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La crisi del Pd: senza ricambio nessun futuro

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di Giorgio Macciotta *

La vittoria di Soru fu accompagnata da una speranza di rinnovamento istituzionale e politico. Questa speranza è stata delusa. Ora occorre ripartire dal programma e dal rinnovamento dei gruppi dirigenti. Poi, insieme alle altre forze della coalizione, si dovrà discutere del programma realizzato, di quello per la prossima legislatura, e scegliere, meglio se attraverso consultazioni primarie, il candidato alla Presidenza e quelli per il Consiglio regionale e per il Parlamento europeo.


Non è la prima volta che nel centro sinistra si apre uno scontro sulla scelta del Presidente della Regione. Accadde anche tra il 2003 e il 2004, in particolare all’interno dei DS.

C’era, allora, chi riteneva indiscutibile la candidatura di un dirigente del maggior partito della coalizione. Si sosteneva che, scelto il candidato, tutti i DS avrebbero dovuto sostenerlo nelle eventuali elezioni primarie. Si puntava, in realtà, a risolvere il problema con accordi tra ristrette burocrazie di partito.

A un simile schema si oppose chi, partendo dall’esistenza di un altro candidato in campo, che dichiarava di collocarsi all’interno del centro sinistra e che chiedeva le primarie per la scelta del leader, riteneva le consultazioni primarie una scelta ineludibile e, insieme, si opponeva a una granitica disciplina di partito. Le primarie, si diceva, sono per loro natura una sfida aperta su uomini e programmi e vale la pena di crederci sino in fondo in una fase nella quale la fine delle ideologie e il superamento dei vecchi partiti, con la loro capacità di definire una precisa identità collettiva e di rappresentare e mobilitare le masse che in essa si riconoscevano, lasciava spazio non al libero confronto delle idee ma all’incontrollato dominio della pubblicità. Le elezioni primarie rappresentavano uno dei pochi momenti di reale apertura al confronto.

Quella sfida fu vinta: non ci furono altri candidati contro Soru, la coalizione intorno a lui raccolse società civile, base dei partiti e, progressivamente, i gruppi dirigenti del centro sinistra sardo e vinse le elezioni.

Oggi, al termine del quinquennio, occorre fare il bilancio sul terreno istituzionale e su quello politico.

Mi è capitato altre volte di indicare gli aspetti sui quali andrebbe sviluppato un confronto con la società sarda: la riforma della politica e delle istituzioni, il rilancio della qualità della vita, l’innovazione economico-finanziaria.

Non si può dire che tutto è andato per il meglio, ma è difficile contestare, in alcuni settori, una inversione di tendenza.

Una finanza regionale gravemente deteriorata è stata riportata sotto controllo. Si è, da prima, arrestata la crescita della spesa fuori controllo, con una ricognizione attenta delle singole poste (e in particolare di quella sanitaria), e, successivamente, si è impostata la vertenza sulle entrate proprie della Regione con una riscrittura dell’articolo 8 dello Statuto. Il risultato è stato, su questo terreno, indiscutibilmente positivo. Sarebbe stravagante che la coalizione che ha impostato (e vinto) una simile battaglia non rivendicasse unitariamente i risultati ottenuti nella prossima campagna elettorale. Per farlo con efficacia occorre riconoscere gli errori compiuti realizzando il pareggio di bilancio con l’impropria utilizzazione di maggiori entrate previste per i successivi esercizi. Non essendo emersa nessuna esigenza di pagamenti, l’operazione si è conclusa senza reali danni. Non sfugge però che l’applicazione di rigorose e trasparenti regole di bilancio è un valore che tutela contro politiche di finanza creativa che, in un passato anche recente, hanno dissestato i bilanci pubblici in Italia con gravi conseguenze per la maggioranza dei cittadini e per le imprese.

La seconda sfida, in condizioni di emergenza per la bocciatura del piano paesistico, è stata quella dell’ambiente.

Su questo terreno si è ripresa e rilanciata la miglior tradizione della politica sarda. Quando in altre regioni coste e ambiente erano messe a sacco in Sardegna si ebbe il coraggio, all’inizio degli anni ’80, di introdurre un vincolo di inedificabilità sulle coste. Nel corso degli anni ’90, quando le spese ambientali erano sacrificate, la Sardegna è stata stabilmente in testa negli stanziamenti in questo settore. Le pubbliche amministrazioni, tra il 1996 ed il 2006, hanno speso nell’isola 449 € pro capite all’anno (secondi solo alla Val d’Aosta, con 490) ma soprattutto hanno impegnato quasi il 4,6% della loro spesa primaria (contro il 2,9% della Val d’Aosta e il 2,7% della media nazionale). Assaltato da molteplici interessi, con quasi 200 ricorsi in sede amministrativa, il complesso degli strumenti urbanistici ha mostrato una notevole capacità di tenuta e non è casuale che l’isola sia ai primi posti tra le mete ambite dal turismo internazionale.

Anche in questo campo sarà tanto più convincente la rivendicazione dei risultati ottenuti quanto più rapidamente, in un limpido confronto con gli Enti Locali interessati, si rimuoveranno quegli aspetti di eccessiva rigidità (e, insieme, di discutibile discrezionalità dell’Amministrazione regionale) che rischiano di creare una miriade di microconflitti e di oscurare il positivo risultato d’insieme.

Sul terreno più propriamente politico-istituzionale il risultato è invece meno soddisfacente.

La vittoria di Soru fu accompagnata da una speranza di rinnovamento istituzionale e politico.

Occorreva costruire le istituzioni di una più coesa società regionale, aprendo un processo di leale cooperazione con gli altri livelli di Governo e con le forze sociali, disegnando un sistema di governo più aperto al contributo delle competenze. Occorreva stimolare la costruzione di partiti più moderni e capaci di radicarsi, con un processo democratico nella società sarda.

Questa speranza è stata delusa.

Sul terreno istituzionale è emblematica la vicenda della legge statutaria. La recente promulgazione, malgrado un referendum sostanzialmente negativo, regolato da una legge maldestramente messa a punto nella precedente legislatura, ha concluso nel modo peggiore una vicenda che era già iniziata male con uno scontro giocato solo sulla definizione degli equilibri tra Presidente della Giunta e Consiglio e senza alcuna attenzione ai temi della partecipazione.

Sul terreno dei partiti il quadro sconfortante è sotto gli occhi di tutti. Un universo, salvo poche eccezioni, incapace di rinnovarsi e che esprime la classe dirigente emersa tra l’inizio degli anni ’80 e i primi anni ’90.

Soru che pure era stato espressione di rinnovamento ha finito, su questo terreno, con l’esaurire il suo ruolo in una estenuante mediazione tra notabili. Ha progressivamente emarginato quelle rappresentanze della società civile che lo avevano affiancato al momento della candidatura ed ha mostrato una crescente insofferenza per forme di dissenso che ponessero in discussione non tanto gli obbiettivi ma persino le modalità tecniche per realizzarli.

Il progressivo sfaldarsi della coalizione, i risultati delle primarie del PD e la attuale crisi di quel partito dimostrano come il più danneggiato da una simile deriva “solitaria” sia in primo luogo il Presidente uscente.

C’è un solo modo per tentare di sfuggire ad una situazione il cui esito sarebbe in altro caso segnato: la riconsegna della Regione a un centro destra impresentabile.

Occorre ripartire dal programma e dal rinnovamento dei gruppi dirigenti.

Va contrastato l’alibi della scarsa autorevolezza dei giovani. Come ci spiegavano i dirigenti che favorirono l’ascesa di quelli attuali: “se non si comincia non si diventa mai autorevoli”. Occorre favorire l’elezione ai massimi livelli di direzione politica del PD di un gruppo dirigente, interamente rinnovato, espressione di quei quarantenni che nella società, e anche nelle istituzioni, sono stati finora messi ai margini delle decisioni fondamentali. Poi, insieme alle altre forze della coalizione, si dovrà discutere del programma realizzato, di quello per la prossima legislatura, e scegliere, meglio se attraverso consultazioni primarie, il candidato alla Presidenza e quelli per il Consiglio regionale e per il Parlamento europeo.

Se Soru, tacitando qualche troppo encomiastico suo sostenitore, assumesse la bandiera di un simile programma dimostrerebbe, nei fatti, di voler riprendere un cammino interrotto.



* Una versione breve di questo articolo è stata pubblicata da La Nuova Sardegna del 28 luglio 2008, pp. 1-18.

by Giorgio Macciotta last modified 2008-07-28 10:53

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