Biodiversità, ambiente e valorizzazione del territorio
Un elemento centrale di una nuova concezione dell'ambiente e della biodiversità è lo stretto rapporto che si deve stabilire tra natura e sostenibilità (tra ecologia ed economia) attraverso l'uso dei cosiddetti indicatori ecodinamici e indicatori di sostenibilità, che si riferiscono a sistemi naturali (termodinamici, biologici, ecologici, sociali ecc.) aperti.
Le economie possono essere viste come dei sistemi
aperti contenuti in un ecosistema (la biosfera) col quale scambiano materia ed energia.
L'applicazione della teoria della complessità permette di modellizzare e capire
le interazioni complesse tra "capitale naturale" e "capitale prodotto
dall'uomo", tra biosfera e sistema produttivo, tra la natura (di cui siamo
parte integrante) e l'attività economica.
Si designa con "ecodinamici" l'insieme di indicatori energetici, ecologici ed economici applicati ad un sistema territoriale; ma si possono applicare a numerosi altri ecosistemi.
Come analizzare il rapporto tra economia e ambiente
Uno degli indicatori, introdotto dallo studioso Howard Odum agli inizi degli anni ottanta, è l'emergy: l'emergetica è un'analisi che si confronta col mercato ma non è mercatocentrica. In altri termini, ci si confronta ovviamente con il mercato, perché sennò l'analisi delle risorse, idriche, agricole, turistiche, non avrebbero alcun senso, però il mercato rimane una variabile esterna; mentre invece l'ambiente e il ciclo produttivo fanno parte del modello. Un altro è l'indicatore d'impronta ecologica, che studia la differenza tra la disponibilità di risorse di un territorio e la domanda di risorse della popolazione che vi abita; l'ultimo indicatore è il bilancio di gas serra che analizza la differenza fra le emissioni e l'assorbimento di anidride carbonica.
Lo studio di questi indicatori si basa su due importanti principi: il principio di rendimento sostenibile, secondo il quale le risorse devono essere consumate ad una velocità tale da permettere alla natura di ripristinarle; il principio della capacità di assorbimento, secondo il quale la produzione di beni non deve produrre scarti e rifiuti inquinanti che non possono essere assorbiti dal sistema in tempi ragionevolmente brevi, ovvero non ci devono essere effetti di accumulo.
L'accettazione di quei principi e la loro integrazione ad una politica della sostenibilità e dell'ambiente efficace e innovativa comporta una rivoluzione intellettuale ed etica, un vero e proprio cambiamento di Gestalt, nei nostri modelli economici dello sviluppo. Si può sintetizzare quanto appena detto con la formula seguente: bisogna passare da un approccio economicistico di tipo riduzionistico in cui l'economia (e il mercato) è il parametro fondamentale al quale vengono subordinati e spesso sacrificati tutti gli altri (ambiente, cultura, ricerca scientifica, assetto del territorio, paesaggio, patrimonio artistico), ad un approccio dinamico in cui l'ordine quantitativo e qualitativo dell'economia, organizzato secondo dei modelli differenziati e plurali ispirati a situazioni locali e ad esigenze globali, deve invece diventare una variabile dipendente dai fattori appena ricordati.
Ambiente e democrazia
La sola messa in opera di un tale cambiamento di
punto di vista, di modello scientifico-epistemologico, garantirebbe la ricerca
e la realizzazione di una democrazia più intensa ed estesa nelle libertà, opportunità
e responsabilità individuali e collettive, ed anche di una società più giusta.
Dobbiamo
assolutamente prendere coscienza del fatto che un organismo (un qualsiasi
essere vivente) che per la sua sussistenza consuma più rapidamente di quanto
l'ambiente produca non ha sul lungo periodo possibilità di sopravvivere: ha
scelto un ramo secco dell'albero dell'evoluzione. Lo stesso vale per le città o
le società.
La scelta opposta è quella di rispettare i limiti biofisici richiesti per la salvezza della natura. In termini più concreti, un comune, una provincia o una regione deve realizzare uno sviluppo che garantisca un equilibrio tra la loro biocapacità, cioè la capacità di sostenere una certa popolazione con le loro risorse, e la quantità di risorse di cui quella stessa popolazione ha bisogno per il proprio sostentamento. La maggior parte delle province e regioni italiane registrano un gran deficit rispetto ad un tale equilibrio, che è pertanto una conditio sine qua non per poter attuare una politica di sostenibilità economico-sociale.
Le istituzioni nazionali e regionali sono oggi confrontante alla necessità di tradurre un tale principio teorico in un parametro operativo essenziale integrato in un programma credibile di governo dell'economia, dell'ambiente e della cultura. Sul piano istituzionale e politico, si tratta quindi di adottare una normativa che permetta di esaminare il territorio mediante vari indicatori di sostenibilità, per valutarne le condizioni ambientali, le risorse disponibili e le esigenze produttive. Questi studi servono principalmente a dare agli amministratori le basi scientifiche per decidere se sui trasporti, sull'energia, sull'agricoltura, sul turismo, si deve andare in una direzione piuttosto che in un'altra, ovvero serve a dare loro una maggiore capacità di scelta.
Una nuova parola d'ordine: l'eco-economia
Il punto centrale è che bisogna lavorare con tre indicatori integrati fra loro e con l'obiettivo simultaneo del miglioramento dell'economia, dell'uso regolato dell'energia e del rispetto dell'ambiente. Insomma, quello che conta è stabilire un legame essenziale fra economia, ecologia e cultura. La maggior parte dei modelli economici attuali considerano l'ambiente come un'esternalità (come una variabile dipendente). Il paradigma della sostenibilità richiede invece che si mettano dentro a un unico modello l'ambiente e il ciclo produttivo; a quel punto è solo il mercato che diventa un'esternalità. In altri termini, il mercato non ha una priorità rispetto all'ambiente, la vera priorità sta nel "rapporto" tra mercato e ambiente. Le nuove teorie dello sviluppo sostenibile e della «eco-economia» ci pongono ora davanti a un nuovo paradigma: non più un'economia basata su due parametri, il lavoro e il capitale, ma un'economia sostenibile che riconosce l'esistenza di tre parametri: il lavoro, il «capitale naturale» e il «capitale prodotto dall'uomo».
Per capitale naturale s'intende l'insieme dei sistemi naturali, fiumi, mari, foreste, flora, fauna, ma anche prodotti agricoli e della pesca e il patrimonio storico artistico e culturale presente nel territorio. Per la gestione delle risorse rinnovabili ci sono due principi di sviluppo sostenibile, già definiti sopra, e che qui designeremo come capacità di rigenerazione (delle risorse prelevate) e capacità di assorbimento (dei rifiuti da parte degli ecosistemi): la ricerca di un equilibrio tra le due capacità è ormai divenuta una condizione essenziale di un progetto di società e di civiltà che guarda al futuro con speranza.
C'è da auspicarsi che una tale esigenza divenuta ormai vitale venga recepita e attuata dalle comunità territoriali, dalla Regione Sardegna in primo luogo, e più in generale dal nostro paese. Un sussulto delle coscienze, delle diverse sensibilità e culture politiche sembrano tuttavia necessarie affinché ciò avvenga.