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Tasse e seconde case: l'isola apra una via

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di Francesco Pigliaru *

"Chi inquina paga", dice un principio sacrosanto e ampiamente condiviso. Idem per l'anglossassone "No Taxation Without Representation". Le tasse sarde sull'ambiente (o sul lusso?) partono bene e finiscono male: chi inquina paga, sì, ma solo se non è residente (e dunque non vota e non è "rappresentato" nei luoghi politici nei quali si decide la tassa). Conseguenza: il problema di queste tasse è più grande di quel che sembra: sotto sotto, c'è una idea di federalismo fiscale molto preoccupante. Eppure, si poteva (e si può ancora) ottenere un gettito importante dalle seconde case evitando tutti questi problemi.


Diceva Thea Sinclair, grande esperta di economia del turismo: spesso le tasse turistiche creano più problemi di quelli che risolvono. Difficile non darle ragione dopo il severo giudizio del governo sulle tasse sarde, e dopo quasi due anni di discussione continua, di micro aggiustamenti, di confusione sulla loro vera natura (tasse sul lusso o a difesa dell’ambiente?). Ne valeva la pena?

Esistono validi motivi per adottare una tassa turistica. Per esempio, è ragionevole pensare che chi possiede una casa in luoghi di grande valore paesaggistico contribuisca a finanziare il bilancio della Regione che quei luoghi ha il dovere di preservare, anche attraverso politiche costose. Da quelle politiche, e dal “consumo” dell’ambiente, i proprietari di seconde case traggono in effetti concreti benefici (valore catastale e affitti alti, per esempio).

Questa è l’idea che ha motivato le tasse turistiche sarde. Perché l’attuale confusione, allora? Tra una buona idea e la sua realizzazione ci sono molte insidie, soprattutto quando si tratta di scelte politiche. Nella loro prima, frettolosa stesura di fine 2005, le tasse avevano alcuni difetti che si pensava di correggere durante la discussione della legge finanziaria. Così non è stato, e quei difetti sono ancora presenti nel testo in vigore.

Chi vota non paga: quale federalismo?

Il primo è che le tasse sulle seconde case tendono a duplicare tributi già esistenti nella normativa statale, e dunque, dice oggi il governo, mancano quelle caratteristiche di “diversità tipologica e di complementarietà rispetto ai tributi dello Stato” che oggi consentono a una Regione autonoma di esercitare potestà impositiva.

Il secondo difetto è la discriminazione a sfavore dei non residenti. Il ricorso del governo cita la violazione dell’articolo 3 della Costituzione, “che impedisce trattamenti diseguali a fronte di situazioni soggettive equivalenti”. In effetti, perché a parità di “consumo” ambientale si tassano solo le case dei non residenti?

La risposta a questa domanda è poco tecnica e molto politica: i residenti sono esclusi perché votano nella regione; i non residenti pagano perché non hanno modo di esprimere il proprio parere attraverso il voto nelle elezioni locali.

Questa scelta politica è non solo poco coraggiosa, ma anche molto discutibile, perché di fatto propone che ogni comunità territoriale sia libera di tassare gli elettori altrui. Se l’esempio sardo si diffondesse, avremmo un pessimo federalismo fiscale. Un buon federalismo si basa, infatti, sul principio di autonomia responsabile. Il diritto alla potestà impositiva locale si basa sul fatto che il suo esercizio può essere ben controllato dalla comunità territoriale che quelle tasse paga. Se le tasse finanziano buoni servizi, tutto bene; altrimenti chi le ha proposte andrà a casa. Proprio il meccanismo che la discriminazione contro i non residenti aggira. 

Come ottenere un gettito senza discriminare nessuno

La Regione deve allora rinunciare al contributo finanziario dei non residenti che posseggono seconde case? No. Inizialmente, gli attuali difetti delle tasse sarde (la duplicazione di tributi statali e la discriminazione) non erano pensati, almeno da alcuni, come caratteristiche irrinunciabili della proposta della giunta. Semmai si pensava, a torto o a ragione, che potessero rappresentare uno strumento per dare maggiore forza a una rivendicazione ambiziosa e giusta: quella di ottenere, per ogni regione, la compartecipazione al gettito Irpef pagato sulla rendita catastale (e sugli affitti) di ogni casa localizzata in quella regione, indipendentemente dalla residenza del proprietario. Per capirci: oggi un non residente onesto che affitta la casa in Sardegna paga tasse che affluiscono interamente a Roma. Se invece è residente, il 70% di ciò che paga rimane in Sardegna.

Paradossalmente, l’apertura di una nuova fase di interlocuzione istituzionale con lo Stato consente ora di riprendere con forza la battaglia per modificare quella regola in tutto il territorio nazionale, su impulso della Sardegna. Se la vincessimo, il gettito sarebbe notevole, e potrebbe crescere nel tempo lavorando sull’adeguamento dei valori catastali e combattendo l’evasione sugli affitti in nero. In più, una volta ottenuto quel gettito la Sardegna potrebbe rinunciare alle attuali tasse regionali, cancellando in un colpo i problemi associati alla duplicazione e alla discriminazione. Alla fine, tutti pagherebbero la stessa cifra per situazioni simili, e il 70% di tutto finanzierebbe il bilancio regionale.

La giunta e il presidente Soru hanno l’opportunità di dare un contributo importante al disegno di un federalismo moderno, giusto e attento all’ambiente. La determinazione non manca. Ne facciano buon uso.


Da: La Nuova Sardegna, 29 luglio 2007.

* Francesco Pigliaru è stato assessore al bilancio nella giunta regionale dal luglio 2004 all'ottobre 2006.
by Francesco Pigliaru last modified 2009-09-18 12:34

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