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Quando l’acqua schizza fuori dal mortaio. Ovvero, i beni collettivi fra Stato, mercato e partecipazione dei cittadini

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di Stefano Sotgiu

Acqua. Oggi se ne parla molto. A livello nazionale ed a livello regionale. Acqua privata o acqua pubblica? Che succede nel nostro Paese? Ed in Sardegna? Esiste una terza via per governare questi problemi?


Abba in su pistone pistada, abba est e abba s’istada”, diceva mia nonna. Acqua. Oggi se ne parla molto. A livello nazionale ed a livello regionale. Acqua privata o acqua pubblica? Che succede nel nostro Paese? Ed in Sardegna? Esiste una terza via per governare questi problemi? Andiamo per ordine. La gestione dei commons, i beni collettivi, acqua, aria, suolo, risorse naturali, clima - addirittura genoma umano - è al centro di una battaglia epocale che vede contrapposte due opzioni culturali molto forti e dal chiaro programma ed una terza che si afferma pian piano nel dibattito culturale e politico a livello mondiale. Forse vale la pena di analizzarle.

 

Le grandi opzioni culturali nella gestione dei commons

acqua2La prima posizione è quella della gestione di mercato. E, più o meno, dice: “la gestione dei beni comuni, se lasciata alla sfera pubblica, viene gestita con enormi sprechi a causa dei fallimenti di stato”. Cioè dell’incapacità dello Stato a far pagare ciascuno di noi secondo le proprie preferenze rispetto al bene pubblico e del conseguente fenomeno di free riding. E’ difficile che chi usufruisce del bene pubblico dichiari in maniera completa le sue preferenze di consumo (quanto bene pubblico usa, ad esempio) , quindi è impossibile stabilire il giusto prezzo ed è difficile far pagare tutti.

In una variante più radicale, la posizione che favorisce il mercato sostiene che il bene pubblico gestito dallo Stato, finisce, in realtà, in mano a lobby politiche che lo gestiscono a fini opportunistici e clientelari. I politici ed i burocrati, infatti, hanno come unico scopo quello di massimizzare, gli uni la possibilità di essere rieletti, gli altri la propria influenza nella gestione dei budget pubblici.

Altro problema spesso citato dai sostenitori del mercato: spesso le finanze pubbliche non possono garantire l’ammodernamento tecnologico attraverso nuovi investimenti in ricerca e sviluppo. Da qui una rapida obsolescenza dei sistemi di produzione ed erogazione dei beni pubblici ed il loro progressivo deterioramento.

Qual è la cura per queste patologie nella gestione statale dei beni pubblici? Secondo questa posizione, a risolvere il problema pensa il mercato, che, attraverso il meccanismo di concorrenza, consente la determinazione del prezzo al livello più basso possibile, eliminando i surplus sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta e garantendo la rigenerazione del capitale attraverso nuovi investimenti.

La seconda posizione in campo è quella della gestione statale dei beni pubblici. Far gestire al mercato i beni di tutti non è corretto perché il mercato di per sé non può generare beni pubblici. Quando lo fa, genera quelli che l’Economia pubblica chiama fallimenti di mercato. Le imprese, in assenza di cooperazione fra loro, tendono a sfruttare il bene in maniera opportunistica fino a consumarlo perché hanno come unico scopo quello del profitto.

Anche qui, in una variante più radicale, le imprese agiscono in mercati non concorrenziali ma oligopolistici o monopolistici e per di più con un management incapace di pensare alla sostenibilità economica (e ambientale, condizione più stringente) nel lungo termine. Il cosiddetto short termism diventa ben presto un “prendi i soldi e scappa” con la cassa.

Qual è in questo caso la ricetta? Il bene pubblico non può essere dato in mano al privato, che tenderà sempre al fine opportunistico del profitto, il più elevato e rapido possibile. I privati poi non hanno alcun interesse fare nuovi investimenti ma a “spremere il limone” senza porre le condizioni per la sostenibilità nel lungo termine.

Che c’entra tutto questo con l’acqua? Queste sono le due posizioni più forti in campo. Sono novecentesche. Esiste solo lo Stato o il Mercato. Non esistono terze alternative. E sono trasversali. Nel nostro Paese, larghe fette della sinistra sostengono il Mercato, settori importanti della destra prediligono lo Stato.  Da circa dieci anni in Italia si parla di privatizzazione dei servizi pubblici locali, acqua compresa. La riforma parte dal centrosinistra ed approda, con il recente decreto Ronchi, attraverso gli anni ed i governi di diverso colore, all’approvazione da parte di una maggioranza di centrodestra.

Esiste però una terza posizione, antica, di nobile tradizione storica e culturale, portata oggi alla ribalta dall’assegnazione del Nobel per l’Economia ad una studiosa di governance, Elinor Ostrom. Cosa dice questa posizione, nella sostanza? I commons, i beni comuni, l’aria, l’acqua, le foreste, il suolo, etc…, possono essere ben gestiti anche in forma autonoma dai diretti beneficiari, i cittadini. A patto che ci sia informazione e comunicazione fra di loro. La Ostrom dimostra, attraverso l’analisi di molti casi tratti da contesti ed epoche differenti, che le forme di autogestione dei commons sono non solo possibili ma più efficienti.

In generale, si tratta di un filone che tende a considerare la diretta partecipazione dei cittadini alle scelte pubbliche come una maniera per meglio soddisfare i loro bisogni, attraverso l’ascolto e la valorizzazione delle loro opinioni, delle soluzioni che propongono, meglio se autogestite. Oggi, attraverso le nuove tecnologie ed il social networking, è possibile raggiungere grandi numeri nella partecipazione dei cittadini.

La versione “terza” più radicale, in maniera non del tutto immotivata, sostiene che lo Stato, attraverso le istituzioni democratiche elettive non rappresenta più la genuina volontà popolare - così vanno lette le crescenti quote di astensionismo elettorale nei paesi occidentali -, così come il Mercato – e la recente crisi finanziaria internazionale starebbe lì a dimostrarlo – tende all’unico scopo di depredare quanto più rapidamente e completamente possibile le risorse disponibili.

Qual è in questo caso la soluzione? Con forme istituzionali innovative è possibile includere i cittadini, i diretti beneficiari di un bene, nelle scelte collettive che li riguardano. Si può così migliorare la conoscenza delle loro preferenze, e, attraverso la diretta gestione di segmenti di servizio, favorire la loro responsabilizzazione nell’adozione di comportamenti corretti rispetto alla conservazione del bene pubblico e alla riduzione di sprechi ed inefficienze.

Il dibattito nazionale e quello regionale

A livello nazionale, oggi si registra, almeno sui media, una radicalizzazione delle posizioni. La trasversalità pro mercato sembra meno marcata. Il centrosinistra dopo una stagione di sostanziale appoggio alla privatizzazione della gestione di alcuni commons, pare ora orientato alla difesa della loro natura pubblica, il centrodestra prosegue e radicalizza, con il decreto Ronchi, l’approccio mercatistico alla gestione dei beni pubblici.

Carlo Scarpa, su La Voce.info sottolinea come però, spesso, gli steccati fra posizioni siano preconcetti.

“È triste che qualcuno chiami tutto questo “la privatizzazione dell’acqua”. È cattiva informazione, ai limiti della mala fede. Quello che si vuole è la messa a gara dei servizi. Se uno poi vuole mantenere la proprietà pubblica delle imprese lo può fare, ma queste devono dimostrare sul campo di valere almeno quanto quelle private. Si noti bene: le imprese pubbliche “brave” non avranno problemi, e in Italia per fortuna ne abbiamo diverse. Il timore di qualcuno è che la presenza dei privati aumenti i prezzi, in particolare dell’acqua. No, a questa obiezione la risposta è semplice: se non si vogliono i privati allora si faccia una gara, e se l’impresa interamente pubblica farà veramente prezzi più bassi, allora il privato non passerà. Avremo una gestione privata solo se sarà il privato ad avere prezzi più bassi, ma allora il problema non esiste.”

I prezzi, dovranno essere posti a confronto tramite una gara. Se si vuole evitare la gara, il socio privato – che potrà arrivare ad un massimo del 40% del capitale sociale - dovrà essere scelto con procedure di evidenza pubblica (ancora non regolate). Questo è il punto più controverso. Da un lato si afferma che in Italia sono le società miste a funzionare meglio nel settore delle utility, dall’altro si sostiene che il socio privato verrà scelto sulla base di pratiche collusive e che, di certo, incrementerà di molto le tariffe.

Il punto, molto più pregnante, è che ancora non sono state definite le regole con cui si faranno le gare e che, soprattutto, agli enti locali mancano gli strumenti per la valutazione della qualità nell’erogazione del servizio, sia che questo venga realizzato da imprese pubbliche, sia da società private.

 “Se l’impianto del provvedimento è sostanzialmente accettabile, lascia però aperti un paio di problemi. Il primo, risolvibile con un regolamento apposito, è come saranno fatte le gare. Il secondo è invece assai più serio, ovvero chi regola questi settori. (…) Dall’altro, i livelli di qualità rischiano di essere sacrificati se i comuni non hanno organi capaci di svolgere il monitoraggio”.

Il punto è: non c’è alcuna differenza per i cittadini fra un gestore pubblico inefficiente e clientelare ed un privato monopolista titolare di una concessione pluriennale. Le risorse pubbliche vengono drenate in un caso da un maggiore prelievo fiscale, nell’altro da tariffe più elevate.

E veniamo alla situazione sarda. Il servizio è gestito da Abbanoa, società pubblica che ha preso il posto di un cospicuo numero di società ed enti che gestivano ambiti territoriali più o meno vasti ed avevano dato vita ad una babele tariffaria ed operativa che doveva essere sanata. Abbanoa oggi si trova in difficoltà. Le sue perdite ammonterebbero (è d’obbligo il condizionale, in condizioni di scarsa trasparenza e guerra di cifre) a ottanta milioni di euro. Le cause sarebbero tante: lo stato della rete di distribuzione dell’acqua, le scarse risorse per gli investimenti, l’evasione tariffaria, la difficoltà a procedere agli incassi, ma anche un management non adeguato ed una gestione clientelare del personale. E poi un’immagine aziendale disastrosa. Per molti sardi Abbanoa è un carrozzone politico che pesa sui cittadini con pratiche burocratiche ingiuste e vessatorie per il vantaggio di pochi. Basta fare una chiacchierata con chiunque abbia avuto a che fare con la società per rendersene conto.

Detto ciò, oggi si chiede alla finanza pubblica di mettere rimedio al passivo di Abbanoa con risorse regionali per scongiurare il pericolo che i privati s’impossessino della gestione coprendo il deficit e poi ribaltando i costi sostenuti, aumentati di una tasso di profitto da monopolista, sui cittadini. Ma prima che ciò accada, prima che i cittadini, attraverso risorse regionali – che, com’è noto, derivano dal prelievo fiscale, cioè da tutti noi, progressivamente – debbano mettere mano al portafoglio, sarà il caso di vedere dentro il passivo di Abbanoa, correggendo ciò che di sbagliato c’è in quella società? Sarà il caso di attribuire ai cittadini Voice, come affermava Hirschman?

Una terza via: la parola ai cittadini

Forse, allora, è il momento di fare una riflessione sul ruolo che i cittadini possono avere nella gestione dei commons. Elinor Ostrom ci dice che, comunicando, tutti noi possiamo gestire le risorse pubbliche senza il bisogno dell’intermediazione dello Stato o del Mercato. Come fare però quando i numeri sono grandi?

C’è bisogno di nuove forme istituzionali nuove, che prevedano la diretta partecipazione dei cittadini. L’acqua, ad esempio, ma tutti i commons, potrebbero essere gestiti da società ad azionariato diffuso, con i cittadini chiamati ad esprimersi anche attraverso il ricorso alle nuove tecnologie, sulle più importanti scelte strategiche e gestionali. Ad esempio sulla scelta del management e sulla sua periodica riconferma, sui suoi compensi, sui livelli delle tariffe e sulla loro differenziazione in relazione alle diverse condizioni, sugli standard di qualità del servizio. I singoli potrebbero così essere responsabilizzati nell’uso della risorsa e partecipare al monitoraggio della qualità del servizio. Perderebbero quell’atteggiamento fatalista-populista che spesso li contraddistingue. Nel tempo diventerebbero migliori cittadini.

Periodicamente (ogni cinque-dieci anni) potrebbero essere tenute delle grandi Conferenze strategiche territoriali per una larga condivisione delle scelte sui beni pubblici. Annualmente, anche attraverso rappresentanti eletti direttamente dai cittadini, potrebbero essere realizzate assemblee dei soci aperte e trasparenti. Si pensi ad esempio alla gestione di alcune grandi società sportive ad azionariato diffuso. Attraverso i nuovi mezzi di comunicazione (cellulari, social network) potrebbe essere realizzato un monitoraggio capillare e fornita un’informazione costante ai cittadini. Insomma, il punto non è la mancanza di mezzi tecnici ed istituzionali. O ancora, in maniera forse più semplice (ma meno innovativa), si potrebbero far partecipare le organizzazioni rappresentative degli interessi diffusi dei consumatori alle assemblee dei soci con potere di voto. Il punto non è neanche di natura giuridica. Una regione a statuto speciale come la Sardegna potrebbe ben realizzare almeno la seconda ipotesi.

Insomma, no taxation without representation. I cittadini devono contare di più, direttamente, altrimenti è scorretta qualsiasi politica si faccia sui commons. Ripiano di perdite di società pubbliche o privatizzazione, l’acqua resta sempre la stessa. Ma questa volta, pestata e ripestata, potrebbe schizzare fuori dal mortaio.

by Stefano Sotgiu last modified 2009-12-07 11:46

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