Qualche considerazione, partendo da molto lontano, sul ruolo delle banche locali
C’è posto per le “banche locali” nell’economia globale? E le fondazioni ex-bancarie hanno ancora un ruolo da giocare nel credito (locale)? Sapelli ne ha parlato in una recente intervista data al Sole 24 Ore. Gli abbiamo chiesto di approfondire l’argomento per inSardegna.eu. Ne è nato un contributo che accompagna il lettore lungo un percorso nel quale non sono ammesse risposte semplicistiche. Per ridisegnare il ruolo di una banca locale – sostiene infatti Sapelli – bisogna prima capire come la net economy sta cambiando non solo i mercati finanziari ma anche l’idea stessa di “comunità locale”.
Le trasformazioni
dell’economia mondiale stanno radicalmente alterando le regole della
competizione tra tutti gli attori delle popolazioni organizzative che
costituiscono le contemporanee forme dei mercati.
Tra di esse spiccano gli intermediari finanziari, quali che siano le forme che essi assumono. Tali modificazioni sono essenzialmente riassumibili nella globalizzazione dei mercati e nella digitalizzazione dell’economia. I fenomeni più rilevanti sono i seguenti.
In primo luogo la disintermediazione e la trasmigrazione del valore. Infatti la diffusione dell’informazione e la globalizzazione dei mercati finanziari e del lavoro tendono ad amplificare e accelerare i normali segnali del mercato, facilitando l’intersezione e l’ampliamento delle catene del valore, consentendo l’ingresso di nuovi attori.
Intermediari, agenti, brokers, distributori, il cui ruolo era quello di amplificare i segnali del mercato valorizzando informazioni a ristretta diffusione lungo le catene del valore, sono sostituiti dall’informazione digitale.
In secondo luogo l’integrazione digitale. L’accesso da parte di piccoli operatori a grandi network informativi e di comunicazione tende a ridurre in modo significativo il ruolo delle economie di scala.
Mentre le catene del valore vengono destrutturate e ricostruite digitalmente, si creano opportunità di accesso per nuove e piccole popolazioni organizzative all’interno di sistemi che in precedenza erano caratterizzati da elevatissime barriere all’entrata. In questo processo il consumatore diviene parte attiva dei cicli produttivi potendo intervenire nella progettazione del bene/servizio di cui è destinatario. Tale processo di integrazione su scala globale tende a far divenire ciascun produttore che crea e invia informazioni sul Net anche un consumatore quando accede al bullettin board di altri servizi.
In terzo luogo l’innovazione e la commoditizzazione. La crescente competizione sta provocando una progressiva riduzione dei cicli di vita dei prodotti e dei servizi, che ha come conseguenza la loro commoditizzazione, ossia la loro ampia disponibilità, e soprattutto la percezione da parte del consumatore di rappresentare un bene di qualità “dovuta”, ossia che corrisponde alle aspettative sempre crescenti di un mercato sempre più soggettivo. Ciò implica che il produttore non è più in condizione di richiedere premi di prezzo per tali forniture, le quali, pur rimanendo sul mercato ed essendo ancora utilizzate, non costituiscono più dei generatori di valore.
La principale conseguenza della “maturazione” dei beni e dei servizi è che il produttore tende a recuperare in termini di efficienza e produttività quanto viene perso del valore su mercati in così rapida trasformazione (ne consegue il paradosso che la produttività è molto maggiore nei settori maturi a basso valore aggiunto che non in quelli innovativi che precorrono le migrazioni di valore).
In definitiva, la crescente dinamica della domanda di innovazione diventa una forza storica che consente la possibilità di essere leader nella generazione di valore solo alle organizzazioni che anticipano i trend di crescita di una economia sempre più disintermediata e fondata sulle soggettività del mercato.
La stessa conoscenza tende a subire fenomeni di commoditizzazione; ossia il valore dell’informazione tende sempre di più a non essere quello del dato spurio, ma quello derivante dalla capacità di collezionare informazioni, dandone interpretazioni originali e indicando conseguenti azioni per creare nuove aggregazioni di capabilities. E’ questo il motivo per cui nelle organizzazioni tenderanno ad assumere posizioni di preminenza le human resources “creative”.
Tutto ciò con la consapevolezza che la rivoluzione della conoscenza sta determinando rilevanti accelerazioni di tali dinamiche, provocando fenomeni denominati di “migrazione del valore” (da un prodotto/servizio a un altro, da un punto della catena del valore a un altro).
I flussi migratori del valore più evidenti si verificano nei servizi finanziari: dalle transazioni, ai prestiti, agli investimenti (le banche in prospettiva tenderanno ad assumere rischi imprenditivi effettuando investimenti diretti, previo sviluppo di adeguati skill).
Il settore bancario: dal retail all’accesso remoto digitale
E’ in questo scenario di enormi trasformazioni che dobbiamo essere consapevoli che l’era della globalizzazione e della rivoluzione della conoscenza sarà sì, un’era di “affluenza”; ma anche di contraddizioni.
A livello economico è lecito attendersi nuovi conflitti sociali tra le emergenti categorie di nuovi e fortemente retribuiti prestatori di servizi professionali e i lavoratori detentori di skill superate. Distanze abissali tendono a emergere tra i gli “haves” e gli “have-nots”, tra coloro che accedono alle autostrade informatiche e coloro che non sono in grado di farlo. A livello organizzativo emergono contraddizioni tra i centri formali di responsabilità e potere e i centri di elaborazione di conoscenza imprenditiva. A livello tecnologico si sviluppano contraddizioni tra architetture informatiche fondate su standard incompatibili, tra sistemi ottenuti in “eredità” e nuovi paradigmi tecnologici.
Ma la contraddizione più dilacerante del nuovo capitalismo della Net Economy è il fatto che esso prelude non solo alla mondializzazione dell’economie, ma altresì a quella delle società.
Tale mondializzazione rende più difficile sostenere la riproduzione dell’antica morale di sostegno del vecchio capitalismo regolato e nazionalistico, che riattualizzava costantemente la comunità nella società in un contesto di economie chiuse e a forte prevalenza della gerarchia politica.
Il ruolo della comunità
Nella Net Economy la disintermediazione non minaccia soltanto i monopoli temporanei d’impresa, ma altresì i valori comunitari che sorreggono i legami sociali, localistici e non, che riproducono identità personali e collettive secolari.
Esse sono ora sono messe in discussione.
Il nuovo capitalismo della Net Economy rischia in tal modo di ritrovarsi senza una forte morale di sostegno e tale assenza può condurre all’ entropia delle relazioni sociali e dello stesso nuovo capitalismo.
Fenomeno che potrebbe prodursi per una incapacità di quest’ultimo di rispondere alle latenze dei bisogni culturali di appartenenza e di identità degli attori sociali.
E’ questo il fondamento della sfida.
Non si tratta di inseguire utopistiche società regolatrici, quanto, invece, un nuovo fondamento ontologico che può solo ritrovarsi nella dialogicità fenomenologica: il riconoscimento dell’esserci nel mondo come una reciprocità del diverso e che, in questo riconoscimento, fonda l’ identità della Persona. E’ il riconoscimento dell’altro nella comunità attiva operante che, solo, può ricostituire un Sé che sappia affrontare le grandi tensioni culturali e le grandi dilacerazioni che ci attendono in futuro per la mondializzazione delle società che seguirà alla mondializzazione dell’ economia della disintermediazione e della digitalizzazione.
La distribuzione settoriale dei più rilevanti fenomeni di migrazione del valore e le loro determinanti che abbiamo prima indicato, ci consentono di individuare la centralità che ha - in Italia, nell’ attuale situazione istituzionale - il rapporto tra comunità locale, da un lato, e banca locale, dall’ altro.
La comunità può divenire elemento centrale nella delineazione della nuova mappa storica della creazione di nuovi legami sociali che possono costituire la difesa delle società dalla disintermediazione morale - che è ben diversa da quella economica - e che può distruggere, se non è regolata e controbilanciata da sistemi di valore extraeconomici, le comunità locali e le loro istituzioni intermedie che costituiscono l’elemento essenziale di riconoscimento interpersonale nell’economia monetaria.
La banca, anche quella locale, deve divenire sempre più interprete proattivo della grande rivoluzione globale della disintermediazione economica e della Net economy, offrendo servizi sempre più efficienti in tutti i settori in cui i suoi gruppi dirigenti decidono di costruire i processi di valorizzazione.
Banca locale, fondazione locale e giustizia
La banca locale può e deve operare su tutte le catene di formazione del valore per accrescere la redditività dei suoi assets proprietari al fine di poter svolgere pienamente il suo compito. La Fondazione bancaria, invece, deve divenire l’organizzazione che si distingue per essere attore della giustizia distributiva e commutativa nella logica del dono.
La giustizia distributiva, come è noto, è quella che presiede alla distribuzione di beni e risorse comuni secondo il contributo che ciascuno ha apportato alla produzione di quei beni e di quello risorse e si definisce, quindi, in rapporto ai meriti delle persone che di questa giustizia sono oggetto.
La giustizia commutativa, come è altrettanto noto, è “correttiva”, ossia, a differenza di quella prima citata, che è fondata sui meriti, è fondata su una logica equitativa, diretta a pareggiare gli svantaggi e i vantaggi in tutti i rapporti che si realizzano tra le persone socialmente attive nelle comunità.
E indubbio che le fondazioni no profit, per esempio, possono agire sia diffondendo la prima forma di giustizia, sia la seconda: la prima ha una funzione assai rilevante per incrementare i fattori di autosviluppo presenti nella società, diffondendo una cultura dei doveri e della responsabilità; la seconda ha una funzione caritativa e benevolente, che non sostiene l’autosviluppo, ma mira a diffondere l’amore e la pietà.
Debbono operare entrambe: la giustizia senza la carità è crudele; la carità senza la giustizia è pelosa.
E’ indubbio che molto dipende dal contesto sociale in cui si opera. In ogni caso, tuttavia, occorre erogare le risorse sempre con l’orientamento di favorire nelle comunità in cui si agisce la crescita dell’autoresponsabilità: e quindi per favorire interventi a favore della giustizia distributiva piuttosto che di quella commutativa.
Essenziale, in ogni caso, è creare un’interrelazione dinamica tra attori orientati al dono e alla giustizia distributiva e commutativa, da un lato, e attori orientati alla creazione di sempre crescenti quote di valore capitalistico, dall’altro.
In questo senso la trasformazione degli istituti creditizi italiani e la creazione di nuovi attori sociali del non profit che da quella trasformazione scaturiscono, si inserisce nel crollo della cultura storica delle corporations, della “proprietà”, della “fabbrica”, di tutte le organizzazioni e le culture incapaci di adeguarsi alla nuova dinamica delle forze economiche. E delle morali di sostegno che le accompagnavano.
Le fondazioni ex bancarie, come le fondazioni culturali tout court, del resto, sono al crocevia tra le logiche dell'azione e dell'aggregazione sociale grazie alle quali l'azione collettiva sorretta da forme intermedie è consustanziale alla stessa formazione dell' individualità dei soggetti organizzativi.
Quello che è essenziale, delle logiche dell' azione di tali soggetti non profit, è dare vita, o contribuire a dare vita, a forti "razionalità locali collettive", nel senso di relazioni fondate sulla fiducia e sulla reciprocità di prestazioni e di sostegno.
Le logiche d’azione delle fondazioni debbono consentire d’instaurare una relazione feconda tra "razionalità locali " e "razionalità generali", operando per la creazione di un “localismo virtuoso” che deve divenire essenziale per tutte le fondazioni e in primis per quelle bancarie, che hanno statutariamente radici localistiche.
Le fondazioni e le banche locali hanno un destino comune, distinto ma non separato.
Entrambe, infatti, debbono divenire le sostenitrici del sustainable development., inteso antropologicamente come critica relazione tra risorse e popolazione, dando un contributo sostantivo all’aumento della qualità della vita delle comunità in cui si opera, esaltandone i valori relazionali, rinnovando nelle mutate forme dell’economia monetaria di mercato, i legami e le relazioni sociali
Qui si misura la capacità di interrelare il globale con il locale, di cui spesso si discute senza specificare quale intervento da tale interrelazione dovrebbe derivare.
E l’intervento che dovrebbe derivarne non potrebbe non essere quello di rinnovare continuamente una cultura degli stakeholders che si affianchi a quella degli shareholders in forma virtuosa e non confliggente con i bisogni di orientamento proattivo che gli attori profit di cui si detengono assets - in forma e misura tra le più varie - debbono continuamente manifestare per far fronte alle sfide della competizione.
Questo è possibile affiancando, alla cultura della redditività a breve, una cultura della redditività prospettica, ossia di medio e lungo termine, che non sia, tuttavia, di ostacolo alla flessibilità sempre più necessaria nella net economy.
In questo senso il localismo virtuoso non confligge con una globalizzazione impetuosa e il non profit non si trasforma in orpello o in ostacolo del profit, quanto, invece, contribuisce all’umanizzazione e alla via via sempre più equitativa realizzazione di un “capitalismo temperato”.
“Temperato” sempre più dalla difesa della persona e dei suoi giusnaturalistici valori, che ne fanno un patrimonio universale e non mercificabile.
Dono e valore, in tal modo, non si oppongono: fertilizzano, invece, culture e relazioni sociali distinte e nel contempo interagenti e contribuiscono al miglioramento della persona nella società tutta intera.
Che ruolo, dunque, per le banche locali?
- L’interazione fra centro e periferia, grandi e piccoli, è stata la forza dell’Italia. Oggi senza centro o centri manca un elemento di propulsione (per la ricerca, la formazione, in generale l’eccellenza, che richiede energie concentrate: tema di analisi e ricerca). E il piccolo non basta più.
- In questo quadro non rassicurante, che ruolo per le banche? Un ruolo c’è e ci sarà a patto di capire prima se la situazione attuale è o no il frutto dell’operare di vincoli finanziari allo sviluppo. Se lo stato attuale del sistema, e cioè la sua conclamata immobilità intersettoriale e dimensionale (e la sua recente immobilità territoriale) con le sue conseguenze oggi negative, è almeno in parte (piccola a piacere) il frutto di un modello di relazioni tra banche e imprese da correggere, ebbene correggiamolo, e avremo un ruolo storico e economico. Il ruolo sarà quello di riavviare la crescita e l’accumulazione: lo stesso avuto dalle banche a capitale tedesco all’inizio del secolo scorso, dalle BIN dopo la crisi dei primi anni trenta, da Comit+Mediobanca nel dopoguerra. C’è sempre stata una banca – o più di una – nel ruolo di propulsore di sviluppo nelle fasi di transizione del paese. Se no, se non ci sono vincoli finanziari allo sviluppo da rimuovere, è un problema più generale, e più grave anche, e toccherà gestire con cura un declino che sarà comunque graduale, a macchie di leopardo. In termini del tutto deduttivi, un sistema bloccato è un bell’oggetto di studio, alla ricerca di elementi di inefficienza del mercato finanziario. La finanza è infatti strumento principe di mobilità delle risorse. In un mercato efficiente i capitali si muovono a premiare le opportunità, e il sistema si muove con il mercato. Se il sistema non si muove, delle due l’una: o il mercato è inefficiente – non seleziona le opportunità, ne blocca il dispiegarsi – o le opportunità mancano. Agiamo sulla prima alternativa (sperando che sia quella giusta).
- L’esperienza fatta nell’ultimo decennio dice una cosa chiara: che in Italia manca – forse è sempre mancato – il capitale industriale, e cioè quello che proviene dal mondo delle imprese e ad esso è destinato. Tutta la storia della finanza dal dopoguerra – l’impresa pubblica, l’assistenza delle banche pubbliche alle imprese maggiori, la crisi degli anni settanta - è ricerca di surrogati alla carente accumulazione della grande impresa. Oggi di questo male soffre anche la piccola e media, mentre la grande non ha più quei sostegni. L’impresa italiana risulta generalmente sottocapitalizzata. Visto che non lo è per scarsa redditività lo è per altri motivi, e cioè per scarsa propensione del capitale a affluire o riaffluire a destinazioni produttive domestiche.
- Dove è il vincolo, allora, visto che il risparmio in Italia c’è, eccome? (anche se bisogna riverificare lo spiazzamento del debito pubblico). E che in ogni caso il capitale potenziale può venire da tutto il mondo? (e non viene).
- La ricerca dei vincoli – rimossi i quali torna, in ipotesi, la flessibilità - non dà risultati immediati. Dieci anni fa si pensava che mancassero la borsa, la normativa, i fondi di private equity.
- Non è stato un vincolo la Borsa: la stasi relativa del numero di società quotate non è associata a una carente offerta di capitali (il rapporto mkt cap su PIL è molto cresciuto, a livelli europei) né ad inefficienza operativa (il volume di transazioni è molto alto): dipende dalla propensione delle imprese alla quotazione.
- Non lo è stata la normativa (il TUF regge, anche se la questione Parmalat indurrà a messe a punto).
- Non sono mancati strumenti per le imprese (ci sono più fondi di private equity che opportunità di investimento: gli esistenti sono tutti liquidi); ciò che manca (mezzanini, per esempio, per cui ci vuole una norma) è marginale.
- La disponibilità di credito, cresciuta sempre a un tasso maggiore del PIL e con spread decrescenti, lungi dall’aggravare il vincolo di capitali insufficienti, lo ha allentato.
- Il punto è che la carenza di capitale, strutturale nella grande impresa italiana, oggi si estende – come problema – alla piccola. Non era così, prima. Il modello di “industrializzazione senza fratture” , che ha caratterizzato le PMI italiane, non presupponeva, infatti, un largo impiego di capitale di rischio, quanto piuttosto un rapporto fiduciario con le banche dei diversi territori.
- Se è vero che bisogna creare le premesse per un maggior afflusso di capitale alle piccole imprese, questo rapporto va rivisto. Una possibile radice del problema della sotto-capitalizzazione del sistema delle imprese, infatti, è proprio nel rapporto con le banche.
I vincoli esistenti: il rapporto piccole imprese/piccole banche, l'erogazione del credito
Il rapporto
banche-imprese è stato in Italia (dall’inizio del secolo alla fine degli anni
ottanta) dualistico.
Le grandi banche al servizio dei grandi gruppi; le piccole
– popolari, casse di risparmio, rurali – per la piccola impresa. - E’ andata bene così per molti anni: la crescita delle imprese in Italia, dall’agricoltura all’artigianato, alla piccola impresa domestica, all’impresa esportatrice è avvenuta appunto “senza fratture”, senza salti di quantità e qualità di gestione, per distretti. Le piccole banche avevano mezzi sufficienti e protezione normativa per svolgere il loro ruolo positivo a sostegno di questa crescita, che hanno assecondato nei singoli territori.
- I manuali insegnano che l’innovazione non si fa con il credito, ma con il capitale. Le PMI italiane hanno fatto eccezione perché il loro modello di crescita e innovazione è stato peculiare. Quel modello non va più bene adesso, probabilmente (il dubbio residuo è dovuto al giudizio, sospeso, sulle effettive capacità di trasformazione delle nostre imprese). O almeno non va bene per quell’area di imprese che ha potenzialità di crescita (che non sappiamo quante siano). Queste imprese, che ci sono, devono affrontare non un ulteriore passo di sviluppo, ma la discontinuità: tecnologie più complesse, mercati più complessi, crescita esterna, aggregazioni, cambio di generazione, cambio di modalità di gestione. Il tutto richiede – anche, non solo ma anche – capitali.
- Le piccole banche non sono in grado di aiutarle compiutamente, e magari, non avendo nel loro patrimonio genetico la funzione allocativa quanto quella di sostegno, possono anche danneggiare le piccole imprese.
- Le grandi banche devono trasformarsi, per essere all’altezza dei compiti, in banche capillari e specializzate. Se non lo fanno, il sistema – affidato ancora alle piccole banche e all’ibrido dei gruppi federativi – galleggia ma non si sblocca se non per casi fortuiti.
- L’offerta bancaria del futuro vedrà ancora molte banche locali (appartenenti o meno a grandi gruppi) e una o due banche specializzate nazionali. Ambedue sulla stessa area di clientela.
- La strategia di prodotto e servizio deve essere fondata sull’obiettivo di portare alle piccole imprese la qualità di rapporto che si ha con le grandi. Le modalità organizzative sono coerenti: gestori monopolisti delle relazioni per garantire capillarità e continuità, competenze portate al cliente da specialisti di prodotto formati aggiornati e verificati centralmente, software adatti alla standardizzazione di prodotti complessi, interazione con le società specializzate. Le nuove modalità di servizio sono di volta in volta messe a punto attraverso la sperimentazione in aree pilota. La flessibilità dell’organizzazione e la sua reattività garantita dalla squadra corta e dal sistema informativo diffuso. Il prodotto-chiave, attorno a cui ruotano tutte le relazioni, è e resta il credito.
- Al di là della messa in discussione del modello dualistico di relazione, resta il problema della sotto-capitalizzazione delle imprese. O, che è lo stesso, della scarsa mobilitazione di capitale industriale nel paese.
- E’ difficile pensare al nuovo rapporto fra banche e imprese senza affrontare la questione del ruolo delle banche nella fornitura, diretta o indiretta, di capitale di rischio.
- Quanto alla fornitura diretta, il tabù degli anni trenta non ha motivo di essere infranto, se non per eccezioni e con strumenti ad hoc, di impiego circoscritto e per quantità limitate
- Quanto alla fornitura indiretta, detto del ruolo limitato della Borsa (a cui destinare altre eccezioni), e dei fondi ad hoc, la questione può essere affrontata aggirandola.
- E’ noto, e si è iniziato a verificare empiricamente, che gli imprenditori preferiscano dare garanzie personali alle banche piuttosto che dare capitale alle imprese. Le ragioni fiscali sono note, la dual income tax sembrava una buona risposta, la thin capitalization no. Ma il punto è che senza capitale non si cresce, o meglio non si affrontano le discontinuità di oggi.
- Se un imprenditore che ha capacità di crescita scambia patrimonio dato in garanzia per capitale, può ottenere un miglior rating, aver più credito, e – se ha ritorni di scala positivi – alla fine avrà un entreprise value che cresce e un utile netto molto maggiore, anche a prescindere dalla fiscalità.
- La banca avrà (potrà avere, in funzione del trade off sul rating di garanzie vs capitale) un maggiore e migliore portafoglio crediti.
Considerazioni più ampie, per finire
Sulla base di quanto tecnicamente detto lasciatemi fare alcune considerazioni più ampie.
Primo punto: il sistema della piccola e media impresa è il frutto del passato agrario: dove c’ è stata storicamente mezzadria favorevole nei patti al colono lì c’è piccola e media impresa. Punto secondo: i distretti virtuosi non sono quelli della pappa cooperativa beccattiniana, ma della lotta competitiva darwiniana, ossia quelli dove si sviluppano imprese leader.
Di qui il giusto insistere sulla necessità del centro come dinamica selettiva per la crescita e per evitare l’entropia neuronale, di contro alle neo irrazionalistiche teorie dell’ economia senza centro alcuno. Quasi come se la teoria dei network non sia quello che è: una teoria della policentricità, non dell’ assenza dei centri (Luhman insegna, con la teoria dell’ autopoiesi). Questo è naturalmente vero per chi se ne intende. E’ stupefacente che quelle stupidaggini siano giunte a essere finanziate inconsapevolmente anche dalle banche, con sprovvedutezza ridicola e pericolosa insieme.
Ma torniamo al discorso dell’ interrelazione centro-periferia e della giusta sottolineatura della necessità di trovare una intelaiatura nuova di tale rapporto.
Per me sono le imprese leader a cui prima facevo cenno e sono tutti quei processi di consolidamento dei fattori della produzione, in primis delle produzioni delle merci di base, che dobbiamo promuovere, anche con la mano pubblica se siamo dinanzi ai fallimenti del mercato, rischiando il fallimento della politica, ossia dell’ allocazione dei beni per via gerarchica.
La conseguenza di questo fallimento è stata la privatizzazione a basso gradiente di liberalizzazione e l’implosione della grande impresa non più protetta o disintegrata sotto i colpi di una competizione asimmetrica
Il secondo fattore è stato quello della crescita delle piccole e medie unità produttive, avvenuta nonostante tutte le decisioni politiche prese a riguardo. Quelle imprese, infatti, sono state il frutto, da un lato di una mobilità sociale verso l’ alto di ceti ex agrari e di operai professionali in uscita dalla grande impresa e, dall’altro, di una diffusione tanto di redditi alle famiglie che hanno incrementato un mercato dei beni finali a livello internazionale, quanto di una diffusione di grappoli di imprese bisognose di beni intermedi, nel generale processo di ridefinizione della divisione del lavoro internazionale e delle dimensioni di scala delle imprese nei nuovi paesi emergenti.
Queste imprese scelgono di non crescere, in massima parte, perché non hanno incentivi a farlo. La mobilità sociale è terminata e il patrimonio delle famiglie si dilata senza contendibilità dei diritti di proprietà: di qui il blocco del loro mercato, unitamente alla non contendibilità manageriale. Il diritto, il fisco, la burocrazia, la malavita, sono tutti incentivi alla non crescita di scala (così come all’investimento estero diretto, non a quello indiretto: Parmalat docet…) piuttosto che alla crescita della medesima.
Si aggiunga il potere collusivo e oscuro esercitato nei periodi della crescita impetuosa degli anni settanta dall’oligopolio bancario e parabancario e il cerchio si chiude (Mediobanca è stata l’ emblema di questo turpe strozzatura della crescita).
Il fattore finanziario in Italia è stato funzionale alla crescita a bassa intensità delle imprese (ruolo delle banche locali, ecc.) piuttosto che alla loro crescita dispiegata.
La finanza deve costituire un insieme di incentivi alla penetrazione del mercato nella proprietà: solo così essa potrà svolgere un ruolo positivo per porre in moto un meccanismo bloccato.
Ma, allora, bisogna ricominciare da capo e inventarsi di sana pianta una strategia. In questo appunto ci sono finalmente i presupposti spiegati con dovizia di argomenti: occorre lavorarci sopra come si fa scientificamente e managerialmente insieme nelle grandi opzioni organizzative di trasformazione imprenditoriale.
Le banche locali - ma di tipo nuovo - e spero di essere stato chiaro su questo bisogno di novità, svolgeranno un ruolo indispensabile e insostituibile in questo senso.
C’è posto per tutti e la polifonia è meglio della monodia.
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