Bilanci pubblici, non d'azienda
La Corte dei Conti ha rinviato alla Corte Costituzionale il Bilancio 2006 della Regione, perché ne accerti la conformità all’articolo 81 della Costituzione. I commenti prescindono quasi tutti dal merito. Vale la pena, invece, partire da qui per ragionare sul tema specifico del Bilancio e, più in generale, sul momento di evidente difficoltà della politica in Sardegna. Occorre distinguere tra il preventivo 2006, il consuntivo 2006, la finanziaria 2007. Al momento di formulare il Bilancio del 2006 la Giunta aveva completato la ricognizione della eredità lasciata dal centro destra in materia di conti pubblici: spesa fuori controllo (quella pro capite per farmaci era cresciuta, tra il 1999 ed il 2004, dell’86% portando la Sardegna dal 14° al 5° posto, tra le peggiori in Italia), politica delle entrate che, per l’insipienza regionale e le politiche nazionali di Tremonti, vedeva la Regione incassare 4/10 di IRPEF (contro i 7/10 previsti dallo Statuto). La conseguenza era stata la moltiplicazione per sei dell’indebitamento (da 0,5 a 3 miliardi di euro). La Giunta decideva di agire sulla spesa (quella per farmaci, ad esempio, ha smesso di crescere e si è anzi ridotta) e sulle entrate (chiedendo, sin dal 2006, il ripristino dei corretti calcoli sull’IRPEF e una maggiore compartecipazione IVA). In questa logica iscriveva a Bilancio le entrate attese. La finanziaria nazionale del 2007 ha adeguato, ma solo dal 2010, le compartecipazioni regionali (con maggiori risorse, al netto di quelle da destinare alla sanità, superiori ai 2 miliardi di euro). Al momento della presentazione del consuntivo il quadro era chiaro. Sarebbe stato opportuno riconsiderare il Bilancio, eliminare le previsioni di entrata non più esigibili nel 2006, eliminare tutte le voci di spesa non attivate, ricalcolare il saldo e coprire la differenza con l’autorizzazione ad accendere un mutuo. Non esistendo esigenze di pagamenti immediati l’autorizzazione al mutuo sarebbe stata un puro fatto contabile, volta a bilanciare la spesa in termini di competenza finanziaria. La scelta compiuta dal Presidente della Regione, assecondato dalla maggioranza del Consiglio, fu quella di ragionare in termini di competenza economica: “le risorse non servono per immediati pagamenti, in futuro ci saranno, è inutile accendere un mutuo per coprire il disavanzo di amministrazione”. É la regola dei bilanci delle aziende private che è accompagnata, però, da un sistema di sanzioni civili (il fallimento) e penali (il falso in bilancio). La contabilità pubblica prevede, invece (ed è giusto che sia così, per evitare previsioni “fantasiose” di entrate, in esercizi sempre più lontani), la competenza finanziaria e, in particolare, prevede che, anche per le leggi pluriennali di spesa, le risorse utilizzabili siano solo quelle “di competenza attribuite a ciascuno degli anni considerati nel bilancio pluriennale”. Le entrate previste per gli anni tra il 2013 ed il 2015 si collocavano fuori dall’orizzonte del bilancio pluriennale regionale. La Corte dei Conti ha posto questo problema. Non esistono, invece, rischi di azioni esecutive contro la Regione perché queste potrebbero derivare da ritardati pagamenti e non risulta, ad oggi, che ci siano problemi di cassa. Nei commenti la vicenda si collega alla distinta impugnazione della legge finanziaria per il 2007, da parte del Governo, che si oppone alle decisioni regionali in materia tributaria. Malgrado l’articolo 119 della Costituzione consenta, dal 2001, alle Regioni “autonomia di entrata” la Corte Costituzionale ha subordinato l’esercizio dell’autonomia all’emanazione di una legge nazionale di “principi generali di coordinamento del sistema tributario”. Solo giovedì il governo Prodi ha approvato un disegno di legge in materia, cominciando a recuperare i ritardi accumulati dal centro destra. Ci sono poi, in materia, delicati problemi di appropriatezza delle scelte compiute dalla Regione. Si tratta, comunque, di questioni complesse nelle quali la decisione politica non può essere disgiunta da una valutazione delle “tecnicalità”. I cittadini sarebbero più garantiti se “la regolarità di decisioni e leggi in materia finanziaria e contabile, caratterizzate da un elevato grado di complessità, fosse certificata da autorità indipendenti. Si tratta di leggi giustamente escluse da possibili consultazioni referendarie, ma che, proprio per questo, richiedono un surplus di trasparenza e di certificazione, sottratta alle variabili regole della onnipotenza della politica”. Una simile proposta era stata avanzata in occasione di un convegno sul nuovo assetto istituzionale della Regione. Se la legge statutaria, invece di concentrarsi solo sul conflitto tra poteri interni alla Regione “istituzione” (Presidente contro Consiglio), avesse avuto l’ambizione di regolare la Regione “comunità” un simile tema, a partire dal supporto che a Giunta e Consiglio potrebbe fornire la Corte dei Conti (come pure era stato proposto), avrebbe potuto essere affrontato. Ora si tratta di risolvere i problemi senza chiusure, guidate dalla mera contrapposizione politica, recuperando, con regole chiare, e rispettate, il contributo di quelle competenze che si mobilitarono per favorire il superamento della sciagurata esperienza del centro destra. Pare a me che rilevanti competenze siano presenti anche nell’attuale opposizione se solo si ha la lucidità di guardare sotto la querula esibizione di un ex presidente. E' inutile dire che un bipolarismo meno urlato sarebbe utile a tutti. Volete aggiungere un commento? Inviatelo a commenti@insardegna.eu, indicando il vostro nome e cognome (obbligatorio) e specificando nel soggetto del vostro messaggio il titolo di questo articolo. |