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La politica zoppa

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di Antonello Angius

La nuova profonda crisi dei partiti e delle istituzioni elettive si manifesta nella distanza dalla sfera tecnica dei programmi e dei progetti, nella mancata valutazione degli interventi e nella carenza di impatti sociali ed economici. I contorni di una situazione di stallo e le possibili vie d'uscita alla luce delle migliori esperienze europee.


az.jpgIl primo requisito è quello di progetti con obiettivi dichiarati. Per esempio, ottenere in 5 anni di legislatura un incremento dell'export delle piccole imprese (e con esso della competitività) del 10 %; una crescita del 5 % del numero di lauree tecnico-scientifiche; un + 40 % di utenti dei Centri Servizi per il Lavoro assistiti nell'inserimento professionale.

Il secondo requisito è la presenza di una struttura di attuazione efficiente per ogni progetto: dirigenti con responsabilità univoche e personale dotato delle competenze necessarie.

Il terzo requisito è quello di un organismo indipendente che durante e dopo l'attuazione dei progetti verifichi il conseguimento dei risultati ed elabori dei report finali accessibili a tutti.

Questi tre requisiti sono quelli che rendono credibile qualsiasi progetto di sviluppo. Se ne manca uno, o più di uno, il progetto è zoppo. Se la mancanza è cronica nel tempo, è la politica ad essere zoppa.

In Sardegna la politica è zoppa: nelle diverse stagioni di programmazione degli ultimi vent'anni (dai vecchi Programmi pluriennali ai vari Dpef) si sono susseguiti progetti sugli incentivi per le imprese, sui servizi per il lavoro, sul sostegno all'istruzione, spesso privi di indicatori di risultato: con la conseguente difficoltà o impossibilità di valutarne l'efficacia. Non vi è stata una prassi di analisi esplicite di congruità fra progetti e risorse organizzative disponibili. Inoltre è mancato e manca tuttora un organismo indipendente che verifichi i risultati. Quest'ultimo è un problema più ampiamente italiano: le prestigiose strutture di valutazione presenti in diversi paesi europei (il National Audit Office in Inghilterra, il Wales Audit Office in Galles, lo Statskontoret in Svezia, le Chambres régionale des comptes francesi che curano studi di valutazione accessibili al pubblico) non trovano in Italia e nell'isola dei soggetti equivalenti in termini di indipendenza e/o di operatività.

La distanza fra politics e policy

La politica è zoppa perchè il mondo dei partiti e degli eletti (politics) è qui da noi molto distante dalla sfera tecnica dei programmi e dei progetti (policy). Così, di fronte all'emergenza del lavoro in Sardegna (una emergenza più qualitativa che quantitativa, legata al precariato, al sottoimpiego e alla sottoqualificazione) il Consiglio Regionale risponde con l'approvazione di una norma che stanzia dei soldi – qualche decina di milioni di euro – e impegna il Governo regionale a elaborare un programma di spesa nel giro di due mesi. Ma la politica dei progetti non funziona così. Per attuare un efficace piano del lavoro ci vogliono organismi fortemente professionalizzati che agiscano a forbice sul fronte della promozione d'impresa (lato domanda) e dell'inserimento professionale (lato offerta, anche con i Centri Servizi per il Lavoro deputati per legge). L'efficacia di questi soggetti non si ottiene con progetti spot a seguito di emergenze e proteste sociali, piuttosto con una azione strutturata di medio periodo (diciamo una legislatura) nell'ambito di missioni strategiche e di conduzioni manageriali stabili. Presupposti questi ultimi purtroppo carenti: ad esempio i Centri Servizi per il Lavoro, secondo le rilevazioni dell'Isfol, hanno avuto in Sardegna una operatività molto inferiore alla media nazionale e meridionale, ristretta a servizi di livello elementare (modulistica), con pochi o inesistenti servizi di rango elevato (bilanci di competenze e assistenza all'inserimento professionale).

Un motivo importante della terribile distanza fra la politica dei partiti (nostrani) e la politica dei progetti sta nel fatto che la prima non ha memoria storica, mentre la seconda si basa sulla memoria storica delle esperienze condotte. La prima tende ad azzerare il timer di legislature, alleanze e politiche precedenti, la seconda ricerca un filo logico / metodologico, regionale e sovra-regionale, da cui derivare continuità e innovazioni progettuali.

Valutazione: cos'è?

E' per via di questa distanza che i recenti stanziamenti per il lavoro del Consiglio Regionale non discendono da una analisi dell'impatto di ciò che in passato si era chiamato “piano straordinario del lavoro” (LR 37/98): questa analisi non esiste, così come non esiste alcuno di quegli organismi esterni di valutazione che fanno parte della civiltà progettuale di altri paesi. Opinioni, asserite certezze e scontri politici si formano in questo quadro di assenza, come sempre a partire dai Piani di rinascita.

I temi di policy, con particolare riferimento alle inefficienze e inefficacie legate alla mancanza di una valutazione esterna su quanto speso e realizzato, sono raramente all'ordine del giorno nel mondo dorato della politics e in quello dei troppi mass media legati a filo doppio alla mera cronaca politica. Imperversano le prospettive pseudo-stretegiche e le tattiche sfinenti di composizione e ricomposizione delle forze partitiche in campo, cui si sovrappongono analisi a lume di naso di questa o quella sconfitta elettorale. Quando un tema di policy balza all'attenzione, ad esempio con la notizia di uno studio sulla qualità delle scuole sarde che risulta la più bassa in Italia (rapporto Tuttoscuola 2007), oppure di ricerche (condotte dal Valutatore indipendente del POR e dall'Osservatorio Economico) che mostrano l'inefficacia degli incentivi alle imprese di una legge regionale come la 15/94, la cosa poi muore lì: accanto all'articolo viene riportato il commento di qualche politico od osservatore e il giorno dopo l'argomento è chiuso. Magari al cittadino interesserebbe conoscere, visto che quegli incentivi alle imprese non hanno avuto effetti correlabili al lavoro né alla competitività, i contenuti e i risultati attesi di un eventuale progetto alternativo. E visto che il sistema dell'istruzione è fallimentare e ci colloca in coda all'Europa, gli piacerebbe anche sapere se è previsto un piano di intervento e con quale organizzazione, obiettivi e tempi per ridare speranza alla nostra isola. In attesa di progetti con i tre requisiti richiamati all'inizio, sarebbe già utile coltivare una attenzione costante, con un riflesso mediatico visibile, sui metodi e gli strumenti da porre in campo.

Lo stallo

Certo è difficile essere ottimisti al riguardo, di fronte a una “salsa” politica come quella sardo-italiana, in perenne crisi ma sempre appannaggio di una categoria, oggi etichettata come casta, i cui alti costi sociali si sono riposizionati ma non sono arretrati rispetto a tangentopoli. Quello coinvolto a tempo pieno nella politics è infatti un pezzo di società cresciuto in modo abnorme rispetto ad altri paesi: i soli contributi diretti ai partiti costano 200 milioni di euro l'anno contro i 73 milioni della Francia. Stando a Confindustria il costo complessivo della rappresentanza politica in Italia è pari, con circa 4 miliardi di euro, a quello di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna messi insieme e costituisce la più grande "azienda" nazionale con 180 mila eletti. Azienda di cui il Consiglio Regionale sardo, secondo una ricerca Cnel, rappresentava già nel 2000 la più costosa succursale regionale in termini di incidenza sul bilancio (a parte la Sicilia che non fornì neppure i dati). E' un ceto politico che ha fatto decadere il prestigio delle istituzioni non solo per i particolari status economico-sociali autoconferiti - di potere più che di servizio - ma anche per l'ipocrisia con cui tali status sono stati elaborati. I compensi di un parlamentare, così come di un consigliere regionale sardo, scandalizzano per la struttura impresentabile prima ancora che per il livello. Nell'ordine di grandezza che va dai quindicimila euro al mese in su (la media è più alta), solo una parte è costituita dall'indennità di base, il resto deriva da guadagni iniqui: rimborsi per portaborse inesistenti o sottopagati in nero, somme ripartite fra gruppi consiliari, mensilità aggiuntive travestite da indennità per aggiornamento professionale. Privilegi che preludono a pensioni precoci e ultra-privilegiate e che in parte sono trasmessi per osmosi ai dipendenti consiliari o parlamentari.

Al di qua della tribù autoreferenziale e abnorme della politics nostrana c'è un mondo separato di policy, fatto di tecnici della pubblica amministrazione, di agenzie pubbliche in funzione o in rottamazione, di ricercatori e dirigenti di uffici studi pubblici e privati, che è costretto a galleggiare con scarse possibilità di incidere a causa della mancanza di un chiaro disegno e sopratutto di una cultura istituzionale che favorisca una organizzazione stabile delle politiche progettuali al di là delle mareggiate e delle bonacce politico-elettorali.

Ancora più in qua c'è naturalmente la società civile, che tuttavia, specie in territori a basso livello di istruzione e informazione come la Sardegna, sbatte il naso sui problemi quotidiani senza avere tempo e strumenti per identificare i dettagli di politiche adeguate (dove i dettagli sono tutto!), e che si muove a tentoni buttandosi a destra o a sinistra come nella celebre gag di Totò. E' una sfera, quella popolare-elettorale, dove ormai non c'è più una parte politica che vince: c'è quella che non perde, perchè si vota sempre più per esclusione, per punire l'ultimo turno di governo, mentre l'astensionismo cresce almeno quanto la rabbia e la sfiducia dei giovani e meno giovani arrivati tardi rispetto alle stagioni assistenzialistiche, spettatori di polemiche su pensioni d'oggi che loro non vedranno domani.

Le possibili vie d'uscita

Come si esce da questo stallo? Anzitutto creando delle strutture stabili di policy, a cominciare da quelle indipendenti per la valutazione delle politiche. In Inghilterra possono salire al potere a turno i labourists e i tories, ma il National Audit Office (www.nao.org.uk) continua a tessere la sua tela efficiente ed enciclopedica di valutazione delle politiche attuate e di evidenziazione dei modelli da seguire: per il recupero delle scuole inefficienti, il corretto funzionamento dei job centres, la migliore organizzazione di agenzie per le piccole imprese ecc. ecc. In tal modo una ampia fetta di programmi economici e sociali vive di un know how incorporato, acquisito dalle strutture pubbliche di programmazione e di valutazione entro logiche e tempistiche di policy che vanno al di là della contingenza politica, pur restando aperte a correttivi e accenti diversi entro le legislature che si succedono.

Se queste fondamentali innovazioni non sono nelle cose in Sardegna (e non lo sono), occorre uno scossone simile a quello che sembrava possibile quando una delle anime fondanti di “Sardegna insieme”, quella tecnico-accademica, trovò nel 2004 uno strumento promettente e simbolico nel Soru pre-elettorale (simbolo di un possibile successo sardo nel mondo e di una indipendenza dalla dorata e inconcludente politics casereccia). Occorre ritrovare quell'anima e mobilitare una parte sempre più ampia della società civile, a cominciare dalle risorse intellettuali.

Il presidenzialismo in sé infatti non basta, per limiti oggettivi al di là dei protagonisti pro tempore. Un presidente, senza strutture stabili di policy, ha in mano essenzialmente una forbice per potare: con essa si possono sfoltire enti, consigli di amministrazione. Si può tagliare il cemento su tratti di costa privi di piani regolatori. Con qualche sforbiciata si possono conformare più o meno bene delle concessioni per la valorizzazione di territori o per la promozione pubblicitaria dell'isola. Ma anche se questa facoltà di “potare” segna un grande passo in avanti rispetto alle stagioni delle Giunte bloccate, dei veti incrociati e delle ammucchiate spartitorie, serve ben altro per non accumulare imponenti residui passivi e sopratutto per poter presentare agli elettori un conto finale fatto di risultati, non semplicemente di provvedimenti assunti. Serve una organizzazione stabile di lungo respiro dedicata alla programmazione regionale, a quella locale e alla valutazione indipendente: serve una gamba in più.




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by Antonello Angius last modified 2007-07-27 10:21

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