SCENE MADRI: 3
ALTRA MINESTRA (Oliver Twist)
Una fame disperata conduce Oliver Twist, nove anni, (Oliver Twist; or, the Parish Boy's Progress di Charles Dickens, 1837 – 39 ) al cospetto del cuciniere della workhouse, il lager vittoriano che sfrutta il lavoro dei bambini senza famiglia. A nome di tutti deve chiedere, Oliver, una seconda ciotola di zuppa.
Suo padre, mai saputo chi sia. Sua madre si è trascinata sola fino a un anonimo orfanotrofio, ed è morta subito dopo il parto. Ci va lui, a chiedere altra minestra, perché tra tanti infelici hanno fatto a sorte, e indovina: Oliver lascia il suo posto e attraversa il pavimento di pietra della mensa. Vorrei vedere, a nove anni, chi si sarebbe mosso di suo. Vorrei proprio, proprio vedere, davanti al rozzo che governa il pentolone, chi saprebbe dire con più tragica delicatezza: - Please, sir, I want some more.
L’inserviente non crede alle
sue orecchie: che cosa? E ripete, il piccolo, stupito del suo stesso ardire please, sir, I want some more, ancora minestra chiede.
Bastano poche altre righe per capire che almeno per il momento non gliene va bene una. Lo acchiappano e lo portano da quelli che comandano. Nessuno prova pietà. L’unico commento, formulato da un tizio dal candido panciotto è “ Quel ragazzo finirà impiccato “. Nessuno obietta al gentleman autore di tanta umana sintesi. Anzi, decidono di liberarsi subito del ragazzino. A chi glielo leva dai piedi il prima possibile, offriranno pure un compenso. E siamo appena al secondo capitolo, di cinquantatré.
Tutto fila per il peggio, ma intanto
Oliver ha guadagnato definitivamente il ruolo del protagonista. Il
pubblico ammutolisce già al suo esordio, e qualora lo spettatore
si mostri insensibile, Oliver ripete fermo la battuta. Eccolo alla ribalta, il puro,
vulnerabile, intrinseco innocente che sembra fatto per le disavventure. Per
fortuna, tanto gravose saranno le sue esperienze quanto mirabolante sarà il
premio finale.
Il mistero della sua nascita sarà svelato, secondo quella magica
formula dickensiana per cui l’eroe, di frequente affetto da solitaria
deprivazione infantile, finisce con lo scoprire affinità e legami con il più
estraneo degli estranei; perché tutti ci apparteniamo, tutti abbiamo un filo in
comune.
Questa filosofia di fondo permette allo scrittore una gestione delle vicende rocambolesca, a strati, a rami, verbalmente dilagante, zeppa di eccessi. Calmi, va tutto bene. Tutto si sistema, e ogni cosa il suo posto prenderà.
Non una ma due forme di
generosità, so di avere incontrato nel libro, e non scordo.
La prima, più immediata e
sociale, è la forza buona che ristora Oliver e i suoi lettori lungo la via, incarnandosi
in persone di ogni età e ceto: c’è il vecchio magistrato che lo sottrae al
destino di spazzacamino; c’è il fiducioso Mr. Brownlow che se lo prende in casa senza conoscerlo;
c’è Nancy, ragazza perduta che si perde per salvarlo. Questi personaggi non
fanno professione di intenzioni, ma di azioni determinanti. Ti dicono che puoi scegliere di
essere duramente concreto, almeno quanto è dura l’assenza di compassione.
La seconda forma di prodigalità sembrava, allora, puramente rivolta al mio piacere di giungere alla fine del romanzo sperimentando una felice sazietà. Chiuso il libro, ero grata per avere ricevuto tanto nutrimento. Ma non è stato così semplice, perché mi è tornato ben presto l’appetito. Please, sir, I want some more.
Non avevo fatto i conti con la ricetta di Charles Dickens. Lui, ti invita alla sua tavola per sempre. Sei preso, sei suo. I personaggi e i suoi convinti lettori si appartengono a vicenda. Tu leggi, rileggi, e nel frattempo ti prenoti per un’altra delle sue storie. Così, in tanti ci ritroviamo, mai paghi di un cibo di unica qualità: per piacere, Mr. Dickens, altra minestra.