Maestro unico, è una buona soluzione?
La discussione sul maestro unico si è sviluppata a livello nazionale pescando dal sacco dei ricordi e del senso comune. In questo articolo, Marco Pitzalis analizza il problema del maestro unico approfondendo alcuni temi fondamentali: l'educazione alla complessità, la funzione socializzatrice della scuola, la vita in classe e a scuola, la professionalità del docente e il suo ruolo e funzioni, il rapporto maestro-alunni, e il problema della costruzione degli istituti come comunità educanti.
Criticando lo spirito delle riforme che vengono messe in
campo nei diversi paesi, il sociologo Edgar Morin afferma che queste hanno un
comune denominatore: i problemi educativi vengono ridotti in termini
quantitativi. In Italia, questo fenomeno prende la forma paradossale della
diminuzione del numero di insegnanti, della diminuzione delle risorse a
disposizione e dell’aumento dei bambini per classe. Porsi la domanda se in
questo modo vengano peggiorate o migliorate le condizioni del lavoro degli
insegnanti e se questi possano occuparsi meglio dei bambini e delle loro
differenti esigenze sembra dare al discorso una tonalità puramente retorica. Per
questa ragione, in questo breve articolo, voglio ragionare, da sociologo
dell’educazione e della scuola, sulla questione del maestro unico posta in
campo dalla cosiddetta riforma Gelmini.
Educare alla complessità
Edgar Morin parafrasando Montaigne dice che è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena. E una testa ben fatta è una testa atta ad organizzare le conoscenze e non semplicemente ad accumularle. Ora una testa ben fatta è quella educata a vivere in mondo complesso. La scuola è un luogo di socializzazione, che nel linguaggio della sociologia si riferisce al processo di acquisizione delle competenze sociali per integrare i gruppi sociali o la società di appartenenza. Steven Brint sottolinea nel suo Schools and societies (1998) in che modo sono cambiati i modelli di socializzazione all’interno della scuola e il fatto che nello spazio e nel tempo viene messa maggiore o minore forza nel conseguire gli obiettivi di conformità comportamentale, culturale e morale che sono l’obiettivo latente dei processi di socializzazione. I processi di socializzazione scolastica sono cambiati, nel corso del secolo, adattandosi alle esigenze della società. Si pensi al superamento della distinzione tra classi maschili e femminili negli anni settanta, in corrispondenza all’affermarsi di una nuova morale sessuale, seguita all’abolizione del fiocco rosa e del fiocco azzurro che come la divisione sessuata delle classi indicava una concezione essenzialista dei ruoli maschili e femminili nella società e nella famiglia.
La scuola che ha accompagnato la rivoluzione industriale è stata una scuola di tipo “fordista” che forniva un prodotto largamente omogeneo su tutto il territorio nazionale. I sociologi hanno messo in luce come gli obiettivi di educazione di questa scuola corrispondessero all’introduzione del cittadino nel mondo altamente burocratizzato della fabbrica e delle grandi amministrazioni. Questo modello richiedeva fondamentalmente una socializzazione che mirasse a certificare in primo luogo la conformità culturale e comportamentale del diplomato.
Questo modello di socializzazione è stato parzialmente (e in larga misura inconsapevolmente) superato. La scuola contemporanea, alla rigidità dei curricula contrappone il problema della scelta: i genitori e gli studenti scelgono le scuole in base ad una ricca offerta di attività extra-curricolare.
Via via si è anche perduta quella esigenza di conformità comportamentale che caratterizzava la scuola del grembiule nero. E qui occorrerebbe ragionare più pacatamente sulla questione della “condotta”, posta fino ad oggi in termini puramente moralistici. Questi cambiamenti coincidono con l’avvento della terza rivoluzione industriale (quella dell’elettronica e dell’informatica) e di una società consumistica e globalizzata che costituisce una sfida innanzitutto per il soggetto e la sua identità (S. Hall, 1992).
La scuola dei progetti è dunque, nel bene e nel male, una scuola che educa alla scelta. E’ una scuola che prepara a gestire la complessità. Lo stesso dicasi per il superamento del maestro unico. Ritenere che i bambini abbiano bisogno di una figura unica che dovrebbe rappresentare un succedaneo della figura materna e costituire un punto di “riferimento per i bambini” ha veramente poco senso in una società del caos comunicativo. Al contrario, in una prospettiva di educazione alla complessità, la pluralità delle figure di riferimento costituisce un arricchimento che corrisponde alla pluralità delle esperienze di socializzazione che i bambini vivono oggi. I bambini contemporanei svolgono numerose attività che costituiscono altrettante agenzie di socializzazione, la parrocchia, la scuola, le associazioni sportive, le attività ludiche e le esperienze amicali, per non parlare dei media tradizionali (come la televisione, musica, libri) e il nuovo medium, internet, che per le sue caratteristiche pone dei problemi del tutto nuovi relativi ai processi di costruzione dell’identità e di gestione della socialità.
La semplificazione contenuta nella proposta del maestro unico costituisce un vero e proprio anacronismo di natura ideologica che non tiene conto della complessità dei processi di socializzazione cui i bambini contemporanei vengono sottoposti. Questi processi di socializzazione plurimi e complessi, tra loro in competizione, sono funzionali, anche se non ce ne rendiamo conto, a educare i cittadini di un mondo destinato a divenire sempre più globalizzato e complesso.
Immaginarsi la scuola come una teca-di-vetro protettiva significa non aver colto la complessità dei processi culturali e sociali in atto. Significa anche sbagliarsi sulla funzione della scuola. Questa non deve proteggere i bambini, li deve “armare” e proiettare nel mondo.
L’opacità della classe
Un antropologo inglese ha scritto un articolo scientifico sugli insegnanti che porta un titolo che ci aiuta a capire un problema fondamentale relativo al lavoro degli insegnanti. L’articolo si intitola “la classe come santuario per gli insegnanti” (Richard L. Warren, 1973). Uno dei problemi fondamentali messi in luce dagli studiosi della scuola a livello internazionale è appunto la chiusura dell’insegnante tra i muri della classe. I muri della classe proteggono l’insegnante dallo sguardo esterno e i processi in atto finiscono per sfuggire allo sguardo del capo di istituto e dei suoi stessi colleghi. Questa opacità è una risorsa per gli insegnanti che possono così fuggire da ogni forma di valutazione e di controllo. Ma è anche una trappola che impedisce la crescita professionale ed il confronto. L’abolizione del maestro unico ha rappresentato un passo decisivo in avanti in questa direzione, soprattutto quando costringe gli insegnanti alla compresenza. Il superamento del maestro unico permette di mettere in campo processi virtuosi che si riferiscono alla gestione di un rapporto corretto con la classe e con i singoli bambini e costringono gli insegnanti a imparare a condividere dei principi di programmazione.
L’effetto pigmalione
e la teoria dell’etichettamento
Noto anche come "teacher-expectancy effect" è una forma di profezia che si auto-adempie. Il processo – messo in luce da Rosenthal e Jacobson (1968) – è stato ampiamente studiato nel campo della psicologia e della sociologia (Rist, 1977). Si tratta di un processo circolare che viene prodotto anche (ma non solo) nei processi educativi. Possiamo sintetizzare dicendo che ogni bambino è portatore di alcune “qualità sociali” e di “qualità scolastiche” che l’insegnante giudica da un punto di vista sia sociale che scolastico. Sono molti gli elementi che conducono l’insegnante a crearsi delle aspettative rispetto al bambino che ha di fronte e questa aspettative non sono neutre da un punto di vista sociale e da un punto di vista scolastico. In sostanza, le aspettative degli insegnanti finiscono per condizionarne il comportamento e in questo modo finiscono per influire positivamente o negativamente sui risultati dei ragazzi. Nella sua versione più radicale l’effetto pigmalione produce un vero e proprio etichettamento dei bambini che finisce per influire sulla costruzione della loro identità sociale e scolastica. Per funzionare il processo di etichettamento deve essere coerente e prolungato. È evidente che il rischio che meccanismi di questo tipo si mettano in moto si riduce notevolmente quando la classe è gestita da un’equipe di insegnanti.
Vorrei osservare che questo processo non è dovuto alla malvagità degli insegnanti, spesso però è imputabile alla scarsa consapevolezza e alla scarsa trasparenza dei processi educativi a scuola. In particolare, gli insegnanti si confrontano con un’utenza fortemente diversificata, con buoni e cattivi clienti. E questi ultimi costituiscono un problema per l’insegnante perché sono più difficili da trattare e richiedono un grande sforzo di progettazione e anche di riflessività (oltre che di sovrannaturale sopportazione). La scuola però non può accettare che i bambini siano considerati buoni o cattivi clienti. Deve portare ogni bambino al suo proprio livello di eccellenza, e deve farlo per il bambino e per la società. In nota, vorrei aggiungere che queste argomentazioni valgono anche contro ogni idea di introduzione del portfolio dello studente (quella sorta di libretto che dovrebbe garantire secondo alcuni una specie di tracciabilità educativa dello studente).
Costruire una
comunità insegnante
Una delle difficoltà fondamentali dei processi di cambiamento della scuola contemporanea è quello di fare della scuola una comunità educante. In particolare, è molto difficile costruire una comunità insegnante che condivida dei valori educativi e delle finalità e che si adoperi per raggiungerle (Hirshhorn, 1994). La costruzione delle SSIS (scuole di specializzazione per gli insegnanti secondari) e i corsi di laurea in Scienze della formazione primaria, hanno avuto questo tra gli obiettivi principali: costruire un corpo docente che condividesse una medesima cultura professionale. Un recente studio che ho condotto con Anna Oppo (Oppo e Pitzalis, 2006) mette in luce gli elementi di criticità di questo processo di formazione per le SSIS ma anche l’importanza strategica degli stessi. La formazione professionale dell’insegnante così come il superamento del maestro unico rappresentano due elementi fondamentali per la costruzione di una comunità insegnante. Ogni arretramento rispetto a questi due elementi (pluralità della figura insegnante e formazione professionale degli insegnanti) costituisce un errore. Purtroppo, l’introduzione del maestro unico finisce col bloccare il turn-over dei docenti e l’immissione dei nuovi maestri laureati nella scuola dell’infanzia e primaria. Ancora una volta lo Stato non è coerente rispetto alle scelte strategiche fondamentali.
Relativizzazione del rischio
L’ultima argomentazione riprende alcuni spunti già presenti nei punti precedenti. Se consideriamo la vita concreta della scuola e nella scuola, sappiamo che le maestre possono andare in congedo per malattia o per maternità. In questo caso, per periodi più o meno lunghi verrebbero sostituite da insegnanti che brutalmente entrano ed escono nella vita della classe. Tutti noi come studenti prima e dopo come genitori abbiamo già vissuto questa eventualità. Una gestione plurale della classe garantisce invece la permanenza di una maestra capace di garantire la continuità dei processi pedagogici ed un punto di riferimento per genitori e bambini. Inoltre, c’è da considerare che la qualità dei processi educativi è sempre una scommessa e la pluralità della figura docente aumenta le probabilità (e non le diminuisce) di mettere in atto processi educativi di qualità. Infine, questa pluralità aumenta il controllo e rende la classe meno opaca allo sguardo esterno. Il lavoro dei maestri della scuola dell’infanzia e della scuola primaria è un lavoro usurante e questo aumenta la probabilità che l’insegnante sia sottoposto a stress che ne intaccano le capacità di gestione della classe nel lungo periodo, l’insegnante dunque non va abbandonato e rinchiuso nella classe. La classe deve essere aperta e gli obiettivi pedagogici devono essere assunti dall’intera comunità insegnante.
Non tutti i dati sono numeri, non tutti i numeri sono dati
Ringrazio Antonello Angius per il suo commento che rappresenta uno stimolo ad approfondire il dibattito. Mi preme però rispondere alle sue obiezioni. Esprimo innanzitutto il mio netto disaccordo sugli appunti metodologici che mi vengono mossi e un po’ di stupore: non mi ero accorto di aver inviato l’articolo ad una rivista scientifica. Ciononostante, il mio articolo si fonda su una vasta letteratura scientifica con solide basi empiriche – i riferimenti principali della quale sono presenti nell’articolo – e pone dei problemi che nulla hanno a che vedere col tipo di dati evocati da Angius.
Le mie argomentazioni dunque non sono pure e semplici passeggiate teoriche ma si fondano su un’analisi del contesto scolastico esplorato da diverse angolature: relative ai processi di interazione a livello micro, alla sociologia dell'organizzazione scolastica, alla sociologia della professione insegnante. A partire da questi approcci (e dai loro risultati di ricerca) ho sviluppato le mie ipotesi sul maestro unico.
I dati di cui parla Antonello Angius non sono gli unici dati su cui si fonda la costruzione del discorso scientifico in sociologia (e molti colleghi direbbero che non lo sono affatto).
Per quanto, io stesso ritenga fondamentale un'analisi comparativa internazionale, non credo affatto che indicatori quali la spesa per alunno, il numero dei docenti e l'esistenza/assenza del maestro unico negli altri sistemi siano dirimenti. Con questo non voglio dire che siano inutili. Però sono pericolosi: permettono di sviluppare un discorso apparentemente scientifico ma che alla fine oscura molti elementi fondamentali per la comprensione dei processi o peggio sottintendono rapporti di causazione che vengono evocati ma non dimostrati. D’altronde, voler interpretare i fenomeni individuali e micro a partire da dati macro conduce facilmente – come efficacemente argomentato nella letteratura recente – alla “fallacia ecologica”.
Nell’articolo si parla di come funziona la classe e la scuola. Analizzo dei processi. E i dati evocati da Angius non dicono nulla a questo proposito.
Bisognerebbe inoltre capire cosa c'è dentro gli indicatori suggeriti da Angius: Cosa significa “spesa per alunno?” E poi chiedersi: Per cosa si spende? Come si spende?
E porsi anche altre domande, forse più pregnanti:
Come è organizzato l'istituto? Qual è la formazione dell'insegnante? Qual è la media e la mediana dell'età degli insegnanti? Quanti alunni per classe (la deviazione standard…)? Esiste altro personale di supporto educativo/psicologico nell'istituto? Come è organizzato il lavoro durante la giornata e durante l'anno? Come avviene la valutazione dell'alunno? Come l'istituto controlla gli effetti della valutazione? Come funziona l'accoglienza degli alunni? Come è organizzato il rapporto con le famiglie? Ecc.
Il mio articolo aveva però un altro obiettivo: far emergere la complessità dei processi sociali che costituiscono la vita scolastica e si intrecciano con essa e mettono in gioco altre questioni che non sono solo quelle finanziarie ma bensì si riferiscono ai processi di socializzazione, di educazione, al lavoro degli insegnanti, alla selezione scolastica e a quella sociale. Rimango dunque convinto che il mio contributo al dibattito sia utile, originale e scientificamente fondato.
Precisazioni
Da la Repubblica del 2 gennaio 2008, un confronto internazionale del 2003, in rapporto alla spesa pubblica, su 9 punti percentuali della media Ocse l'Italia spendeva 7,4, meno di Francia, Inghilterra, Svezia, Finlandia, Stati Uniti, Canada, Giappone. Dal Dossier per la Scuola della rivista Tuttoscuola: dal 1990 al 2006 la spesa per l'istruzione sulla spesa pubblica si è ridotta dal 10,3% al 8,8%; 27.500 euro,tredicesima inclusa, è lo stipendio lordo di un insegnante di scuola secondaria suoeriore dopo 15 anni di insegnamento, 20.000 in meno rispetto al collega tedesco e 12.500 rispetto alla media Ocse (40.000 euro l'anno). Per la Sardegna, rispetto alla diminuzione della popolazione studentesca (nella "Nuova" la responsabile della Cgil scuola della provincia di Sassari, Caterina Mura, parlava di dati con un aumento degli studenti), bisognerebbe considerare la registrazione del 41% di dispersione scolastica, tra il 2001 e il 2006, da "La Stampa" del 29 novembre 2006, alunni che invece bisognerebbe "riportare" a scuola. Per sottolineare l'importanza delle classi non numerose, vi indico la lettura del programma americano STAR (Student-Teacher Achievement Ratio), studio lanciato nel 1985 dallo Stato del Tennessee (ma ne sono stati fatti atri anche in Europa).
Cordiali saluti
Cristian Ribichesu
Federalismo e scuola
Allora, ecco il punto. Se l’origine del gap nord-sud è, almeno in parte, in quei fattori, le politiche a favore dello sviluppo meridionale dovrebbero concentrarsi su questioni come qualità istituzionale (legalità per esempio, soprattutto in alcune regioni meridionali) e cultura. In questo quadro, la qualità scolastica è ancora più importante di quanto normalmente si pensi. Se, come scrive Guido Tabellini*, è necessario sconfiggere l’attuale ampia diffusione, nel sud, di valori basati su “moralità limitata”, a favore di valori basati su “moralità generalizzata”, questo difficilissimo passaggio non può fare a meno di una scuola di qualità.
Ciò detto, qui sta il problema. Come dimostrano i vostri interventi, progettare una scuola di qualità non è facile. Serve capacità progettuale e servono eccellenti istituzioni pubbliche capaci di favorire e implementare buone politiche. Ma questa capacità sembra proprio la risorsa scarsa nel Mezzogiorno, se è vero ciò che, un po’ brutalmente, ho riassunto sopra.
Insomma, se domani il federalismo attribuisse piena responsabilità locale in materia di istruzione, e rinunciasse a definire standard nazionali accompagnati da un credibile sistema di valutazione, anch’esso nazionale, il rischio è che le differenze nord-sud, che si traducono ogni giorno in differenze di capacità progettuale, potrebbero riflettersi in aumentate differenze nella qualità dei sistemi scolastici locali. Se ciò avvenisse, avremmo creato un circolo vizioso perfetto.
Detto così, tutto ciò suona un po’ determinista e comunque molto pessimista. Non è così. Però a forza di vedere il dibattito sul federalismo fiscale esclusivamente in mano a politici ipnotizzati quasi esclusivamente dalle grandezze finanziarie (quanto entrerà nel bilancio regionale? Come fare per ottenere il massimo?), forse vale la pena usare l’evidenziatore per ricordare ci sono cose ben più importanti rispetto al rischio di avere qualche euro in meno in bilanci regionali che comunque, tipicamente, ne sprecano da sempre un sacco.
Come si vede, questa è una non-risposta: semmai, è il mio modo di rilanciare la domanda agli esperti della scuola: qual è il grado ottimale di decentramento, per garantire una scuola migliore soprattutto dove ce n’è particolarmente bisogno?
* Cito da "Institutions and culture", 2007, scaricabile da: http://www.igier.uni-bocconi.it/whos.php?nascondi=327&tbn=albero&id_doc=177
maesto unico e opinioni multiple
Se è così, gli argomenti più fondati sono quelli che mirano al bersaglio, e trovo giusto che Ribichesu citi dei numeri-dati. Se volessimo usare una eccessiva (seppur fondata) cautela metodologica, non dovremmo citare i numeri sugli stipendi medi come egli fa: non prima di aver rapportato i più bassi stipendi degli insegnanti italiani alla qualità della loro preparazione (cosa non facile), alla loro capacità professionale (difficile), al numero di ore annuali lavorate (in teoria facile, in pratica no perchè gli insegnanti affermano di lavorare tot ore anche in casa), e non ultimo al potere d'acquisto. Ciononostante credo che sia giusto riferire quei numeri, con tutte le avvertenze del caso, inclusa la “fallacia ecologica” (rischio sempre presente in tutte le deduzioni causali, dal generale - es. una popolazione - al particolare - un caso singolo). I numeri sono un punto di partenza, forse tra i più pertinenti vista la natura delle riforme annunciate, utile specie a chi come me non è uno specialista nè un operatore del ramo (ma sono un operatore sul lato della programmazione della spesa).
Dopodichè, scontato il fatto che non voglio essere portato a discutere delle parole d’ordine con cui subdolamente si accompagnano riforme di altra natura, non voglio certo inquadrare la scuola con dei soli numeri, ma anche con dati qualitativi: per questo ho auspicato una comparazione dei sistemi di valutazione degli insegnanti e degli alunni (quando tali sistemi esistono …). Poi trovo interessanti, l’ho già detto, anche i discorsi sui processi dell’apprendimento e sui relativi modelli più virtuosi, senza però che il centro della discussione debba essere teleguidato dalla comunicazione furba dei ragionieri governativi, che su un piatto della bilancia hanno la scuola e sull’altro magari l’Alitalia.
Considerazioni e ringraziamenti
Cordialmente
Cristian Ribichesu
da Tuttoscuola federalismo fiscale e istuzione
Federalismo fiscale e scuola: il rischio di un livellamento 'verso il basso'
Il modello di finanziamento che emerge dal disegno di legge è un modello di finanziamento integrale dell'attività regionale volta al rispetto dei livelli essenziali che si articola, per garantire la copertura del costo standard, sul ricorso a risorse "regionali" nel senso di tributi regionali veri e propri, alla partecipazione al gettito di imposte statali, al fondo perequativo, ma senza il ricorso a trasferimenti statali veri e propri.
L'assunzione del criterio del costo standard, la cui adozione potrebbe assicurare anche una risposta ad un'esigenza di efficienza, ha come ricaduta certa una limitazione quantitativa rilevante e significativa dei flussi di finanziamenti, con riflessi negativi sui profili organizzativi delle funzioni attribuite alle Regioni per il settore istruzione e istruzione e formazione professionale.
Questo il motivo per il quale appare opportuno sostenere la richiesta delle Regioni di "svincolare" l'istruzione dal vincolo della lettera m) del secondo comma dell'art. 117 della Costituzione, e di fare riferimento alle funzioni. Se, infatti, la riallocazione delle competenze, nel quadro attuativo del Titolo V, fosse "guidata" dalle funzioni, si trasferirebbe alle Regioni la spesa pubblica per l'istruzione e contestualmente le risorse ed il personale che ora si occupa d'istruzione a livello centrale.
Se viceversa il processo di riallocazione fosse guidato dalle risorse il costo standard predeterminato potrebbe risultare inferiore al fabbisogno finanziario per le funzioni trasferite.
Il criterio del costo standard comporta un calo dei trasferimenti alle regioni ed in particolare metterebbe in difficoltà il Mezzogiorno dove i servizi costano di più.
La ricerca della soluzione dei problemi connessi al rapporto tra nuova competenza e relativo finanziamento consente di misurarne l'adeguatezza rispetto all'allocazione delle funzioni nei diversi livelli istituzionali e la congruità complessiva delle risorse finanziarie.
Una scelta politica impegnativa non solo per le Regioni ma anche per il ministro Gelmini, che dopo la riduzione del tempo scuola non può correre l'ulteriore rischio di un livellamento della qualità della scuola "verso il basso".
Maestro unico
Intanto rimango convinta del fatto che questa non sia un riforma per un motivo banale. Non credo esista ministro, seppue eccellente, che a due mesi dal suo insediamento, possa apportare modifiche in un settore peraltro a lui sconosiuto.
Avrebbe avuto senso parlare di riforma se questa fosse scaturita da una attenta analisi della situazione, che avrebbe richiesto parecchio tempo, e se fosse stata supportata da un progetto didattico.
Poichè così non è e poichè questa legge è cervellotica e senza nè capo nè coda provo invece a dire la mia sul nostro sistema scolastico.
La scuola italiana va riformata e, sopratutto chi ci lavora, almeno che non sia in malafede, deve ammetterlo.
Prima di tutto si dovrebbero decidere ad immetere in ruolo il personale docente mancante e vincolare i docenti, nella scuola primaria e secondaria di primo grado, rispettivamente per 5 e 3 anni. La continuità non è cosa di poco conto.
Vogliamo dirlo che la scuola è uno dei pochi enti dove non è più prevista formazione (siamo troppo bravi), perchè non ci sono fondi.
Vogliamo dirlo cjhe siamo noi insegnanti i primi a non voler essere valutati. Ma perchè? Possibile che non si riesca a trovare un modo per verificare il nostro operato e non tanto per ottenere i premi di meritocrazia quanto per aiutarcia svolgere meglio il nostro lavoro.
La scuola dell'infanzia non è ancora obblilgatoria eppure è la base del nostro sistema scolastico.
La scuola primaria in genere se la cava ma potrebbe andare decisamente meglio.
Ho lavorato per un brevissimo tempo nei moduli e houn ricordo pessimo di quel tempo scuola. Sono poi passata di ruolo e ho lavorato per 18 anni in un comprensivo con la scula a tempo pieno. Sono stati 18 anni di lavoro bellissimo. Il tempo pieno prevede due insegnanti per classe, 40 ore settimanali, compresa la mensa, fino al venerdì.
Le insegnanti si avvicendano una al mattino e una al pomeriggio perciò stanno con gli alunni per 4 ore.
Una volta la settimana per ciascuna le ore diventano sei perchè c'è la compresenza utilissima per lavorare insieme.
Le materie discipline sono equamenre suddivise. Nell'orario di alvoro l'insegnante ha tutta la libertà, in relazione alle esigenze didattiche, alla cpacità attentiva degli alunni, di gestire le 4 ore nel modo in cui ritiene più proficuo. Il momento della mensa diventa un momento di grande valenza didattica. E' durante il pranzo infatti che, in una situazione più conviviale e rilassate emergono considerqzioni,atteggiamenti che non emergono durante la lezione. In una realtà come quella attuale dove spesso i bambini mangiano davanti alla tv, spesso vengono invitati a mangiare porcherie purchè mangi, davvero il momento del pasto diventa un momento di grande valenza didattica. Durante il turno pomeridiano vengono attivati i vari laboratori e la scuola spesso viene aperta al terrritorio perchè il pomeriggio talvolta è più facile avere la presenza di anziani, di esperti o degli stessi genitori. Durante le ore di compresenza si attivano sopratutto lavori di gruppo odi approfondimento.
La presenza di due insegnanti mi sembra escluda l'avvicendamento di tanti insegnati ma anche il rischio di un rapporto chiuso tra un insegnate e gli alunni. Mi pare che con il maestro unico venga a amncare il confronto quotidiano tra colleghi.
Dopo 18 anni, a seguito di trasferiento, sono tornata a lavorare in un comprensivo a tempo modulare. Rimango dello stesso parere di 18 anni fa. Trovo che sia un tempo scuola che lascia spazio a un insegnamento frammentario. E' una corsa contro il tempo, entri in una classe dopo due ore devi uscire per entrare in un'altra classe. se la lezione è finita bene altrimenti se ne riparla l'indomani quando gli alunni hanno già perso il filo del discorso. spesso sono gli stessi alunni che si lamentano.
Non capisco come mai non ci sia mai stata una buona informazione sul tempo pieno. Io mi sono fatta un'idea. poichè il tempo pieno è più faticoso anche per le insegnanti e costringe ad andare a scvuola anche il pomeriggio non sarà che è più comodo andare a scuola la mattina e chiusso?
Rimanggo fortemente convinta, supportata anche dalla ia esperienza, che il tempo pieno sia il tempo scuola migliore in assoluto.
Nelle regione del nord è diffuso su gran parte del territorio e non credo sia solo una questionedi "baby sitteraggio2.
La scuola secondaria di primo grado paga lo scollamento con la scuola primaria. I docenti della scuola secondaria di primo grado hanno sicuramente una conoscenza più approfondita della materia che insegnnao ma manca loro la parte pedagogico-didattica dell'insegnamento. Manca loro la capacità di relazionarsi con gli alunni. Altrimenti non si spiega perchè spesso a ottobre sentiamo i colleghi parlare di alunni che non sembrano gli stessi che hanno frequentato la scuola primaria sino a tre mesi prima. Sembra siano sia diventati, all'improvviso, altre persone.Va bene il "fattore crescita" ma i bambini non sono stupidi e cercano le vecchie insegnanti per comunicareche il loro disagio che è sopratutto relazionale. I colleghi delle medie sono troppo stressati dalla disciplina, non lavorano in equipe, chiamano i ragazzi per cognome e sono sempre di corsa perchè quasi sempre viaggiano.
Di questo ai ragazzi non importa proprio nulla.
Ci sarebbereo ancora tantissime cose da dire e anlizzare e questo mi spinge apormi nuovamente la domanda:" Ma come ha fatto la Gelmini ad affontare una problematica così grodssa in così breve e trovare anche la soluzione?"
E se ci trovassimo davanti a un genio!!!
Articolo interessante da accompagnare con dati
* In quali paesi industriali esiste il maestro unico? (Mi pare ad es. di ricordare che in Inghilterra il maestro è unico, ma forse ricordo male o non sono aggiornato)
* Esistono soluzioni intermedie ottimali? (Ad es. il maestro unico più un laboratorio informatico e uno linguistico con propri maestri)
* Qual'è il rapporto maestri/alunni della primaria nei principali paesi?
* Qual'è la spesa dell'istruzione primaria per alunno nei principali paesi?
* Quanto è sviluppata la valutazione degli insegnanti nei diversi sistemi? Questo è un aspetto cruciale, perchè da quel poco che so in alcuni paesi (ad es. le "tigri" orientali, oltre alla solita Inghilterra), i sistemi di assessment sono molto spinti, sia sui maestri (anche unici) che sugli alunni, mentre in Italia...
Provo un po' di disagio a dover discutere fra maestro unico si oppure no. I dati servirebbero per fare informazione vera e inquadrare le argomentazioni in una cornice di maggior valore ed efficacia, anche perchè - mia opinione - il livello tecnico dell'attuale governo Berlusconi è molto basso, pre-ideologico, c'è solo una vaga ideologia di comunicazione furba che i suoi ministri respirano nell'aria, e la cosidetta riforma della scuola è fatta principalmente di tagli, pari alla "tassa sociale" Alitalia.
Quindi l'inizio dell'articolo è del tutto idoneo (separare la quantità dalla qualità) a smascherare la natura di queste cosidette riforme, mentre il resto segue una traiettoria interessante (le previsioni che si autoavverano nei processi educativi, la costruzione di una comunità insegnante) ma per così dire eterea rispetto alla necessità di avere prima di tutto un breve identikit comparato della scuola primaria italiana.