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La scuola e il tradimento dello Stato (e della Regione)

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di Marco Pitzalis

La crisi del reclutamento nella scuola è l’espressione dell’assenza di una classe dirigente nazionale capace di un progetto di riforma ma anche di un senso alto delle istituzioni. Sulla questione del reclutamento si è consumato il tradimento dello Stato. A questo, si aggiunge il tradimento della Regione, incapace – da cinque anni – di giocare il proprio ruolo strategico e sempre immancabilmente concentrata sul contingente. L’articolo si conclude riprendendo le fila di alcuni progetti già in campo e di alcune idee da noi discusse che potrebbero costituire i cantieri grazie ai quali rilanciare la scuola e la società sarda del futuro. 

La scuola come Giano bi-fronte

pitzalis-scuola

Questo mio articolo è accompagnato da due interventi molto differenti, se non in qualche misura opposti. L’articolo di Rosa Piras fa il punto su un’esperienza – in corso nella provincia dell’Ogliastra – attraverso la quale gli istituti scolastici stanno costruendo un percorso di auto-valutazione che preluda ad un miglioramento dei processi. La lettera della “non-precaria”, invece, denuncia la crisi del sistema scolastico sottolineando un aspetto cruciale: la deregolazione del sistema di reclutamento nella scuola. Deregolazione che determina comportamenti opportunistici e una sostanziale dequalificazione del corpo insegnante.

Dov’è la verità? Sta da una parte e anche dall’altra. Nella scuola vi è uno sforzo continuo di riflessione e di miglioramento che vede protagonisti dirigenti, amministratori ed insegnanti. Ma troviamo anche oggettivi elementi di debolezza e di crisi la cui responsabilità ricade anche su questi attori.

Ho sottolineato altrove (Pitzalis, 2006; 2009) che la questione del reclutamento è centrale per la riqualificazione della professione insegnante. Non condivido però l’analisi fatta dall’autrice della lettera. I comportamenti opportunistici sono evidenti e ne ho raccolto anch’io testimonianze nel corso degli anni. Ma la lettera sbaglia l’obiettivo. Tali comportamenti infatti non dipendono dalla “natura” delle persone. Queste, infatti, agiscono razionalmente in un contesto di caos amministrativo.

Qual è allora il problema? In Italia (e in Sardegna) manca da quaranta anni una classe dirigente nazionale capace di avere un progetto e di saper tenere fermo il timone rispetto alle scelte strategiche – anche in presenza di cambiamenti di quadro politico.

Circa dieci anni fa, Luigi Berlinguer pose la questione della risoluzione del problema del precariato come questione centrale e cercò di risolverlo attraverso il grande concorso del 1999 e con l’istituzione delle SSIS. Si cercava così di sanare il pregresso attraverso un concorso. E si ponevano le basi del futuro istituendo dei corsi abilitanti di formazione professionale degli insegnanti.

Le SSIS rispondevano infatti ad una esigenza fondamentale: creare gli insegnanti della scuola dell’autonomia. Insegnanti che oltre alle competenze disciplinari, acquisite negli anni universitari, avessero competenze organizzative, didattiche, metodologiche, psicologiche, pedagogiche.

L’insegnamento non più inteso come mestiere appreso sul campo ma come professione.

L’importanza delle SSIS stava soprattutto nel fatto che nel corso del biennio di formazione, gli specializzandi costruivano una cultura professionale autonoma e la consapevolezza di sé come gruppo professionale, elementi che mancano agli insegnanti in Italia (Oppo Pitzalis, 2005; Pitzalis, 2006).

Il fallimento delle SSIS è stato il prodotto di due processi confluenti: l’ostilità dei precari e dei vecchi insegnanti tradizionali (che vedevano messa in discussione la fonte della propria legittimità);  e l’incapacità dello stato di istituzionalizzare la formazione degli insegnanti nelle SSIS.

Dopo Berlinguer, i numerosi ministri succedutisi non hanno saputo dare seguito a quell’azione e hanno provveduto ad indebolirla. M. S. Gelmini ha seppellito quell’esperienza proponendo – in linea con la complessiva svolta conservatrice della maggioranza di governo – un ritorno alla concezione dell’insegnamento come “mestiere” di cui si apprendono i rudimenti con il tirocinio.

 

La produzione del precariato: perché la madre dei precari è sempre incinta?

Con le SSIS e il concorso del 1999 e dopo le successive stabilizzazioni dei precari, attraverso i concorsi riservati, non ci sarebbe più dovuto essere precariato. Eppure ci troviamo sempre al punto di partenza. Incapacità di programmazione e di gestione delle risorse umane, incapacità progettuale, incapacità di un’azione di riforma fondata su uno serio studio d’impatto, fatto sta: oggi l’80% dei precari è titolare di un’abilitazione. Il restante 20% è un effetto perverso dei margini di manovra che i Presidi e le segreterie scolastiche hanno nel conferire le supplenze di istituto.

 

Il tradimento dello Stato

Occorre rimettere le responsabilità dove esse si trovano. La responsabilità è dell’amministrazione dello Stato.

Lo stato ha istituito le scuole di specializzazione per l’abilitazione degli insegnanti. In nome dello Stato sono stati selezionati gli specializzandi secondo un numero programmato dall’amministrazione dello stesso stato. Ed in nome dello Stato le commissioni di specializzazione hanno conferito le abilitazioni.

Le persone selezionate hanno investito tempo, energie, denaro. Hanno fatto un investimento esistenziale che ha dei costi elevati. Maggiore è l’investimento – in termini di tempo, di risorse materiali, di impegno – e più difficile diventa, per le persone coinvolte, rinunciare a quella posta e cambiare strada. Si tratterebbe di un investimento perduto.

Per questa ragione, nonostante le difficoltà, i precari si sobbarcano la trafila umiliante delle chiamate annuali e il sacrificio – ancora una volta esistenziale ed economico – di un lavoro da pendolare.

Ecco però l’aspetto cruciale: i gruppi di potere che dominano governo e parlamento non si sentono vincolati dalle promesse e dagli impegni che lo Stato ha preso nei confronti di questi cittadini.

In questo senso parlo di assenza di una classe dirigente nazionale.

Le persone che hanno conseguito le abilitazioni nella scuola primaria e nella scuola secondaria non sono precari, sono individui cui lo Stato ha chiesto un impegno in cambio di una promessa. Lo Stato che oggi non rispetta il senso delle sue scelte tradisce il patto di cittadinanza.

In Italia, la crisi delle istituzioni si nutre dell’incapacità dei governanti di essere classe dirigente. Il tradimento di una promessa istituzionale mina profondamente la credibilità delle istituzioni.

Il tradimento della Regione.

Cosa rimarrà della politica dell’istruzione e della formazione portata avanti dalla giunta Soru? Nulla. Questa è la verità. Né una legge, né un intervento strutturale capace di incidere sulle dotazioni scolastiche o sull’organizzazione della scuola (sia come sistema scolastico regionale, che come singolo istituto). L’avvertimento era stato dato proprio su queste pagine, ma fu inascoltato.

la Regione ha impegnato negli ultimi tre anni risorse che si aggirano intorno ai cento milioni di euro. Questi soldi sono stati sprecati, buttati al vento e sono scomparsi nel calderone dei progetti scolastici (basti leggere quanto dice Rosa Piras sui test di VALXVAL in Ogliastra, i cui risultati sono ancora tristemente in linea con quelli di OCSE-PISA).

In compenso, la giunta Soru si è preoccupata di smantellare scientemente un progetto di avanguardia a livello nazionale: il progetto Campus. I progetti Marte e Campus per la scuola in Sardegna sono stati un esempio importante del modo in cui una “visione” si può tradurre in un progetto che si dispiega sul lato delle strutture materiali e su quello delle strutture della conoscenza. Il progetto Campus concepiva la scuola come sistema costituito da reti e connessioni in cui si produce e si fa circolare la conoscenza. Ora questo progetto ha avuto dei difetti. Ci sono aspetti – di natura tecnica e insieme socio-culturale – che non hanno funzionato.  Sicuro. Ma alla Regione spettava di controllare l’evoluzione e ove necessario intervenire a correggere gli errori e rivedere le strategie. Invece si è voluto dare un colpo di spugna e buttare alle ortiche l’investimento fatto. Ciononostante, di quella stagione rimangono le infrastrutture ancora al servizio della produzione e della diffusione della conoscenza. E non solo, iniziano a germinare risultati un anno fa insperati.

Nell’ambito del progetto Campus, si è sviluppata una sperimentazione di consorzi di scuole tecniche e professionali. Si trattò di una felice intuizione condivisa da Silvano Tagliagambe, Bachisio Porru, Elettra Godani e me che mirava ad innestare il progetto Campus con i processi di riforma più avanzati a livello nazionale. Ancora una volta la Sardegna si poneva all’avanguardia: eravamo i primi in Italia.

La sperimentazione conclusa nel giugno 2007 – e nonostante il successo – fu colpevolmente ignorata (purtroppo, l’attento assessore Mannoni aveva appena lasciato l’interim dell’assessorato alla pubblica istruzione).

Come un fiume carsico, l’esperienza realizzata nella primavera del 2007 ha fatto il suo corso ed è maturata fino a riemergere recentemente con la nascita a Macomer del primo Istituto tecnico superiore nell’ambito di un polo tecnico-professionale.

La scuola e le amministrazioni locali hanno energie e intelligenze che nemmeno l’insipienza di gruppi di potere incapaci di essere classe dirigente possono soffocare.

È da questa intelligenza che si deve partire. Dando obiettivi e risorse per realizzarli. Ma soprattutto permettendo alle risorse migliori di porsi all’avanguardia dell’innovazione.

  

Cosa serve in Sardegna?

Da un lato, la politica nazionale mette in pericolo la sopravvivenza delle scuole nelle zone rurali. Per questo ritornano di attualità progetti capaci di ragionare in termini di sistema.

Dall’altro, sotto la spinta della Confindustria, il governo ha messo in campo una riorganizzazione dell’istruzione tecnica e professionale che permette di riqualificare e rilanciare questo segmento strategico dell’istruzione secondaria e terziaria.

Occorre dunque partire da questi due elementi. Difendere l’idea di un servizio pubblico diffuso nel territorio e far fruttare gli spazi amplissimi di autonomia per riconfigurare il sistema di istruzione tecnico e professionale in Sardegna.

Quattro sono gli elementi dai quali l’amministrazione regionale può ripartire:

1. Fare sistema.

Occorre riprendere l’intuizione alla base dei progetti Marte e Campus che pensavano la scuola come un sistema che costruisce e produce integrazione tra attori e istituti scolastici e che permette di mettere in moto processi virtuosi di costruzione e circolazione delle esperienze e delle conoscenze. Le nuove tecnologie permettono di portare la scuola anche nei paesi dove oggi non c’è e si può pensare a forme di semi-pendolarismo. Aule multimediali attrezzate come quelle del progetto Marte consentono, con l’apporto di tutor d’aula, di svolgere una parte delle attività scolastiche in punti di erogazione scolastica in ogni paese e permettono di portare esperienze didattiche e culturali avanzatissime in ogni angolo della Sardegna (una lezione può essere impartita a Cagliari e seguita dagli studenti di Orune con un sistema di interconnessione che permette l’interazione in tempo reale tra docente e discente).

2. Un sistema informativo affidabile e un sistema di ricerca all’avanguardia.

Una delle incompiute più clamorose della giunta Soru è non aver realizzato un sistema informativo all’altezza dei tempi (e sarebbero bastate le briciole della montagna di soldi impegnata). Si è parlato di anagrafe degli studenti, ma è rimasta nel libro delle chiacchiere.

Tale sistema informativo per essere produttivo non deve essere fine a se stesso ma deve essere progettato in modo da produrre conoscenze. Deve essere dunque studiato per poter servire alla ricerca sui processi scolastici ed educativi. Soltanto così infatti i dati di un database diventano informazione capace di produrre senso, cultura e conoscenza condivisa.

Anche qui però occorre ragionare in termini di sistema. La Regione non deve fare da sola, perché il sistema ha senso se si integra con chi le conoscenze prodotte le usa e i dati li fornisce: amministrazioni provinciali, comuni e istituti scolastici.

3. Ripartire dalla scuola professionale.

La scuola professionale è l’anello debole del sistema. La sua dequalificazione si alimenta degli stessi meccanismi scolastici di selezione e orientamento. Le scuole medie indirizzano verso queste filiere gli studenti considerati scolasticamente meno dotati. Inoltre, si pone un problema di giustizia. Il gap culturale che separa questi studenti da quelli provenienti dai licei aumenta e non diminuisce. Come testimonia l’articolo di Rosa Piras, all’ultimo anno delle professionali abbiamo i risultati peggiori. Gli studenti dunque a scuola, paradossalmente, “peggiorano”. Occorre dunque riqualificare questo settore. Il progetto dei poli tecnico-professionali e la costruzione degli Istituti tecnici superiori sono un ottimo punto di partenza sul quale la scuola in Sardegna ha già lavorato.

4. Una nuova architettura per una scuola di qualità.

Infine, riprendiamo la proposta già lanciata da queste pagine. Investiamo le risorse finanziarie regionali per coniugare sviluppo e cultura. Mettiamo a lavorare le imprese. Apriamo cantieri in ogni paese e facciamolo lanciando una campagna di ricostruzione e riqualificazione dell’intero patrimonio di edilizia scolastica regionale.

Una buona scuola è anche una bella scuola. Una scuola studiata per i bambini, per i ragazzi e per la realizzazione di un progetto pedagogico. Una scelta di questo tipo porrebbe davvero la nostra regione all’avanguardia sul piano europeo e sarebbe un investimento doppiamente produttivo.

 

Bibliografia:

M. Pitzalis, 2006, “Gli insegnanti e il cambiamento sociale”. In Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di) Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Ed. Guerini, Milano, 2006.

A. Oppo, M. Pitzalis, 2005, “Formare gli insegnanti all'università: uno studio di caso”. Università e Scuola, 2R, Dicembre.

M. Pitzalis, 2009, “Hamsters on a wheel? Conflict over the role of school teachers in the primary education state school model”. Italian Journal of Sociology of Education, n. 3 (autunno 2009).

 

by Marco Pitzalis last modified 2009-10-09 12:06

M@rte

Posted by Carla Atzeni at 2009-10-08 23:47
letto...approvato e sottoscritto...con particolar riguardo per il progetto M@rte che nonostante tutto non è ancora completamente morto e le sue alule sono (volendo) ancora perfettamente funzionanti.

Architettura per una scuola di qualità

Posted by Piero Atzori at 2009-10-23 08:12
Trovo interessante questo contributo, ma riuscirà a vincere l'indifferenza della politica verso i problemi relativi alla qualità dell'istruzione?
Per quanto riguarda l'edilizia scolastica, direi che proprio osservando le strutture scolastiche si coglie, miscelata con il cemento, una politica di bassissimo profilo.
La qualità degli studi risente tantissimo dei limiti strutturali imposti da scelte economiche, progettuali e tecniche di chi non ha a cuore i problemi della scuola. La scuola deve rendere compatibile quel che vuol fare con gli spazi che le vengono assegnati. In particolare, le strutture scolastiche venute su dagli anni sessanta in poi fanno veramente pena, sono brutte, non funzionali e chi più ne ha più ne metta.
Si consideri anche che edifici standard con aule, uffici, laboratori, palestra sono ormai superati in quanto relativi a un modello, quello della trasmissione del sapere, che oggi va integrato con modelli più dinamici e interattivi basati sull’apprendimento. Da questo punto di vista neppure una scuola a Sassari e forse in Sardegna è in linea, quel che sorge è già superato da vent’anni almeno.
La proposta di Marco Pitzalis di un grande investimento in una'architettura scolastica all'avanguardia per progettare un futuro diverso per i nostri figli si scontra però con la mancanza di una classe dirigente sarda che si rispetti, come da lui più volte rilevato. Almeno per ora.

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