La saga dei consorzi
Quello della soppressione dei consorzi industriali sardi è
un tema caldo sul quale probabilmente i cittadini fanno fatica a farsi
un’opinione. Dai giornali infatti traspaiono le motivazioni alquanto
frammentarie di due schieramenti opposti, trasversali ai partiti. Da un lato coloro che dichiarano opportuna
una riforma dei consorzi, ma non la loro soppressione, sostenendo inoltre che
tale riforma non deve e non può essere inserita nella legge finanziaria
regionale. E’ uno schieramento che si materializzerà e quantificherà con
precisione al momento del voto in Consiglio Regionale, ma che si è già fatto sentire in Commissione
Bilancio, dove la gran parte dei componenti, a cominciare da quelli della ex
Margherita, si è espressa contro l’inserimento nella finanziaria di qualsiasi
provvedimento operativo in materia di consorzi, incluso il loro commissariamento,
nonostante il presidente del Consiglio Spissu abbia considerato tecnicamente
ammissibile tale ultimo provvedimento.
Dall’altro lato vi sono il presidente Soru, la Giunta regionale, alcuni consiglieri della maggioranza e i Riformatori. Secondo una nota pubblicata nel sito della Regione, i motivi del commissariamento e della successiva soppressione dei consorzi sono i seguenti:
gli enti a cui è affidata la gestione delle aree industriali in Sardegna non sono in grado di sostenere le politiche regionali di sviluppo, favorendo l'attrazione di insediamenti produttivi in modo rapido, competitivo e trasparente, né di garantire un utilizzo efficace delle loro risorse, dato che l'attuale disciplina dei Consorzi industriali ha consentito l'accumulo di ingenti deficit di bilancio, che ammontavano nel 2004 a oltre 25 milioni di euro;
- gli attuali enti gestori non sono soggetti al controllo di gestione della Corte dei Conti e sono gestiti in assenza di regole pubbliche, come per le procedure di assunzione del personale, effettuate a chiamata diretta. Inoltre hanno dei costi ingiustificati: il direttore di un Consorzio industriale costa alla collettività anche oltre 300.000 euro all'anno (Ndr: pare che quello di Oristano sia il direttore più pagato in Italia), poi vi sono i compensi degli amministratori e sindaci (3 milioni di euro) e gli ingentissimi costi delle società controllate (47), collegate o partecipate. "Ciò ha condotto i Consorzi – si legge nella nota – a divenire spesso luoghi di esercizio di potere in forme improprie e poco trasparenti, tanto che gli uffici della regione sono sommersi da procedimenti, contenziosi e ricorsi, spesso frutto di lotte politiche localistiche";
- le nuove norme comunitarie (Regolamento 1083/2006), limitano l'entità delle contribuzioni pubbliche alla realizzazione delle opere infrastrutturali, in quanto le infrastrutture primarie sono pressochè completate.
Per tali motivi la Giunta regionale ha proposto un intervento radicale che prevede la soppressione dei consorzi, il trasferimento delle funzioni agli Enti locali e l'esercizio delle stesse attraverso otto Agenzie provinciali. Queste ultime, per la loro natura pubblica, dovrebbero garantire una gestione trasparente delle risorse, procedure trasparenti nella selezione del personale e l'eliminazione dei costi inutili per gli organi di gestione.
La posta in gioco
L’espressione abbastanza esplicita usata dalla attuale Giunta regionale nell’indicare i consorzi industriali come “luoghi di esercizio di potere in forme improprie e poco trasparenti” può essere ricollegata a una serie di articoli, accumulata negli anni sui giornali locali, relativi a esposti e denunce su procedure di appalto e assegnazione di progettazioni e lavori – anche riguardanti interessi economico-professionali di attuali leader politici – oltre ad assunzioni di parenti di politici, sindacalisti e altri personaggi di spicco, e ancora compravendite di terreni, beni e servizi secondo logiche non economiche ma di scambio di favori. Naturalmente le denunce e gli articoli, al di fuori di sentenze definitive, formano solo una nebulosa di sospetti e dubbi, ma è certo che tale nebulosa è la conseguenza di una concezione della gestione dei consorzi industriali quale specchio degli equilibri di potere partitici e personali presso enti locali, Province, Camere di commercio e secondariamente organismi imprenditoriali. Una concezione intrinsecamente non funzionale allo sviluppo produttivo.
I punti essenziali di una riforma dei consorzi industriali, quali traspaiono dalle posizioni e dagli atti della Giunta regionale, sono dunque due:
- disporre di organismi in grado di promuovere efficacemente gli insediamenti produttivi;
- realizzare forme di gestione delle aree industriali connotate da efficienza economica e moralità pubblica.
Obiettivi e … metodi?
Se gli obiettivi sono condivisibili, anzi incontestabili, bisogna discutere dei metodi. I problemi in effetti iniziano qui. La Giunta regionale non ha fatto realizzare per tempo e reso noto un audit sul funzionamento e sui risultati dei consorzi industriali, ma si è limitata a diffondere nei giorni di presentazione della finanziaria alcuni dati (non molto aggiornati) sui costi dell’apparato, mostrando i limiti perduranti di una carenza storica di cultura della valutazione. Può darsi che richiamare l’inefficienza e “l’esercizio improprio del potere” dei consorzi significhi entrare in un sentire comune, ma da una pubblica amministrazione, oggi, è lecito attendersi qualcosa di più, anzi molto di più: tutte le informazioni e le argomentazioni che servono per poter rispondere alle domande sulle ipotesi di soppressione o trasformazione dei consorzi.
La prima ovvia domanda: è possibile perseguire i due obiettivi citati con un organismo che si chiama “Consorzio industriale”? Ogni istituzione, come ha mostrato Putnam nel suo studio sul rendimento istituzionale delle Regioni italiane ("Making democracy work"), può funzionare bene o male a seconda del contesto storico-geografico e del "capitale sociale" riscontrabile localmente, fatto di storia civica, regole condivise e sanzioni. Se ad esempio si fa una rassegna dei siti web degli enti di gestione delle aree industriali del centro-nord, rispetto a quelli del sud e delle isole, si scopre che nei primi di solito sono presenti i dati sugli organigrammi, nonchè sugli appalti in corso, mentre fra i secondi (sud-isole) tali dati sono prevalentemente assenti.
Dietro lo stesso nome e la stessa condizione giuridica di ente pubblico economico possono esservi realtà diverse, più o meno razionali: ad esempio il Consorzio ZIP di Padova (uno dei più dinamici e importanti del nord) ha 3 soci: Comune, Provincia e Camera di Commercio, rende pubblico il proprio organigramma, offre in modo trasparente tutte le informazioni relative a bandi e gare ed è certificato con il bollino di qualità “Uni En Iso 9001:2000” nella pianificazione, progettazione, costruzione e manutenzione di infrastrutture per insediamenti produttivi. Il Casic di Cagliari invece ha 34 soci (Sfirs, Esaf, Enaf, Camera di Commercio, Confcommercio, Api Sarda, Banca CIS, Provincia di Cagliari, Confindustria e 25 Comuni), non ha reso accessibili i dati organizzativi (dirigenti, personale, qualifiche) nè quelli sugli appalti e servizi e non pare sottostare a standard di qualità sulla gestione delle aree e la soddisfazione delle aziende insediate.
La stessa realtà associativa dei consorzi industriali (con questo termine intendiamo qualsiasi ente gestore di natura consortile) è connotata geograficamente. La Ficei (Federazione italiana consorzi ed enti di industrializzazione) raggruppa solo 5 enti gestori in tutto il nord, ma 11 nel centro e ben 44 nel sud, di cui 16 sardi. Nel nord Italia la realtà associativa è relativamente variegata, con specifiche associazioni per macroarea (ad esempio l’Eine, “Enti di Industrializzazione del Nord Est”) o per distretti.

La storia dei consorzi industriali meridionali trova le sue radici nel Ministero per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, a partire dagli anni ’70: i consorzi sono nati per gestire trasferimenti pubblici destinati alle infrastrutturazioni produttive, con progetti “greenfield”, cioè partendo dal prato verde. Dunque per creare le precondizioni degli insediamenti. Non si sa bene, in assenza di rilevazioni indipendenti, con quale efficienza e quali costi anomali ciò sia avvenuto. Si sa di un ricco repertorio geografico di denunce, sospetti e talvolta irregolarità accertate: la solita nebulosa che ristagna dove non vi è stata una attività di valutazione sistematica. E’ comprensibile la posizione di chi ritiene che tali strutture abbiano assolto il loro compito, essendo ormai compiute le infrastrutturazioni, per cui tenderebbero a perpetuarsi solo per autoreferenzialità dei soggetti e degli interessi.
Per tale motivo in altre regioni alcuni consorzi industriali sono commissariati da tempo e in procinto di riforma. In Basilicata, ad esempio, l’alternativa in esame è quella fra la soppressione totale, con un futuro di consorzi di imprese autocostituiti e autofinanziati per i servizi comuni, e la trasformazione dei consorzi in strutture territoriali di una agenzia di sviluppo regionale con un unico manager generale.
Le opzioni virtuose
Quello della Basilicata è solo un esempio, perché le alternative sono complesse e richiedono un percorso decisionale chiaramente illustrato, attualmente non presente o non rinvenibile in Sardegna nelle diverse delibere (l'ultima pare “ritirata”) relative alla riforma dei Consorzi e alla missione di nuove agenzie (Sardegna Promozione, Sardegna Investimenti). I passaggi logici di una riforma, sicuramente meglio gestibili a seguito di un commissariamento degli attuali Consorzi (che tagli legami e radici di "gestioni improprie"), paiono i seguenti:
Ricostruire la reale domanda insediativa delle imprese. Se si guardano i dati in tabella, i consorzi industriali sardi sono affetti allo stesso tempo da gigantismo (la più alta incidenza territoriale) e frammentazione (il maggior numero di enti gestori) e hanno la più alta percentuale di aree libere fra le regioni italiane (su questo esistono per la Sardegna dati più aggiornati, ma non confrontabili con le altre regioni). Eppure probabilmente sono “saturi”, perché la aree più appetibili sono in larga parte occupate e le aziende si insediano altrove: non solo nelle aree PIP comunali, ma anche nelle zone “D” (zone di insediamento produttivo dei piani urbanistici comunali, non finanziate dalla Regione), che ad esempio formano a tratti una spontanea "area industriale lineare” lungo la 131.
- Definire un modello coerente di organizzazione delle molteplici forme di gestione delle aree produttive e della loro promozione. Altri paesi (ad es. in Francia con l’agenzia Datar o in Galles con la WDA) hanno da tempo i loro collaudati modelli, che comprendono il ruolo di una agenzia regionale o pluriregionale di sviluppo, i rapporti con gli enti locali e con le diverse forme di insediamento e cooperazione fra imprese e infine le regole di promozione sia unitaria che specifica dei territori. Nel centro e nord Italia molteplici forme di gestione sono già in atto in modo sparso. Accanto ad alcuni (efficienti) Consorzi industriali vi sono modelli a macchia di leopardo, come quello del distretto industriale Maiella, con aree produttive istituite e ubicate sul territorio di ciascun Comune che ne assume la responsabilità di urbanizzazione e gestione, mentre il compito di “fare sistema” con servizi e infrastrutture di rete è affidato a un consorzio di sviluppo (il CISM, Consorzio Innovazione e Sviluppo Maiella) formato da Comuni e imprese del distretto. Altre forme di gestione rinvenibili (soprattutto nel nord Italia) sono interamente private, di natura locale o distrettuale.
- Disegnare un processo di trasformazione o soppressione degli attuali Consorzi industriali basato sul modello organico di cui sopra, ivi incluso l’elenco delle professionalità necessarie e le modalità di trasferimento del personale degli attuali enti o del loro reclutamento dal mercato.
Naturalmente resta sempre da vedere se “mappe del cambiamento” come quella prospettata in questo sito sono sovrapponibili alle mappe e alle logiche della attuale politica regionale: ce lo diranno i prossimi mesi.