La rete strappata. A proposito di Grazia Deledda
"Quella che ci piace chiamare identità sarda è in crisi. E solo se la si considera in crisi non la si mistifica: non la si perde definitivamente. I sardi adesso si dividono fra coloro che tutto questo lo sanno, e lo pagano, e coloro che invece non lo sanno; o meglio non lo vogliono sapere, ficcano la testa nella sabbia – anzi nel granito – difendendo con le unghie e i denti la mistificazione."
Ecco il testo quasi integrale della relazione tenuta da Salvatore Mannuzzu su letteratura e (crisi di) identità sarde al convegno “Il fantasma di Grazia Deledda”, Nuoro 7-8 dicembre 2007.
2.
[...] Man mano che crescevo la costellazione dei miei autori si andava ampliando: mai però ne fece parte Grazia Deledda. Se è un peccato mortale questo è il momento di confessarlo, spiegando così lo scadente esito di tutte le mie esercitazioni letterarie. All’inizio del 1951 Antonio Pigliaru mi fece scrivere, per un numero monografico di “Ichnusa”, un articolino su Elias Portolu: basta leggerlo (non lo consiglio a nessuno) per capire che non fu vero amore.
3.
Sicché, venendo ai giorni nostri – iniziati per me nella prima metà degli anni ’50, quando scrissi Un Dodge a fari spenti, storia sarda che più sarda non si può – non credo d’avere mai sfruttato qualcuno di quelli che Marcello Fois chiama simpaticamente «brevetti» della Deledda. Fois (nella prefazione all’edizione Ilisso dell’Edera) elenca una lunga serie di toponimi di scrittori sardi posteriori alla Deledda: toponimi che sarebbero in realtà mondi; li elenca concludendo che appartengono tutti a lei, a Grazia: a Grassiedda. E io sono propenso a dargli ragione.
Ma San Silvano, il topos più bello di Giuseppe Dessì, nell’elenco di Fois giustamente manca. Secondo me neppure la Nuoro di Salvatore Satta ci può entrare. Gonaria forse è un personaggio deleddiano, come altri del Giorno del giudizio, ma la Nuoro di Satta si trova agli antipodi della Nuoro della Deledda. Come un cimitero – il cimitero di Nuoro sotto la neve – rispetto a un paese di vivi: di strani vivi che vogliono essere vivi per sempre, fuori dalla storia e dal tempo.
E se devo parlare di me nessuno dei miei toponimi è parente di Grazia (nemmeno come i pastori barbaricini erano parenti di san Francesco). Giustamente Marcello Fois non li include nel suo catalogo. I miei toponimi più importanti non sono di paesi: ma d’un viale, d’una piazza di una piccola città – mediocre e amatissima piccola città: viale Caprera, piazza d’Armi, anche via del Teatro (che poi è via Sebastiano Satta). I miei toponimi hanno un accento urbano; o micro-urbano, se si vuole: fuori comunque da quel sacro connottu. Appartengono a un contesto nel quale, quand’ero bambino, altri bambini mi domandavano: «Sei dei paesi?», «Sei sardo?»
Ma non si tratta tanto del confronto tra un luogo e un altro, tra le Barbagie e altri pezzi di terra: si tratta della storia, del tempo. È vero, sbaglieremmo a sostenere che i racconti della Deledda ne sono fuori: niente lo è; e storia e tempo si scaricano su quei racconti, segnandoli indelebilmente, variamente e molto – variamente e molto perché sono grandi e tanti. Si pensi a come le culture, le forme, le stilizzazioni e i decori del liberty – un liberty tardo, provinciale –traspaiono dalla filigrana mettiamo di Canne al vento (che pure io amo non poco). O si pensi invece a come il «codice della vendetta», nella ricostruzione di Antonio Pigliaru, si può desumere anche da Elias Portolu (del resto Pigliaru indicava esplicitamente la Deledda tra le sue fonti).
Però Grazia Deledda viene solo marcata, scritta, dalla storia e dal tempo, com’è inevitabile per tutti e per tutto; ma non ne scrive: scrive d’un mondo immobile per sempre, che vuole fuori da ogni storia e da ogni tempo.
Storia e tempo sono invece l’input dei mie piccoli racconti: la storia come rimorso, il tempo come «pseudonimo della vita» (diceva Gramsci). Sicché ogni cosa è rappresentata in movimento: nella sua transizione, nella sua trasformazione, che è sempre dolorosa e ne logora continuamente, infinitamente il cuore. Nei miei piccoli racconti ogni cosa è allo sbaraglio: ha perduto il senso che aveva e fatica a trovarne uno nuovo.
4.
È vero: in genere io ambiento i miei racconti in Sardegna, come spesso (non sempre) faceva Grazia Deledda. Tutti (o quasi tutti) noi sardi che scriviamo di fiction ambientiamo i nostri racconti in Sardegna: ma ciò non vuol dire che siamo tutti deleddiani. Non tutti lo facciamo per fare quel che faceva Grazia Deledda. Tutti invece lo facciamo per gli stessi motivi per cui lo faceva lei.
Di quali motivi si tratta? Questa insistenza un po’ ossessiva (diabolicum perseverare), questo eccesso di fedeltà protratto nei secoli, come per una specie di sortilegio, inducono a dubitare che non si tratti solo d’una mera ambientazione, d’una cornice fungibile come un’altra; che il legame fra noi e il contesto delle vicende che narriamo ci riguardi molto da vicino: e sia esso medesimo res litigiosa. Che dunque i nostri conti con la Sardegna non siano mai stati chiusi: anzi rimangano insoluti; e la lingua batta dove il dente duole.
La realtà è che come spesso accade la geografia è diventata storia. La Sardegna è un’isola vera: un’isola che larghi tratti di mare separano dal resto del mondo. Questi tratti di mare oggi si varcano agevolmente, ma fino a ieri non era così. Autorevoli studiosi di genetica affermano che in Europa il dna dei sardi è il meno contaminato da dna differenti, il più uguale a se stesso – a parte quello dei lapponi. Si è così costruita nei secoli, anzi nei millenni, una fitta rete sarda di rapporti e sentimenti, di cose e fatti: una piccola antica rete fino a ieri consistente, compatta, vera. Così, fino a ieri, per i sardi la Sardegna era il mondo: quel che succedeva – o non succedeva – in Sardegna, su connottu, per i sardi era la storia del mondo – l’immobile storia del mondo. Questo fa parte della nostra eredità, nel bene e nel male. Per Grazia Deledda e anche per noi, suoi posteri.
Dai tempi di Grazia sono intervenuti fin troppi cambiamenti, ma qualcosa rimane: rimane davvero, ancora tangibile. E molto di più, troppo di più, ci aggiunge la nostra immaginazione. Perché la cultura è vischiosa: ci resta appiccicata addosso malgrado il volgere degli anni e le trasformazioni degli scenari; continua a dolere come duole un arto amputato. Volano gli aerei, solcano il Mediterraneo gli aliscafi, ma esiste un revenant di quel tempo lontano: un nostro comune fantasma; il fantasma di qualcosa che ora chiamiamo identità. E continuamente ci visita, non lo si può facilmente esorcizzare.
Ma ci visita ben diversamente da come faceva con Grazia Deledda. Perché i nessi fra i sardi e su connottu – quell’antica esperienza, quel cerchio ristretto di memoria – sono straordinariamente cambiati, per sempre; ed è una grave mistificazione fare – scrivere – come se invece fossero rimasti tali e quali: come se quello fosse il mondo.
5.
I rapporti fra noi sardi che scriviamo oggi e la Deledda si giocano fondamentalmente su questo. Ma si giocano fondamentalmente su questo anche i rapporti, e le differenze, dentro la nostra non piccola schiera di scrittori (o scriventi) sardi posteri.
Giuseppe Dessì veniva visitato da quello che ho appena chiamato il fantasma dell’identità – che era poi il fantasma della sua infanzia e della sua giovinezza. Anche Salvatore Satta veniva visitato, anzi perseguitato, da quel fantasma, sempre con maggiore insistenza. Ma entrambi – pur cedendo a quella suggestione, pur arricchendosi di quella ambiguità – entrambi ciascuno a suo modo capivano che si trattava solo d’un fantasma: un fantasma senza più senso, alla lettera. Capivano che il gioco del mondo e della storia è inesorabilmente più grande. Dunque capivano – essendo scrittori – che il gioco della letteratura è incredibilmente più grande – e complicato.
Tutto ciò Salvatore Satta – voglio dirlo qui a Nuoro – lo capiva, lo sapeva, addirittura tragicamente. Vedendo con orrore che la testa del nostro comune fantasma era una «testa di morto», un teschio. O forse era la stessa testa del diavolo suonatore di piffero che guida fino «in cima al corso», «là dove termina la strada di Orosei e del mare», la corriera da cui scende in corteo «il gregge senza numero» dei morti e dei vivi di Nuoro: adesso che «è venuta la fine del mondo»
Adesso che «è venuta la fine del mondo». La realtà è che magari continuiamo a essere secondi solo ai lapponi in fatto di integrità genetica; ma quella antica, piccola, fitta rete sarda di rapporti e sentimenti, cose e fatti, si è strappata: e nessuno la potrà mai restituire qual era (quanto ce ne rimane si salva solo se viene investito in altro, restando se stesso). Gli immobili, vecchi codici – forse ancora abbastanza solidi quando cominciava a scrivere Cosima – adesso sono implosi, impazziti: quella che ci piace chiamare identità sarda è in crisi. E solo se la si considera in crisi non la si mistifica: non la si perde definitivamente.
I sardi adesso si dividono fra coloro che tutto questo lo sanno, e lo pagano, e coloro che invece non lo sanno; o meglio non lo vogliono sapere, ficcano la testa nella sabbia – anzi nel granito – difendendo con le unghie e i denti la mistificazione.
Anche fra gli scrittori sardi passa la stessa linea di demarcazione, con aggravanti specifiche. Con aggravanti specifiche per quanti pretendono di scrivere come se la Sardegna non fosse cambiata dai tempi della Deledda. O peggio dai tempi della prima vulgata deleddiana: perché il parametro è diventato da subito – inizi del ’900 – quello degli epigoni, e poi quello degli epigoni degli epigoni, fino a codificare la terza o la quarta mano.
Intanto si rimane privi di tutto ciò che davvero regge le rappresentazioni e le atmosfere della Deledda: quella presa diretta con la materia – nel riscontro dei termini d’un mondo che allora davvero c’era – e insieme quella rara forza visionaria e trasfiguratrice, che chi non ce l’ha non se la può dare.
Sicché nella pagine di questi deleddiani senza la Deledda restano solo i sedimenti della maniera deleddiana; i sedimenti degli strumentini che lei usava, con una sua astuzia letteraria (perché non è vero che non ne possedesse). Strumentini letterari del suo tempo, o magari d’un tempo anteriore al suo, non di prima qualità, poco europei, non tanto capaci d’avvenire: è buffo ritrovarli – così datati, così anacronistici – a reggere inconsapevolmente scritture di oggi.
6.
Ma qualcosa ancora più importante ci manca, che invece stava al centro del mondo di Grazia Deledda: quello che veniva detto senso del bene e del male. Costituiva il cardine su cui giravano le sue storie – il motore restando l’eros. A noi il senso del bene e del male manca, più o meno a tutti, temo: sarà appunto l’infame crisi di senso che siamo chiamati a vivere.
Non so se Attilio Momigliano abbia ragione quando a proposito di questo input morale della Deledda fa addirittura i nomi di Manzoni e di Dostoevskij: sono nomi troppo grandi quasi per chiunque. Ma non mi convince neppure la confutazione formulata da Natalino Sapegno (al quale pure io personalmente devo molto) quando risolve in sapiente e ironica stroncatura la prefazione alla più autorevole raccolta dei massimi romanzi e delle novelle più apprezzate di Grazia Deledda. Non è vero che l’inquietudine morale della nostra scrittrice sia solo un dato d’atmosfera. È invece per lei un fatto radicale, un fatto capitale della vita: tanto che lei non lo distingue dalla vita; e con il suo metro qualifica tutte le vicende umane. Tanto che, per lei, quel fatto impegna la struttura – proprio la struttura – d’ogni rappresentazione.
Ecco la differenza di fondo tra Grazia Deledda e i deleddiani. Non solo: purtroppo, tra Grazia Deledda e tutti noi – per i quali il male spesso si riduce al male di vivere.
Resterebbe da indagare come prenda corpo letterario l’input morale di Grazia Deledda, anche in rapporto all’idea del destino – della libertà e delle responsabilità umane – incarnata nei suoi libri. E forse il discorso doveva cominciare di qui; ma io mi sono già mangiato molto più del mio tempo. E posso solo accennare a come nella Deledda il senso del bene e del male sia più che altro senso del male: stringente senso del male, del peccato. Nei suoi romanzi, nelle sue novelle il bene non viene rappresentato se non in negativo, non si mostra mai cosa sia. Mentre il male – il male che non è solo il male di vivere – ha contorni netti e nome preciso: preferibilmente il nome delle sue forme ritenute estreme. È, sicuramente, quest’azione umana e quest’altra, nella più vitale concretezza, con l’inseparabile dote di dolore: l’incesto di Elias, il sacrilegio di Prete Paulo (ma i temi dell’incesto e della relazione sessuale sacrilega tornano, occulti o espliciti, in non pochi racconti deleddiani).
Un male cui non risponde la grazia, sembra. Un male senza grazia; un male il cui vero castigo è l’espiazione. O forse il segno della grazia – non a caso nelle storie più belle, nella Madre e in Elias Portolu – è la morte sacrificale di un innocente, che sancisce consumata l’espiazione.
Se la grazia si manifesta in questo modo, il disegno delle responsabilità umane ha tratti corrispondenti. Il male è irresistibile? le volontà umane non gli si possono opporre? Spesso pare che sia così, nelle storie della Deledda; ma la conseguenza non è che gli umani sono incolpevoli. Al contrario: essi hanno colpa di tutto il loro male; e sono chiamati a risponderne per tutta la loro vita. Questa ambiguità, questa contraddizione, diventa un punto di forza di molte pagine deleddiane. (Antonio Pigliaru mi aveva avvertito che si tratta d’una contraddizione tipicamente sarda. Che nella Deledda se ne ritrovano molte altre proprie dell’anima sarda: il fatalismo, l’egocentrismo, l’immanentismo, la schiavitù del passato...)
7.
Basta, basta: l’ho fatta vergognosamente lunga. Sarà perché non avevo quasi mai parlato di Grazia Deledda, perché avevo pensato poche volte a lei; e adesso mi tocca farlo nella sua città.
Ed è ricordandomi del difficile rapporto fra lei e la sua città che mi viene da concludere. Come lei – ribelle, caparbia ragazza – infrangeva il divieto di scrivere che la sua città le intimava. E come scrivendo dava vita a rappresentazioni opposte alle aspettative – autoreferenziali e patriottiche – del senso comune dei sardi di allora.
È una piccola lezione? Mica tanto piccola, se si rivolge a un contesto – quello italiano odierno ma non solo – dove regola affannosa dello scrivere è solo inseguire il consenso.
Grazia Deledda scriveva non come volevano gli altri, ma come – misteriosamente – voleva lei; come voleva la sua vocazione. Come voleva il suo destino.
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