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Capoterra: analfabetismo geologico

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di Maria Rita Lai*

Vivere la tragedia con un forte coinvolgimento personale, viverla con la disperazione di chi sa valutare per esperienza professionale quel che è accaduto, viverla con l’impotenza di chi vorrebbe ma non può. Quella di Maria Rita Lai è una riflessione importante.


In occasione di eventi quali quello appena verificatosi a Capoterra, a parte lo sconforto e la disperazione, sorgono tante domande e quesiti e viene da chiedersi come sia possibile che nonostante l’esperienza vissuta solo 10 anni fa possano ancora ripetersi le stesse situazioni senza che l’uomo sia in grado di prevederli, fermarli, o rimediare al danno enorme.

Tutti corrono a fare un esame più o meno dettagliato dei fatti e delle possibili cause: chi ha avuto i lutti, chi ha perso tutto ma è sopravissuto, chi ha solo la casa allagata, chi non si può muovere perché non c’è più la strada, gli amministratori e le forze dell’ordine che devono intervenire, i volontari, la protezione civile, i tanti tecnici ed esperti, e per finire i magistrati che faranno l’inchiesta.

Si devono trovare le cause e si dovranno attribuire responsabilità, si dovrà trovare il colpevole reale per punirlo o forse si troverà un capro espiatorio.

In questi giorni immediatamente a ridosso dal disastro, nella frenesia e mossi dalla spinta emotiva si è scritto, letto e sentito di tutto: il clima impazzito; la pioggia torrenziale e l’evento meteorico eccezionale; la diga o le dighe che avrebbero ceduto; i ponti con sezioni insufficienti; le costruzioni selvagge e irrazionali entro gli alvei; le concessioni edilizie e gli abusi sanati; i canali ostruiti; la cementificazione e l’impermeabilizzazione dei suoli; gli incendi dolosi e ripetuti; i villaggi localizzati in aree a rischio di esondazione;le scuole sul bordo del terrazzo fluviale: i piani di assetto idrogeologico, le norme sulla difesa del suolo e quelle dei regolamenti edilizi.

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Uno sguardo

Io ho provato a guardare il fenomeno dal punto di vista del geologo che deve innanzitutto studiare il paesaggio, le sue forme e i suoi processi naturali: sono andata alla ricerca di ciò che c’era a monte in quel bacino montano che ben conoscevo per averlo percorso a piedi con lo zaino in spalla, fino alla cima dell’Arcu S. Antoni. Ho letto le relazioni di chi ha progettato la diga e aveva studiato la zona circa 50 anni fa (1958-1960): calcoli idraulici, relazione geologica e geotecnica, prove di laboratorio sui materiali che la costituiscono. Sono andata a vedere ciò che ne resta e come è stata erosa dall’onda di piena. Ho guardato le carte topografiche al 25.000 al 10.000 (quelle del 1977 estremamente dettagliate) e quelle al 2000 in possesso della Cooperativa Poggio dei Pini, ho visionato le foto aree esistenti e spero di poter a breve vedere anche le riprese effettuate in questi giorni. Ho parlato con esperti nel campo della pianificazione delle fasce fluviali, consulenti della Regione che hanno redatto il PAI, docenti universitari venuti apposta per vedere il fenomeno. Ho girato per le aree devastate soprattutto nella parte montana sopra la diga. Ho visto i filmati su Youtube. Ho ascoltato i racconti delle persone che hanno visto cosa accadeva alle loro case. Infine ho riletto le tante relazioni e lettere inviate ai sindaci e ai Prefetti quando ero consigliere dell’Ordine dei Geologi della Sardegna (1995-1997) in cui si segnalava la necessità di affiancare i pianificatori con gli studi geologici e geomorfologici del territorio. Ho riletto le proposte fatte all’Assessorato all’Urbanistica con le Linee Guida per la redazione dei PUC (1996) e poi la proposta redatta dall’Ordine per le Norme Tecniche di carattere Geologico da inserire nei Regolamenti Edilizi Comunali, inviate a ripetizione a tutti i comuni della Sardegna ed in particolare ai comuni che avevano ricevuto finanziamenti da parte dello Stato o della regione per interventi di messa in sicurezza da frane, alluvioni, ecc, suggerimenti rimasti inascoltati.

Infine ho ripreso in mano il libro di Tina Merlin, Sulla Pelle Viva e l’altro L’onda lunga del Vajont, appena comprato quest’estate in un piccolo negozio-bazar di Casso (ricordate Erto e Casso) sulle sponde di quello che doveva essere il lago del Vajont. Ho ripensato alla lunga e commovente storia del disastro di quella valle (che a mio parere tutti i geologi dovrebbero visitare obbligatoriamente quando frequentano l’università!) raccontata da un sopravissuto, il Sig. Bepi Vazza, ascoltata il 29 agosto di quest’anno sopra il coronamento della diga che doveva essere la più alta del mondo!

Poi ho deciso che era inutile continuare a pensare e a rimuginare.

Ho deciso che dovevo vedere bene cosa c’era in quel maledetto fiume che porta il nome di un santo (caso raro in Sardegna) e che la mattina del 22 ottobre ha riversato a valle forse più di un milione di mc d’acqua (stando ai calcoli eseguiti utilizzando i coefficienti di deflusso del progettista) ma c’è chi parla di 4 milioni in tre ore. Oggi ho percorso l’alveo a ritroso, dalla diga verso monte, nella zona deserta e disabitata, percorsa solo da cacciatori ed escursionisti, dove c’è soltanto un ovile del capraro ben conservato e ben posizionato sopra uno sperone granitico al riparo dalla furia dell’acqua. L’occasione è stata anche di verificare quello che si diceva in giro da qualche giorno e che qualcuno “ben informato” sosteneva con sicurezza di aver visto che in quella zona stesse venendo giù addirittura “una montagna enorme” con il pericolo che si formassero degli sbarramenti naturali pericolosissimi per il fiume.

Così, durante due ore di cammino, durante le quali le cime dell’anfiteatro del bacino di San Girolamo (M. Turruneri m 696, M. Conchioru m 740, Serra Sa Traia m 693, Punta Is Postas m 612, P. Su Aingiu Mannu m 605, S’Arcu de Is Sennoras m 481, Punta de sa Loriga m  469, M. Arrubiu m 348) erano perennemente avvolte in una inquietante nebbia che rendeva tutto soffuso e silenzioso, ho visto un paesaggio lunare: infatti le “cascate” che tutti hanno visto mercoledì mattina scendere lungo i versanti subverticali da una quota di 400 m hanno trascinato a valle di tutto. L’alveo che conoscevo era totalmente trasformato: non c’era più il sentiero che percorrevo sulla sponda destra e che passava sulla sinistra idrografica all’altezza delle gallerie minerarie; non c’erano più i piccoli terrazzi fluviali laterali; non c’era più il rudere della miniera sul greto del fiume, che aveva resistito alle due ultime alluvioni; non c’erano più olivastri e carrubi secolari, cespugli e altro. Tutto perfettamente pulito e nel greto oramai di dimensioni enormi, pari alla sezione osservabile sulle carte al 10.000, solo una distesa di sabbia, ciottoli, blocchi enormi di granito e metamorfite, che si estendeva dal Cuile Musiu a circa 200 m di quota,  verso l’Hydrocontrol e oltre, fino a raggiungere il laghetto di Poggio posto a circa 65 m di quota s.l.m.. A monte del cuile ancora devastazione e trasformazione: roccia affiorante granitica grigio-rosata bellissima e levigata, solcata da cascate impetuose, con i cristalli di feldspato dalla forma netta e squadrata; oleandri completamente scortecciati e travolti, un asse di legno a 2 m dal greto del fiume, il capanno dei cacciatori devastato dalla furia dell’acqua. Oramai era tardi e non si poteva continuare nella fitta foresta che porta all’Arcu s. Antoni, bisognava tornare indietro.

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Che dire?

Non c’è e non ci può essere stupore per me, semmai ci può essere una sensazione di essere partecipe e spettatrice di un bellissimo fenomeno della natura che ha creato un paesaggio affascinante e di immensa bellezza per i suoi colori e le sue forme. Per noi geologi niente di strano o di eccezionale, niente di catastrofico, niente di anomalo o particolare: è tutto nella norma, infatti il fiume con quella precipitazione non poteva che fare il suo lavoro regolare e millenario, ciò che ha fatto per secoli da quando esiste quella valle. La pioggia e il ruscellamento lungo i versanti subverticali, ricoperti da una fitta boscaglia quasi impenetrabile dove l’incendio non passa più da decenni, hanno eroso la roccia e i suoi speroni rossastri e violaceo-marroni, hanno trascinato a valle tutto ciò che trovavano: sabbia derivante dall’alterazione naturale del granito sottostante, limo, ciottoli, pietrame a pezzatura di ogni genere, trovanti e immensi blocchi decametrici. Tutto ciò ha un nome ben preciso, anzi vari nomi e definizioni: erosione areale e incanalata, erosione spondale, trasporto e sedimentazione valliva, formazione di depositi fluviali mobili, formazione di terrazzi fluviali verso valle, trasporto dei sedimenti verso il mare e formazione delle spiagge.  Tutti questi fenomeni sono, come tutti i geologi ben sanno, dei normali fenomeni che si ripetono ciclicamente e che nell’arco dei periodi storici (parlo al massimo di mille anni o anche 500 non di ere geologiche) si sono sicuramente già verificati centinaia di volte.

Cosa c’è da stupirsi?

Assolutamente nulla, questi sono i normali e ripetuti processi geomorfologici che hanno condotto alla formazione dei nostri affascinanti paesaggi granitici della Gallura, alle nostre spiagge di sabbia finissima dove andiamo a prendere il sole d’estate. In qualsiasi libro di geografia questi fenomeni vengono insegnati anche ai bambini, mio figlio l’ha studiato in terza elementare. Domenica prossima lo porterò a vedere dal vivo ciò che la maestra gli ha disegnato alla lavagna e gli spiegherò che questi fenomeni non si possono bloccare con nessuna azione umana, ma che quando accadono bisogna essere molto prudenti e che, come i nostri saggi avi sapevano, anche noi dobbiamo diffidare dei corsi d’acqua da quelli più grandi e immensi a quelli più piccoli e insignificanti, e ancor più tenerci alla larga quando questi sono in piena attività e metterci in salvo. Prova ne sia che l’eremo di San Girolamo e il Cuile antico non hanno avuto il benché minimo danno perché erano sapientemente posizionati in siti assolutamente sicuri.

Mi dispiace doverlo constatare ancora una volta: il “genius loci” degli avi funzionava molto meglio delle capacità pianificatorie dei nostri attuali urbanisti e/o assessori di turno. L’uomo comune altamente tecnologico non conosce più questi principi basilari dell’insediamento umano, non capisce cosa significhi rispettare la natura, ormai si compra casa e si fanno scelte abitative sulla base di altri presupposti e di altre esigenze e non si ha più alcuna sensibilità sulla localizzazione degli edifici: è la conseguenza della nostra esigenza di vivere ovunque e comunque, e di voler trasformare a nostro piacimento qualsiasi cosa. Purtroppo non è così.

Dal punto di vista geologico la questione e la visione dei fenomeni naturali che portano alla catastrofe diviene completamente differente da quella che può avere il magistrato o il politico o il parente delle vittime.

Dal punto di vista della natura e della roccia che costituisce quel sito tutto è differente. Qualcuno sostiene che bisognava liberare gli alvei dai detriti e tenerli “puliti”. Ma puliti da che cosa? Dagli alberi o dalle pietre? Perché queste sono cose sporche? Oppure si doveva dare al fiume la forma che più ci aggradava, magari fare delle pozze per farci il bagno o per farci giocare i bambini?

Tutto il materiale che è finito nell’alveo del rio e poi dentro la diga non ha nessuna colpa per essersi mosso: è il suo “scopo” viaggiare verso il mare per formare le spiagge. Ma il problema è che nessuno lo avevo messo in conto nei calcoli della diga, forse perché un trasporto così ingente (tra i 2-3 milioni di mc) non era neppure prevedibile per noi umani, ma per il fiume sì, per lui era del tutto normale. Lo stesso discorso vale per gli impluvi dentro la zona abitata di poggio. Bisogna allora arrendersi ad un semplice fatto: attualmente credo che ben pochi siano in grado di valutare correttamente quale possa essere il trasporto solido di un corso d’acqua in Sardegna. Non esistono dati rilevati storici o recenti, non esistono quindi parametri di controllo e di confronto e questa è una grave pecca  a cui il mondo scientifico dovrà porre rimedio.

Per quanto riguarda invece le portate liquide dovute alla pioggia anche qui non mi pare affatto che si possa parlare di clima impazzito o di fenomeno anomalo: basta infatti guardare le forme del paesaggio per capire che è tutto nella norma: un fiume che riesce a scavare un canyon come quello visibile a valle della diga piccola non può che avere avuto in un recente passato delle portate liquide e solide ingentissime, simili o addirittura superiori a quelle di questi giorni. E anche il fenomeno meteorologico non sembra, a detta degli esperti, particolarmente anomalo, anzi queste condizioni di caldo e le piogge autunnali con vento da sud-est sono molto frequenti in questo periodo dell’anno, e da noi per di più agisce il noto fenomeno delle piogge orografiche.

Allora dov’è il problema?

La questione di fondo è ancora una volta l’analfabetismo geologico e l’ignoranza diffusa di chi deve pianificare e di chi deve decidere le sorti del territorio su cui andiamo a vivere.

Comunque sia il colpevole è presto trovato, è il capro espiatorio più semplice ed indifeso: non è la diga o un misero laghetto in secca, la prima ha fatto egregiamente il suo compito restando eroicamente in piedi nonostante sia stata pesantemente aggredita da monte e da valle, il secondo si è limitato a contenere i suoi 250.000 mc di acqua e terra e più di quelli non poteva sostenere.

Il vero capro espiatorio è dunque inevitabilmente il fiume! Prendetevela con lui oppure con chi non vi ha detto che dove passa l’acqua non si costruisce e non si passa neppure con le autovetture o i fuoristrada più potenti.

La natura, benchè ci dia fastidio, è sempre più potente dell’uomo e dei suoi mezzi, possiamo piegarla e addomesticarla ma poi fra cento o duecento anni vincerà sempre lei.


  • Prima foto dall'alto: Il Rio San Girolamo all’Hydrocontrol (foto M.R. Lai)
  • Seconda foto: Casa erosa dal fiume San Girolamo (foto M.R. Lai)


* Geologa

by Maria Rita Lai last modified 2008-11-04 17:27

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