Nuova Mineraria Silius, ovvero come non intervenire nelle imprese in difficoltà
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Il settore pubblico deve difendere i posti di lavoro o i lavoratori? Ecco una storia esemplare. La ricostruiamo in dettaglio, perché ognuno possa farsi un'idea di quanto costa non capire l'enorme differenza che passa tra le due opzioni. Le polemiche sulla Nuova Mineraria Silius (di seguito NMS) sono esemplificative di come spesso si discuta senza che la “pubblica opinione” sia messa nelle condizioni di potersi formare una “opinione”. Riteniamo invece che ciò sia importante, non per individuare chi ha ragione (per noi di nessun interesse), ma per capire le basi sulle quali sono state assunte le decisioni e se queste siano o no coerenti con l’obiettivo di favorire, laddove possibile, una ripresa produttiva dell’azienda in difficoltà, in linea con le regole comunitarie e la sostenibilità economica e finanziaria dell'iniziativa. La Commissione EuropeaIn tal senso è interessante leggere i documenti (in allegato) del procedimento con il quale la Commissione Europea ha ritenuto illegittimi 98,36 milioni di euro di aiuti concessi dallo Stato italiano (anche e soprattutto nella persona della Regione Sardegna) alla società mineraria Nuova Mineraria Silius. Aiuti ritenuti incompatibili con le regole in materia di aiuti di Stato contenute nel trattato CE. La Commissione ha constatato che, ogni anno, dal 1997, la Regione Sardegna ha trasferito fondi pubblici per ripianare “perdite costanti di NMS, mantenendo in attività una società che altrimenti sarebbe fallita”. Società “che, nel 2004, realizzava un fatturato di 4,96 milioni di euro con un organico di 163 unità”. La Commissione rileva come “la società sia stata creata nel 1992 da RAS e da Minmet Financing Company. Ras ne ha successivamente assegnato la proprietà (il 97,5% nel 1996 ed attualmente il 100%) all’Ente Minerario Sardo (EMSA). Nel 1998 EMSA è stato posto in liquidazione. Il Commissario liquidatore aveva ricevuto il mandato di privatizzare le attività nella misura del possibile e, altrimenti, di procedere alla loro chiusura. Tuttavia, quando i tentativi esperiti per privatizzare NMS sono falliti ed EMSA ha cessato le attività (giugno 2002), NMS non è stata liquidata” bensì “mantenuta in vita mediante fondi pubblici”. Per l’esattezza, la Commissione rileva come la NMS abbia beneficiato durante gli ultimi anni di continui trasferimenti di risorse pubbliche da parte del “suo socio unico RAS” (incluse le risorse trasferite fino al 2003 per mezzo dell’EMSA), con l’obiettivo di “coprire le perdite costanti nell’ambito della gestione preliquidatoria”. Dal 2001, anno della prima fallita privatizzazione, questi trasferimenti sono stati pari a 55,97 milioni di euro (circa 11 milioni di euro all’anno), e venivano imputati nel bilancio regionale alla voce “RAS c/copertura perdite future” e “EMSA c/copertura perdite future”. Alla NMS sono stati inoltre concessi aiuti per 7,66 milioni di euro a valere sulla L.488/92 e 1,869 milioni di euro in virtù dell’art.9 Legge 752/82 (fondi non ancora versati). La notifica, finalmenteIl 30 novembre 2005, in seguito alla mancata privatizzazione, finalmente, l'attuale Giunta decide di notificare alla Commissione Europea un progetto di nuovi conferimenti di capitale a favore della società per un importo di 24 milioni di euro. Il nuovo capitale avrebbe dovuto “permettere la realizzazione di investimenti consistenti nella preparazione dello sfruttamento di nuovi giacimenti più profondi, che si prevede aumentino il contenuto di fluorite dei minerali estratti e la produzione globale della miniera”. La Commissione, nel decidere di vedere chiaro nell'intera vicenda, evidenzia come simili aiuti “possono essere autorizzati unicamente se sono rispettate le rigorose condizioni indicate negli orientamenti comunitari di imprese in difficoltà”. Nel constatare che tali condizioni non erano soddisfatte, la Commissione ha ritenuto che i trasferimenti in questione dovessero essere considerati come “aiuto illegale al funzionamento” e pertanto ha intimato all’Italia di “recuperare dalla NMS l’aiuto illegalmente concesso pari a 98,36 milioni di euro”. Interessante la dichiarazione del Commissario incaricato della Concorrenza, Neelie Kroes: “l’aiuto al funzionamento destinato a ripianare perdite di imprese in difficoltà è il tipo di aiuto più distorsivo della concorrenza in quanto danneggia quelle imprese che cercano di rimanere attive senza sostegno pubblico”. Il 28 luglio 2006 l’assemblea straordinaria della NMS ha deciso di presentare domanda di fallimento. Il resto è storia recente. La vicenda pone alcune questioni strettamente attinenti agli interventi che, nella nostra Regione, come pure nel resto del Paese, nel corso dell’ultimo decennio, sono stati attuati e si continua a progettare per assistere le imprese in difficoltà. Tutti partono da un presupposto fondamentale: l’assenza di qualsivoglia credibile progetto di ristrutturazione aziendale. L’aiuto, in questa situazione, non assume il carattere di misura eccezionale, previsto dalla normativa comunitaria, ma è un’operazione che si limita a perpetuare la situazione esistente. L’aiuto non è dunque temporaneo, non viene erogato sotto forma di garanzia di crediti o erogazione di crediti da rimborsare, non è assistito da un piano di ristrutturazione o di liquidazione, né è di importo e intensità limitata. L’aiuto viene spesso concesso “di nascosto”, senza farlo precedere dalla necessaria ed obbligatoria notifica alla Commissione Europea (della serie “Io, speriamo che me la cavo”), per evitare il controllo comunitario sul programma di ristrutturazione. Il tutto ovviamente con l’obiettivo di rinviare sine die la soluzione del problema vero che è collegato a tutte le ristrutturazioni di imprese in crisi: ha senso mantenere in vita con risorse pubbliche un’impresa che, invece di creare ricchezza, la distrugge? Sarebbe utile se, invece di andare alla caccia del colpevole, si avessero risposte chiare a questo interrogativo, tanto più che il vizio di accanirsi terapeuticamente su imprese decotte non sembra essersi esaurito con la passata legislatura. Ogni dipendenteUn solo dato: ogni dipendente della NMS è costato alla collettività 603.436 euro (1.168.414.200 vecchie lire) in poco più di cinque anni, senza che l’azienda sia stata in grado di remunerare anche solo parzialmente il fattore lavoro. Con quella cifra un dirigente industriale al minimo salariale potrebbe essere pagato per circa 8 anni; un impiegato per 15 anni. Domanda alla quale si spera qualcuno possa e sappia rispondere: non era meglio spendere il denaro dei contribuenti per fornire sussidi temporanei ai lavoratori che avrebbero perso il lavoro nella ristrutturazione, favorendo laddove possibile il loro reimpiego in altre attività, piuttosto che in sovvenzioni per tenere in vita impianti in perdita? Invece di accelerare la chiusura e, con le risorse disponibili, favorire la creazione di imprese nuove ed innovative, si continuano a “tenere a galla” con denaro pubblico baracconi improduttivi. E quand’anche si riuscisse a privatizzare: a quali condizioni verrebbe effettuata la vendita? Quale il progetto di ristrutturazione, chi e come lo valuta? Quali i benefici che l’acquirente si attende per avere fatto un favore alla Regione (ulteriore perdita)? E ora?Il futuro da questo punto di vista non appare roseo, anzi piuttosto cupo. La lettura degli atti conseguenti della Giunta (1-2) è sufficiente per capire come la Regione non sembri intenzionata a puntare a percorrere l’unica strada possibile: l’individuazione di un nuovo concessionario, in grado di portare avanti una ristrutturazione dell’impresa e operare sul mercato in regime di concorrenza. Questa strada, infatti, in caso di mancata individuazione di un concessionario, si concluderebbe necessariamente con la definitiva chiusura della miniera. Un'ipotesi, quella del venir meno di concorrenti interessati o affidabili, assai probabile, come rilevato dallo stesso Presidente Soru nel 2004 nel corso di un incontro con i sindacati, visti inoltre i vincoli imposti nel bando, i problemi connessi all'ambientalizzazione del sito e l'incertezza delle prospettive economiche dell'attività. Ciò ha spinto la Regione a preparare una zattera di salvataggio, prevedendo nella deliberazione del 4 ottobre 2006, “la costituzione di un soggetto giuridico, anche controllato interamente dalla Regione [tramite la SFIRS?] che partecipi al bando e, in caso di aggiudicazione, realizzi un piano industriale come qualsiasi operatore in economia di mercato”. Ma non solo. La Giunta si è anche impegnata "a sostenere l'approvvigionamento di risorse private o eventualmente pubbliche per il sostegno del Piano Industriale, con una prospettiva di utile lordo, stimato tra i 23 ed i 37 milioni di Euro a seconda della dinamica dei prezzi di vendita dela fluorite, senza peraltro tener conto dei costi delle bonifiche". Insomma, siamo punto e a capo: alla Regione imprenditrice che confonde l’economia di Stato con quella di mercato. Cosa ne pensa la DG Concorrenza della Commissione Europea di questa nuova operazione? Forse, una buona volta, sarebbe più opportuno lasciare al mercato di fare il proprio mestiere, invece di continuare a “sognare una politica industriale dirigista” utile, forse, per la politica, ma senza sbocco per l’impresa e per i suoi lavoratori. Ed una volta tanto vedere cosa succede.
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