Valutazione ed evoluzione
I sistemi di verifiche indipendenti dei risultati di governo
costituiscono il perno essenziale della trasformazione dell’homo politicus
nostrano in funzione di uno scambio di consenso più trasparente e produttivo. Dopo il precedente articolo sulle carenze di civiltà progettuale che rendono la politica zoppa, una ricognizione sull'attualità, sino all'ondata del "vaffa" collettivo di Grillo, e sulle tattiche della partita in corso fra spinte popolari al cambiamento e vecchie strutture di leadership.
Ci sono alcune porte nella politica italiana che restano
chiuse, nonostante gli elettori abbiano bussato parecchio. Quando nel 1993 con
un referendum nazionale oltre il 90 per cento dei votanti decretò l’abolizione
del finanziamento pubblico ai partiti sembrò una svolta storica. L’anno
successivo però le somme negate dai cittadini ai partiti furono prontamente
recuperate e anzi sensibilmente incrementate da questi ultimi, in una sorta di gioco delle
tre carte, con la crescita dei rimborsi elettorali, per un costo giunto a oltre 200 milioni di euro nel 2006, più i fondi destinati ai gruppi
parlamentari. La politica costa, si diceva e si dice, ma quelle italiane sono
cifre da capogiro rispetto agli altri paesi europei
(es.: 73 milioni il finanziamento pubblico dei partiti in Francia).
Insieme alle porte che aprirebbero la strada a una radicale riduzione dei costi della politica sono rimaste chiuse anche quelle che danno accesso alla valutazione indipendente dei risultati di governo, ovvero a un rapporto fra costi e benefici che i cittadini possano apprezzare su basi documentate. Disporre di organismi autorevoli e indipendenti destinati a tale funzione, come accade in diverse democrazie europee di più lungo corso, significa poter premiare le condotte più efficienti e i progetti migliori. Non a caso in Italia, in assenza di tali contenuti, lo spazio mediatico è troppo spesso occupato da una forma di infantilismo politico nel quale si collocano i siparietti degli annunci di misure per l’occupazione, la casa, l’istruzione, la crescita delle imprese. Dallo storico milione di posti di lavoro promessi dal balcone romano di “Porta a porta” sino ai piani locali di presunta risposta a emergenze occupazionali e sociali, tutti accomunati da una caratteristica: nessuno potrà mai leggerne gli esiti finali documentati, se non quelli giurati come reali e nel contempo irrisi come falsi entro arene tutte interne alla politica e alle appendici mediatiche dei “pastoni”.
Anche in Sardegna gli elettori hanno bussato più volte, senza avere maggiore fortuna. Nel 1992 venne sottoscritta la richiesta di un referendum per la riduzione da 80 a 60 del numero dei consiglieri, che però non si tenne perchè il Consiglio Regionale con abile mossa presentò una proposta di legge proprio per la riduzione del numero dei consiglieri. Peccato che alla proposta non fu dato seguito, anzi: gli 85 consiglieri sardi odierni fanno segnare una densità record del rapporto eletti/abitanti, per cui ad alcuni basta una manciata di voti (poche centinaia) per essere eletti. Pochi anni più tardi, il 21 novembre del 1999, i sardi votarono in un referendum (stavolta celebrato) a favore della riduzione del 40 % dello stipendio dei consiglieri, ma non accadde nulla. Nel 2005, infine, un comitato di cittadini (Il Grifone) ha raccolto parecchie migliaia di firme per una ulteriore proposta di legge volta alla riduzione del 50 % delle indennità dei consiglieri: ancora invano.
Cosa è cambiato
Qualcosa tuttavia è cambiato. Anche grazie a una recente pubblicistica e saggistica, sommata alla memoria storica, sono ormai noti alla più parte degli italiani due aspetti:
- la somma di privilegi economici personali nei livelli alti della politica (con gli emolumenti maggiori d’Europa e le pensioni più privilegiate per parlamentari nazionali e consiglieri regionali) si è coniugata con una concezione vitalizia del ruolo del politico, sino alla formazione di ciò che in modo colorito è stato definito una casta e che in termini sociologici si è configurato come un ingombrante e in parte parassitario ceto sociale, affollatissima élite fra i 180.000 eletti italiani;
- la classe partitico-parlamentare italiana ha adottato da almeno un quindicennio precise tecniche di autoconservazione, ben sapendo che il rapporto dei cittadini con la politica oscilla ciclicamente fra la tempesta e la risacca. Da qui la prassi di far passare semplicemente del tempo nelle fasi più alte della protesta, adottando riforme di bassa portata e se il caso riducendo alcuni costi per poi reintrodurli in altra forma. La tecnica più gettonata, nei momenti tesi, è sempre quella del dibattito. Che deve essere lungo e complesso, perché se no scadrebbe nella demagogia... In effetti i dibattiti anche vivaci e le riforme annunciate ad alto volume, da sfumare poi lentamente, sono stati il toccasana “democratico” nella conservazione del ceto politico, perchè anche la protesta ha un suo ciclo di vita, come i prodotti (tangentopoli insegna: dall’alta marea dei lanci di monetine al totale riflusso).
E’ dalla consapevolezza di questi aspetti che è nata recentemente, ultimo grido in fatto di ossimori, la diplomazia del “vaffanculo” (pudicamente “vaffa” nei giornali radio) elaborata da Beppe Grillo, che con la capillare organizzazione dei comitati collegati al suo blog (il maggiore d’Italia) incredibilmente è riuscito a trasformare la satira, anche estemporanea, in programma d’azione. Un programma scarno (rozzo per i detrattori) che ha lanciato una legge di iniziativa popolare di tre punti: incompatibilità delle cariche elettive con le condanne penali definitive; eleggibilità per un massimo di due legislature; preferenza diretta dei candidati al voto. Punti tanto semplici e chiari che, pur nell’imbarazzo per lo slogan accompagnatorio, sono stati condivisi da un discreto numero di politici (oltre che dal procuratore generale della Corte dei Conti, Claudio De Rose), compreso il probabile futuro presidente del partito democratico Walter Veltroni.
La diplomazia del “vaffa” tende a rompere le tattiche dilatorie anche a costo di soluzioni relativamente rozze. Se porre per legge il limite delle due legislature può tagliare fuori dal parlamento alcune leadership di alto profilo, è probabilmente l’unico modo per rovesciare la dominante concezione vitalizia del proprio ruolo da parte di una classe politica che non ha saputo autoregolarsi. Allo stesso modo, a chi accusa le proposte popolari di riduzione dei compensi parlamentari e consiliari di offrire spazio a una politica dominata dai ricchi, si può rispondere che probabilmente ciò sarebbe stato vero per qualche decennio dal dopoguerra in poi, sino a quando l’antidoto non si è trasformato in veleno, posto che nel Parlamento e nei più munifici consigli regionali odierni (Sicilia e Sardegna in testa) i 5 anni di legislatura di un eletto si traducono in emolumenti complessivi che vanno dal milione di euro in su (oltre che nel diritto a una pensione precoce privilegiata), facendo quindi diventare ricchi e garantiti a vita i politici dei maggiori livelli di rappresentanza elettiva.
Le onde popolari di riforma come quella sollevata da Grillo hanno il pregio di essere impetuose e concrete, tuttavia sono pur sempre onde e possono infrangersi su un establishment partitico e parlamentare che più volte ha funzionato come inesorabile frangiflutti, disinnescando proposte popolari di referendum e di legge. Anche per questo la creazione di una prassi di valutazione indipendente dei programmi merita un’attenzione particolare: con essa infatti non si crea un’onda, piuttosto si alza il livello della superficie, attraverso un lavoro istituzionalizzato che consente di trarre un feedback continuo, e non di parte, dalla progettualità messa in atto, evidenziando fallimenti e successi. E’ la cosidetta “accountability democratica”, ossia il dovere dei politici di rendere conto ai cittadini dei risultati raggiunti attraverso la valutazione di organismi tecnici.
L’assenza di un tale feedback istituzionale, col lungo trascinarsi di una concezione della politica che va dal nobile artigianato di ideali alla ciarlataneria di interessi e privilegi (con oscillazioni anche brevissime fra questi due estremi), ha sinora trovato un falso alibi nel consenso elettorale. Falso perchè le democrazie moderne, non populiste e non demagogiche, si fondano anche sulla possibilità dei cittadini di essere informati da fonti terze e attendibili sui risultati di governo. Per lo stesso ordine di motivi in ambito economico un oligopolio non può giustificarsi con le vendite ottenute e con il “consenso” dei consumatori, perchè il mercato, come sostenuto già da Adam Smith (padre dell'economia classica che non sapeva di essere un economista e si considerava un filosofo morale) non è affatto una istituzione naturale, bensì un sistema di regole certe entro cui sviluppare iniziative e lavoro.
In fatto di regole l’Italia ha mutuato da altre esperienze, a partire dagli anni ’90, importanti istituzioni politico-economiche (le autorities, il garante della concorrenza), ma ancora stenta a mutuare, e adattare ai contesti nazionale e regionali, gli istituti tecnici della valutazione. Finchè ciò non accadrà sarà relativamente difficile elaborare politiche di sviluppo efficaci e persino riflettere sui contorni reali dei processi in atto. Un esempio per tutti: il turismo.
Assenza di valutazione e misteri del turismo
La regione europea nostra vicina, la Corsica, ha seguito un
modello di sviluppo turistico alquanto diverso dal nostro. Con un territorio
pari a poco più di un terzo (8.681 kmq) di quello sardo e una popolazione di
circa 6 volte inferiore (278 mila abitanti nel 2006), la Corsica produce un
valore aggiunto turistico infraregionale di oltre 1.500 milioni di euro, che porta a incidere per il 36 % sul PIL della regione, non molto distante
dal nostro dato di circa 2.000 milioni di euro (per la Corsica: stima 2004 su
fonte Insee; per la Sardegna: stima 2003 dell’Isri su base Istat e Mercury).
Nel 2006 gli arrivi in Corsica negli alberghi e campeggi sono stati pari a
2.050.000, nettamente superiori al corrispondente dato di 1.863.000 per la
Sardegna (gli arrivi totali con l’offerta complementare sono stati 1.932.000.
Dati ufficiali Insee e Istat). La diversità dei modelli si coglie nel ruolo
attribuito ai campeggi, immersi nel paesaggio, i quali in francese, alludendo
agli aspetti qualitativi, si chiamano anche - ufficialmente - “hotels de plein
air”. In Sardegna il 79% degli arrivi è confluito in albergo, mentre in Corsica
gli alberghi hanno richiamato solo il 58% degli arrivi. Se poi guardiamo alle
giornate di presenza ben il 57 % in Corsica è assorbito dai soli campeggi
contro il 22,5 % della nostra isola. Su tutti spiccano infine i dati della
ricettività: in ambito alberghiero la Sardegna ha 94.606 posti letto, ben 9
volte più della Corsica (10.876), e nei campeggi non è da meno con 66.765 posti
letto (inclusi i villaggi vacanze) rispetto ai 19.982 della Corsica (dati
aggiornati al 2006). Con un tale dispiegamento di mezzi, come si vede, otteniamo
un vantaggio economico che espresso in termini relativi è di gran lunga più
basso di quello dei nostri cugini e in termini assoluti non si allontana di molto.
Appare allora tanto facile quanto purtroppo insolito chiedersi: quanto ha influito in Sardegna l’incentivazione “cieca” del settore alberghiero? Con quale consapevolezza (economica, paesaggistica) si è perseguito l’attuale modello di offerta? Inoltre, brutalmente: a che servono le spese pubbliche di promozione turistica? Quest’ultima domanda se l’è posta nel 2001 la Chambre régionale de comptes de Corse, valutatore indipendente, con un dossier che analizzava l’attività decennale della agenzia pubblica regionale del turismo. Gli addebiti erano pesanti: incapacità di soddisfare la missione strategica, costi di funzionamento elevati, politiche di sostegno prive di verifiche di impatto. Oggi l’agenzia corsa per il turismo esiste ancora ma con un ruolo più modesto e mirato (sito internet e accoglienza). “La Corsica, semplicemente, spende pochissimo in promozione eppure i turisti arrivano”: è la sintesi lapidaria di un addetto ai lavori corso (Michel Biggi) nell’ambito di un seminario del programma di cooperazione fra isole europee “Gederi” tenutosi nel 2006. In Sardegna invece quello della promozione è un tema perennemente caldo, mal valutato o sopravvalutato in assenza di verifiche di impatto e anche per questo forse origine di incertezze istituzionali (come nel caso dell’agenzia Sardegna Promozione, non ancora attivata a oltre un anno dalla sua istituzione per legge).
Altri mondi esistono, l’innovazione è possibile
Simili raffronti sulla base di esperienze di altri paesi si possono fare (e magari si faranno in questo sito) su numerosi temi, come quello delle politiche del lavoro, dove si può comparare la deludente esperienza sarda, priva di feedback, con quella gallese o inglese basate sul continuo affinamento dei modelli di intervento a seguito delle verifiche e delle proposte del Wales Audit Office e del National Audit Office.
Considerato che la Sardegna è stata una regione pioniera in alcuni traguardi (si pensi al primo piano paesaggistico regionale), è possibile adottare anche da noi una prassi istituzionale della valutazione, creando un autorevole organismo indipendente che produca resoconti accessibili a tutti? Sarebbe il miglior biglietto da visita di una esperienza di legislatura in chiaroscuro, tormentato battesimo del presidenzialismo, che voglia presentarsi nel 2009 con almeno l’annuncio e i presupposti di una mutazione genetica verso una nuova credibilità politica.
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