazione giovane. Le forze di lavoro scoraggiate aumentano del 2,6%. Un segnale diverso viene ad esempio dall’analisi per il Mezzogiorno dove la componente scoraggiata delle non forze di lavoro aumenta del 4,9% mentre la componente anziana aumenta del 5,9%. Maggiori preoccupazioni desta invece la recentissima pubblicazione dei dati relativi al primo trimestre 2008 che evidenzia una chiara inversione di rotta: la disoccupazione riprende ad aumentare nella nostra regione. L’analisi per componenti evidenzia perché occorre allarmarsi ancora di più: l’aumento riflette un forte aumento delle forze di lavoro, in particolare quelle femminili. Aumenta quindi il tasso di attività delle donne senza che ne aumenti il tasso di occupazione. In altre parole torna a crescere, e molto velocemente (4 punti percentuale in un anno), il tasso di disoccupazione femminile che nel primo trimestre 2008 si riporta al 19,4%.
Alla ricerca della competitività
Il suggerimento di queste brevi analisi è quanto mai chiaro: la domanda estera è molto importante per le merci e i servizi dell’economia regionale ma questo canale non è pienamente sfruttato dalle imprese sarde. Tutte le imprese, non solo quelle strettamente legate al comparto turistico.
Per uscire dall’equilibrio di bassa competitività e bassa produttività è necessaria una forte azione sui “fattori di produttività di lungo periodo”, ovvero, su quei fattori che concorrono a determinare la capacità di essere competitivi nei mercati internazionali e favoriscono la produzione di reddito e ricchezza: infrastrutture, capitale umano, risorse naturali, tecnologia.
La Sardegna continua a presentare carenze in tutti questi fattori.
- Gli indicatori di contesto relativi alle infrastrutture materiali evidenziano ancora gravi carenze negli stock che rendono proprio più accessibili (e meno costosi) i movimenti delle merci dentro e fuori la Sardegna (ma che indubbiamente influiscono anche nei movimenti delle persone in entrata). Da diversi anni l’evidenza riporta un utilizzo dell'attuale dotazione molto alto, condizione che può arrivare a frenare la domanda effettiva. La Sardegna, a dispetto della sua dimensione e della sua condizione di Isola, accoglie solo circa il 3% delle infrastrutture economiche presenti complessivamente in Italia . Anche a livello europeo una visione d'insieme del grado di accessibilità territoriale multimodale (cioè per via sia stradale, sia ferroviaria, sia aerea, sia marittima) delle province EU ci vede carenti. La situazione è ancor più critica se si considera che la Sardegna è sostanzialmente al di fuori della rete di vie di comunicazione che l'Unione Europea va implementando per migliorare, appunto, il grado d'integrazione tra le diverse aree d'Europa (il cosiddetto TEN - Trans European Transport Network). Un riscontro immediato di tale condizione di regione “poco accessibile” appare evidente nei dati sui flussi turistici: nella provincia di Cagliari solo il 25% degli arrivi turistici proviene dall'estero[1] a fronte di una media nazionale pari al 43%. In tutto questo l’unica voce infrastrutturale in linea con i dati nazionali – gli aeroporti - appare fortemente condizionata nel suo funzionamento da scelte di regolamentazione che certamente non favoriscono maggiore concorrenza.
- I dati relativi alle infrastrutture immateriali sono ancora più preoccupanti: le nuove statistiche del Regional Innovation Scoreboard che classifica le regioni europee sulla base della propria attività e capacità innovativa evidenziano per la nostra Isola la limitatezza nella dotazione di risorse umane (documentati in altri articoli su questo sito); la bassa spesa privata in R&S; i pochi brevetti e la corrispondente carenza di innovazioni di prodotto e di processo e i ridotti investimenti di capitale di rischio in alta tecnologia. La direzione intrapresa in questi ultimi anni appare aver acquisito maggior consapevolezza della necessità di promuovere politiche relative ai fattori di lungo periodo. Eppure sembra esserci ancora molto da fare per qualificare il percorso intrapreso al fine di garantire puntualità, continuità e maggiore coerenza agli interventi che già sono all’opera. A titolo di esempio, in Sardegna la spesa pubblica in R&S è ora al di sopra del dato nazionale. Ma la spesa privata in R&S appare ancora molto scarsa e soprattutto poco produttiva. E’ evidente che non basta “riconoscere il problema” per risolverlo: l’abbondanza di investimenti pubblici in R&S è segno del fatto che le autorità pubbliche hanno riconosciuto notevole priorità a tale forma di intervento. Tuttavia la carenza di investimenti privati in R&S e la bassa capacità produttiva degli stessi investimenti pubblici documenta l’ efficacia parziale di tali politiche. Per le risorse umane la necessità di continuare ad investire in istruzione e formazione è ribadita dall’analisi dei progressi compiuti verso i cosiddetti obiettivi di Lisbona: anche gli indicatori di contesto economico (livello occupazionale nei settori ad alta e medio alta tecnologia, sia nel manifatturiero sia nei servizi) rivelano la limitatezza nella dotazione e nell’impiego di risorse umane qualificate.
Ecco il bisogno di rafforzare e chiarire le politiche per il lungo periodo. In questo contesto, condizione necessaria per l’ottenimento di risultati chiari e positivi è che le linee programmatiche siano pienamente condivise dagli attori sociali e da tutte le forze politiche in modo tale che ne sia garantita la necessaria continuità.
