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Lettera di un ex potenziale precario

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Gentile Direttore, Le scrivo sul precariato nella scuola ben sapendo che si tratta di una posizione controcorrente ... La mia esperienza nella scuola è stata molto felice ... ma non credo che quarantamila “precari” siano tutte persone mosse dal sacro furore dell’insegnamento .. in corrispondenza dell’ultimo concorso pubblico per l’insegnamento (nel 1999!) un mio collega mi disse che non aveva intenzione di partecipare perché tanto sarebbe passato di ruolo ugualmente e senza fatica, bastava aspettare...


Gentile Direttore,

Le scrivo la mia opinione sul precariato nella scuola ben sapendo che si tratta di una posizione controcorrente. Ho 41 anni, mi sono laureata in lettere antiche con il massimo dei voti molto giovane e ho iniziato subito a lavorare come insegnante. La mia esperienza nella scuola è stata molto felice, sia perché ho da subito insegnato le mie materie preferite, il latino e il greco, sia perché ho sempre avuto ottimi rapporti e risultati con i ragazzi, anche in contesti sociali molto difficili.

Ho insegnato per circa tre anni dopo la laurea, fino a quando hanno aperto le graduatorie permanenti, chiuse da quasi dieci anni. Non ricordo per quale motivo, ma entrando in graduatoria mi contarono solamente il voto di laurea e siccome a parità di punteggio aveva la precedenza la maggiore età (oggi mi dicono che non è più così), mi vidi superata da decine di colleghi laureati anche a trent’anni e due o tre anni dopo di me.

Lì si è fermata la mia carriera nell’insegnamento, che pure mi piaceva moltissimo. precariamenteNon potendo (né volendo) legare la possibilità di lavorare alla chiamata di un preside in una scuola a 100 km di distanza, ho cercato altre strade. Sono partita negli Stati Uniti per migliorare l’inglese e intanto ho continuato a studiare, mi sono specializzata e  ho fatto altri lavori, quasi tutti non attinenti alla mia carriera di studio ma che mi hanno permesso di acquisire competenze in ambiti diversi e di ampliare l’ambito delle relazioni.

Non ho mai visto questo mio percorso come una deminutio. In dieci anni ho cercato e avuto molte occasioni e fatto esperienze lavorative molto belle e gratificanti, anche dal punto di vista economico, in molti ambiti, come quello legato all’Unione Europea e ai Fondi strutturali, alla Pubblica Amministrazione, al giornalismo. A questo punto la laurea in Lettere è diventata quasi un ostacolo, dal momento che mi impedisce in partenza di partecipare a numerosi concorsi che probabilmente potrei superare ma che sono aperti solo a lauree come giurisprudenza o scienze politiche mentre non viene considerata l’esperienza lavorativa.

Non racconto questo per insegnare qualcosa a qualcuno. Ma per far sapere che esistono anche altre possibilità, anche se sono più difficili.

Ho sempre pensato che sia molto più facile aspettare un posto fisso, sicuro per sempre, piuttosto che mettersi in gioco, tentare altre strade. Perché di altre strade ce ne sono, se uno le cerca.

Quando sento di colleghi “precari da venti anni”, penso che io non avrei aspettato neanche due. E provenendo dalla facoltà di lettere di un ateneo del Sud, non certo tra le facoltà migliori d’Italia, mi chiedo che altro sbocco potrebbe avere un laureato magari con un voto basso in una facoltà già così debole dal punto di vista degli sbocchi lavorativi come Lettere (non lo dico io, lo dicono le statistiche) se non insegnare.

Sì, insegnare. Perché lì basta aspettare. Gutta cavat lapidem. Prima o poi ce la fai. Non serve un buon curriculum perché in graduatoria non conta niente. Un Master alla Bocconi ha in graduatoria lo stesso punteggio di uno per corrispondenza (e moltissimi lo prendono così, “per fare punteggio”). E nessuno può controllare niente in cattedra.

Ho avuto al liceo classica un insegnante di italiano (laureata al Magistero) che ci aveva detto che il teorico del Neoclassicismo Winkelmann aveva scoperto Troia, confondendolo con Schliemann, tra l’ilarità di tutti noi, anche i più asini. Il suo stipendio era assicurato e assolutamente uguale a quello della mia eccezionale insegnante di latino e greco, alla quale sarò grata tutta la vita per avermi insegnato a studiare e scrivere con metodo che applico ancora.

Ciò che voglio dire, in sintesi, è che non credo che quarantamila “precari” siano tutte persone che non hanno desiderato fare altro nella vita e siano mossi dal sacro furore dell’insegnamento.

In corrispondenza dell’ultimo concorso pubblico per l’insegnamento (nel 1999!) un mio collega mi disse che non aveva intenzione di partecipare perché tanto sarebbe passato di ruolo ugualmente e senza fatica, bastava aspettare.

Aveva ragione. Io superai gli scritti, ma non diedi l’orale perché già lavoravo a tempo pieno e non avevo tempo per studiare.

Credo invece che questa storia sia ormai più che altro un problema sociale che ha poco a che vedere con le vere esigenze della scuola, che sono piuttosto legate alla qualità dell’insegnamento, come ci dice anche l’Unione Europea.

I tagli (comunque indiscriminati, a mio modo di vedere) sono di molto inferiori ai precari in giro e ai potenziali disoccupati che la facoltà di lettere continua a sfornare mentre gli insegnanti sono abbandonati a loro stessi, vittime di un sistema che non li valorizza.

Non so quale possa essere la soluzione al problema, ma forse bisognerebbe una volta per tutte cancellare l’illusione che per avere un lavoro il tempo sia l’unico requisito necessario.

Cordialmente

 

 

 

 

 

by Red last modified 2009-10-05 11:47

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