Elogio della forma da parte di un anticonformista
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"Elogio della forma da parte di un anticonformista”: con questo titolo un maestro del diritto pubblico, una decina d’anni fa, mostrava come lo stato di diritto nasca dall’incontro della forma e delle garanzie, in particolare delle forme col giudizio e col giudice. E’ il principio di legalità infatti ad esigere che il potere si esprima in determinate forme giuridiche e sono queste forme le garanzie esplicite che offre lo stato di diritto. Ciò che invera lo stato di diritto è la grande idea di un potere che si manifesta in forme giustiziabili, ossia di un potere che si rivela secondo regole e procedure predeterminate e, dunque, controllabili dalla stessa amministrazione coi suoi organi di controllo e dal giudice ove richiesto dal cittadino leso dall’atto dell’autorità. Ora, bisogna intendersi: l’agire non formale dell’autorità non equivale, secondo una visione rozza e profana, ad un agire più veloce e più utile dell’amministrazione; l’agire senza il rispetto delle forme prefissate è il ricorso alle vie di fatto, all’esercizio del potere in modo arbitrario, al di fuori delle regole. E’ la disgiunzione fra legalità e garanzie. E’ l’arbitrio e la sopraffazione senza rimedio, senza giudice. A ben vedere è questa l’idea che sta al fondo dell’impostazione dei neocons, che non a caso si definiscono libertarian e predicano una loro speciale anarchia, perché vogliono svincolare le corporations e il mercato dalle regole e dalle leggi. E’ questo il diritto della globalizzazione che non è statuale ma è una sorta di lex mercatoria creata dalle stesse corporations attraverso le convenzioni internazionali predisposte dai grandi studi legali internazionali, oramai produttori del diritto laddove non arrivano gli Stati. Di qui nasce la contestazione del diritto statale e degli Stati come produttori di regole, perché questa è la via per scardinare le grandi Costituzioni democratiche e i diritti inviolabili (non commerciabili, fuori mercato) ch’esse in questi duecento anni si sono sforzate di riconoscere. Nessuno può dimenticare che nel mondo senza regole, dove contano le vie di fatto, vince il più forte, mentre i deboli possono trovare riparo ed avere eguaglianza solo attraverso la legge, se essa – come la nostra Costituzione - è il prodotto delle grandi forze democratiche. Ecco perché quando si attacca la rappresentanza, quando la si deforma allontanandosi in modo eccessivo da una fedele riproduzione di essa nelle Assemblee parlamentari (v. referendum Segni-Guzzetta) non si può transigere; ecco perché non si può tacere quando i parlamenti sono messi in balia di capi; ecco perché bisogna reagire con fermezza quando un governante o governatore attacca il sistema delle forme e delle garanzie, contestando o sbeffeggiando l’incontro del potere formalizzato (ossia regolato) col giudice o con gli organi di controllo. In tutti questi casi il merito passa in secondo ordine, perché l’oggetto dello scontro sono le garanzie, è il principio di legalità e questi sono l’essenza della democrazia. Su questo non sono ammesse sottovalutazioni o peggio tifoserie. Da questo punto di vista l’attacco di Soru alla Corte dei conti non consente giustificazioni anche perché egli denuncia l’inadeguatezza della Corte proprio quando essa dà prova di grande indipendenza e svolge con obiettività la sua funzione di controllo. Che bel controllo sarebbe s’esso si risolvesse sempre in un sì! Allora sì che si tratterebbe di un inutile rito! O che affidabilità darebbe un organo di controllo nominato e pagato dal controllore, come sembra piacere a Soru! D’altronde, la Corte ha sollevato questioni che già prima in molti avevamo evidenziato, mettendo in guardia il Presidente e ha rimesso la questione alla Corte costituzionale, non ad un Collettivo politico giuridico. Soru parteciperà ad un giusto procedimento e il giudizio sarà giusto perché frutto di un pieno contraddittorio. Sarà un giudizio, certo da sottoporre a vaglio critico, ma da accettare con rispetto qualunque esso sia. Altra cosa sono poi i formalismi, i barocchismi inutili e senza ragione. Questi vanno ovviamente combattuti con appropriate riforme delle procedure, delle tecniche, delle professionalità. Ma guai a portare fuori dall’alveo della giurisdizione il controllo, verrebbe meno o si attenuerebbe la terzietà, che delle garanzie è l’anima. La verità è che non ci si accorge che Soru ha una cultura istituzionale di tipo libertarian o neocons, del tutto al fuori della tradizione della sinistra democratica italiana, che non è vaga perché ha la sua espressione nella Costituzione repubblicana. E colpisce che forze di progresso quali sono quelle del centrosinistra e della sinistra per ragioni di schieramento si acconcino ad una politica istituzionale e sociale di destra, consolandosi con le sparate pseudoambientaliste e pseudo identitarie o falsamente moralizzatrici e rinnovatrici di mister Tiscali. Volete aggiungere un commento? 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