Petrolio, dollaro, euro: che succede?
Un tempo, dollaro e petrolio si muovevano insieme, oggi vanno in direzioni opposte, con l'euro che acquista valore e le nostre esportazioni che faticano anche per questo. Come mai? Cosa è cambiato? Ecco un altro tassello per ricostruire il quadro di un mondo che cambia a una velocità a cui non siamo ancora abituati.
Il mondo del petrolio ed il mercato dei cambi hanno cominciato da tempo a
percorrere una strada del tutto nuova. E questa nuova strada non tranquillizza
affatto i principali paesi produttori di petrolio, né i governi nei paesi
consumatori.
Nei decenni passati si è spesso assistito ad un apprezzamento del dollaro nei
periodi in cui il prezzo del petrolio aumentava. La spiegazione che ci si dava
era apparentemente molto semplice e seguiva due canali principali. Il primo:
per comprare petrolio ci vogliono i dollari e la più forte domanda di dollari
ne provoca un aumento del valore nei confronti delle altre valute. Inoltre - e
questo è il secondo canale - i paesi produttori consumano, investono o
risparmiano. E tutte queste azioni hanno a che fare con il dollaro sia perché
gli Stati Uniti sono un importante partner commerciale per molti paesi
produttori, sia perché, almeno fino ad oggi, il dollaro rappresenta la
principale valuta di riserva in cui investire i proventi delle esportazioni di
petrolio.
Da cinque anni a questa parte l'aumento del prezzo del petrolio è accompagnato
dal deprezzamento della valuta statunitense e la correlazione negativa tra i
due andamenti si è fatta chiaramente più marcata nel corso del 2007. La rottura
del tradizionale legame è sentita particolarmente dai paesi OPEC, divenendo non
a caso uno strumento politico. I ministri OPEC recentemente riuniti hanno
discusso con attenzione questo tema. Iran e Venezuela, i due paesi OPEC più
ostili agli Stati Uniti, continuano a chiedere - largamente inascoltati -
l'adozione di misure atte a controbilanciare la perdita di potere d'acquisto
del dollaro. Dall'altra un secondo blocco di paesi, guidati dall'Arabia
Saudita, ha lavorato per allentare le tensioni pur riconoscendo che il tema è
molto critico.
E' noto che l'attuale debolezza del dollaro è diretta conseguenza di una lunga
serie di pesanti deficit commerciali accumulata negli Stati Uniti negli ultimi
due decenni. Ciò che però sorprende gli analisti è la rottura evidente del legame
dollaro - petrolio che stiamo conoscendo negli ultimi anni.
Che cosa si è modificato in maniera così strutturale nel rapporto tra i paesi
produttori e il dollaro? Ci sono almeno tre fattori principali - sebbene
talvolta sia molto complesso distinguere il nesso di causalità fra i vari
fenomeni.
- I paesi OPEC negli ultimi anni hanno modificato in modo sostanziale la composizione della loro bilancia commerciale incrementando il peso delle importazioni dai paesi dell'Unione Europea a scapito di quelle dagli Stati Uniti. E' venuto così a mancare uno dei volani principali che hanno apprezzato nel tempo il dollaro. Bisogna tuttavia aggiungere che per questa via potrebbe iniziare un nuovo apprezzamento del dollaro. Il basso valore raggiunto sta infatti favorendo le esportazioni dagli Stati Uniti rispetto a quelle dell'area euro.
- Secondo fattore: molti paesi OPEC, ed in particolare quelli del Golfo, avevano legato i loro destini monetari al dollaro avendo adottato un regime di cambio fisso con la valuta statunitense. Recentemente - per evitare le pressioni inflazionistiche che una valuta debole comporta - alcuni di questi paesi hanno abbandonato l'ancoraggio al dollaro, ottenendo l'immediato vantaggio della rivalutazione della loro moneta.
- Infine le tensioni geopolitiche giocano un ruolo importante. L'Iran, il maggior produttore Opec dopo l'Arabia Saudita, vende in euro già più del 60% del suo greggio, ed un altro 20% in yen, lasciando al dollaro solo un ruolo marginale. E non certo di trascurabile importanza il fatto che da alcuni esponenti OPEC (Venezuela in primis) si parli ormai apertamente della necessità di legare le produzioni ad un paniere di valute con cui quotare il petrolio. Opinione piuttosto isolata in ambito OPEC, ma comunque significativa di un cambiamento importante nel modo di vedere il mondo.
La preoccupazione dei paesi produttori si comprende appieno se si considerano
le enormi quantità di dollari presenti in quei paesi nella forma di titoli del
debito pubblico statunitense o in altre forme di riserve valutarie. I paesi
produttori sono oggi il principale deposito per il debito del Tesoro
statunitense, avendo superato le banche asiatiche che avevano dominato l'ultimo
decennio. Lo stesso accade per le riserve valutarie: recentemente l'Arabia Saudita
ha dichiarato al Fondo Monetario di possedere quasi 800 miliardi di riserve
valutarie in dollari.
Molte delle risposte al tema petrolio-dollaro potrebbero essere trovate in
Arabia Saudita che continua a mantenere il suo ruolo di custode principale
della relazione dollaro-petrolio. E' molto probabile che la valuta statunitense
possa continuare a perdere valore se e quando l'Arabia Saudita decidesse di
seguire il già citato esempio del Kuwait e disancorare la propria moneta dal
dollaro e/o cominciare a prezzare il proprio greggio in euro o yen. Il
passaggio al floating del cambio comporterebbe una rapida svalutazione sia
delle riserve valutarie, sia delle riserve petrolifere, se queste rimanessero
denominate in dollari. E' questo un pericolo che molti tendono a scongiurare.