Valutare e come valutare la scuola: l’INVALSI e i suoi fratelli
Forse mai in Italia la politica si è tanto occupata di scuola e università come in questi ultimi anni. Su quali dati e informazioni si sono basate le scelte proposte? E si è predisposta una corretta analisi dell’efficacia di questi interventi? Purtroppo, i dati a nostra disposizione sono pochi e, con ogni probabilità non verrà effettuata alcuna corretta analisi dell’efficacia delle riforme adottate. Eppure, scelte sbagliate su scuola e Università possono avere conseguenze negative in ambito sociale ed economico difficilmente recuperabili nel breve-medio periodo.
Pare che l’attuale Governo abbia intenzione di tornare indietro rispetto alla norma che stabiliva l’obbligo scolastico fino ai 16 anni inserendo la possibilità di un percorso di apprendistato (scuola-lavoro) a partire dai 15 anni. Lo stesso governo ha anche deciso che alle elementari la maestra unica è meglio di più maestri e che la scuola e l’università possono funzionare bene (anzi, molto meglio, basta con gli sprechi) con meno soldi. Anche la regione è recentemente intervenuta sulla scuola dopo anni di latitanza in cui la politica ha assistito del tutto indifferente (o colpevolmente inconsapevole) allo sfascio della scuola sarda.
Forse mai la politica in Italia è tanto intervenuta e ha effettuato tante scelte e cambiamenti su scuola e università come in questo periodo. Come sono state definite le modalità di intervento? Gli interventi proposti saranno efficaci? Domande da un milione di dollari. Anzi, da milioni e milioni di euro, visto che dare la risposta sbagliata a questa domanda e formare male i cittadini può avere conseguenze negative in ambito sociale ed economico difficilmente recuperabili nel breve-medio periodo. Purtroppo, non è affatto chiaro sulla base di quali informazioni e di quali modelli siano state prese le decisioni. Né sono stati predisposti meccanismi idonei a valutare correttamente le riforme che si propongono. Né prima di effettuare le riforme si è mai attuata alcuna forma di progetto pilota per testare la bontà e/o le criticità delle proposte.
Altrove
Altrove non funziona così. Nel mondo esistono numerosi centri di ricerca perlopiù finanziati dallo stato (un solo esempio: la what works clearinghouse americana) che producono migliaia di studi che analizzano le possibili soluzioni ai problemi della scuola sulla base di dettagliate informazioni su studenti, scuole, contesti familiari e culturali etc. etc. Ad esempio, al dilemma “scuola dell’obbligo lunga o meglio che i peggiori vadano ad acquisire competenze specifiche a 15 anni” in letteratura si trovano numerosissimi studi. La maggior parte dei lavori scientifici indica che la realtà attuale necessita di conoscenze e competenze generali e non specifiche, per riuscire ad adattarsi a un mondo del lavoro in continua e veloce trasformazione. Ed è sulla base di questi studi che gli altri paesi industrializzati, al contrario di quello italiano, hanno deciso di recente di innalzare l’età dell’obbligo scolastico e aumentare le risorse dedicate a scuola e università. Magari sarà pure vero che l’Italia è, in questo ambito, l’eccezione che conferma la regola e che i nostri giovani si inseriranno molto meglio nel mercato del lavoro uscendo prima dal percorso scolastico. Ma se così non sarà temo che lo scopriremo troppo tardi.
Passando al caso sardo, se analizziamo gli interventi effettuati nel recente passato va sicuramente lodato lo sforzo economico profuso per combattere il fenomeno della dispersione scolastica. Allo stesso tempo non si possono non criticare le modalità dell’intervento (soldi dati a pioggia alle scuole) e la casualità del tipo di interventi effettuati (totale autonomia nel tipo di interventi e nella selezione degli studenti da coinvolgere negli interventi). Vi è stata l’assenza dell’uso delle (seppur poche) informazioni esistenti che avrebbero potuto e dovuto essere utilizzate per caratterizzare l’intervento (si veda l’intervento di Marco Pitzalis link). Inoltre, non sapremo mai il dettaglio di cosa è stato inutile e cosa utile della miriade di interventi diversi effettuati perché non si è raccolto un solo dato. Magari il corso di ballo sardo ha convinto numerosi studenti a continuare gli studi. Chissà.
Dati, vi prego. Che non sappiamo nulla
Non si può negare che la maggiore attenzione nei confronti della scuola sia nata anche in seguito alla diffusione dei dati preoccupanti che vedono l’Italia fanalino di coda tra i paesi industrializzati nei test OCSE-PISA e dei dati disastrosi degli abbandoni nella scuola sarda e degli stessi risultati a livello regionale nei test INVALSI e OCSE-PISA.
In Italia la maggior parte dei dati in nostro possesso derivano tuttora da indagini internazionali (OCSE-PISA e i vari TIMMS, PIRLS) ed è forse corretto dire che se da qualche anno le cose stanno cambiando è per merito o colpa della comunità europea (e della famigerata Strategia di Lisbona) che ci ha costretto a cambiare.
Il lavoro dell’INVALSI sta iniziando da pochi anni ad avviare finalmente una raccolta dati sistematica essenziale per analizzare e valutare un settore vitale per il paese come quello scolastico. In realtà dovremmo acquisire molte più informazioni sugli studenti (dovrebbe esserci un’anagrafe degli studenti degna di questo nome) rispetto a quelle che l’INVALSI sta cercando di raccogliere con i suoi questionari. Va specificato che indagini di questo tipo non servono a testare le capacità dei singoli Annunziata, Walter, o Ramòn. Quello è compito e mestiere degli insegnanti. E’ nei grandi numeri e nelle loro tendenze che indagini come INVALSI e OCSE-PISA (necessariamente standardizzate) rappresentano una fonte di informazioni indispensabile. Dovrebbero rappresentare il punto di partenza per decidere le modalità di intervento.
Certo è che la politica italiana cerca continuamente di fare le nozze con i fichi secchi. Le riforme altrove non si accompagnano in genere a tagli nelle risorse ma, al contrario, ad aumenti nei finanziamenti (si veda l’articolo Di Liberto Marrocu sull’università). Anche la raccolta di informazioni non si effettua certo per magia e se non si paga e forma il personale adeguatamente (come giustamente evidenziato nell’articolo di Annalena Manca) viene identificato solo come un onere aggiuntivo dal personale già sottopagato e demotivato.
La politica. Sempre la politica
Sapere che un diplomato calabrese al termine del percorso di studi, in media, è come se avesse effettuato due anni in meno di studi in termini di acquisizione di competenze rispetto ad uno studente lombardo o sapere che la varianza nei risultati scolastici è enormemente più alta al sud che non al nord è fondamentale per capire dove e come intervenire. Inoltre, questi rappresentano i dati di base per verificare poi se gli eventuali interventi effettuati sono stati efficaci e misurare se i divari (tra regioni e tra studenti) diminuiscono nel tempo. Queste valutazioni si possono effettuare solo sulla base di test che necessariamente devono essere standardizzati, che naturalmente sono incapaci di cogliere la complessità di fenomeni come i processi di apprendimento o l’acquisizione di competenze, ma che forniscono informazioni corrette e confrontabili.
Per quanto riguarda la Sardegna, solo quando sapremo davvero qualcosa su quali sono le caratteristiche e le lacune principali dei troppi studenti (di ognuno di loro) che abbandonano la scuola sarda la regione potrà indirizzare in modo adeguato gli interventi.
Naturalmente, anche i dati migliori non consentono di effettuare automaticamente scelte corrette, ma sono indispensabili per effettuare scelte consapevoli e monitorarne i risultati. Inoltre, scelte e obiettivi riguardano solo la politica. Se è vero che senza informazioni non si possono effettuare scelte giuste se non per caso, è anche vero che gli obiettivi non sono sempre condivisi. Il dato sul divario Calabria-Lombardia dovrebbe incentivare lo stato a effettuare nuovi e massicci interventi sulla scuola nelle regioni in ritardo, se l’obiettivo è la riduzione del divario socio-economico tra nord e sud. Oppure, lo stesso dato può portare la politica a fare altre scelte, come la realizzazione di un federalismo esasperato anche in ambito scolastico (o persino interventi velatamente razzisti), se l’obiettivo è andare principalmente incontro, ad esempio, alle preferenze di chi vota lega nord.