La nuova concertazione? Un inopportuno ritorno al Futuro
C'è una grande confusione sotto il cielo della politica - o meglio, delle politiche - in questo periodo. Tornano modelli che parevano superati e che forse fin dall'inizio erano poco adatti alla società italiana. E' il caso della concertazione, che ha aiutato il nostro Paese ad uscire dalla crisi dei primi anni '90 ma poi ha mostrato tutti i suoi limiti applicata alle politiche di sviluppo. Una strategia che a livello macroeconomico può funzionare ma non dà altrettanti frutti se applicata alle politiche di sviluppo locale. Più si scende nel dettaglio, invece, più diventa importante la diretta partecipazione dei cittadini, delle imprese, del terzo settore, della società civile, alle scelte pubbliche.
Il ritorno della concertazione
15 febbraio 2010. Sito web della Regione. Leggo: “La Giunta regionale guidata dal presidente Ugo Cappellacci lancia il "Patto per lo sviluppo". Questo è il tema strategico che si sta proponendo all'attenzione delle
Organizzazioni Sindacali e datoriali durante gli incontri di questa mattina in viale Trento e che coinvolgerà anche le autonomie locali e funzionali e tutti gli attori dello sviluppo economico sociale della Sardegna”. "Il Patto per lo sviluppo - spiega il Presidente della Regione - vuole rappresentare prima di tutto una nuova opportunità per costruire tutti insieme quegli scenari che ci consentiranno di guardare a nuove prospettive e opportunità per il rilancio del Sistema Sardegna". Ritorno al Futuro? Alcune notizie, in questo periodo, lasciano spiazzati. E’ ricomparsa una delle parole più in voga nei primi anni ’90: concertazione. Pensavamo di essercela lasciata dietro le spalle con il tramonto della stagione post intervento straordinario nel Mezzogiorno, quella della programmazione negoziata. E invece no, riciccia. Sarà che viviamo un momento di scarsa produzione d’idee nella politica. E quella economica non fa difetto a questo andazzo. Il governo regionale, in difficoltà fin dalla sua nascita o quasi, ce la ripropone come modello di produzione di politiche. Così come fece, in una stagione ancor più complicata - quella che fece seguito alla recessione dei primi anni ’90 - il governo Ciampi ed in seguito quello Prodi, con una parentesi nel secondo governo Berlusconi. Da allora è passata tanta acqua sotto i ponti e tanti sono stati gli studi che, sia da parte sociologica, che politologica che - naturalmente - economica hanno mostrato i grossi limiti di un modello che possiamo dire già debole fin dal suo debutto.
Un modello di policy inadatto al caso italiano
La concertazione è un modello di produzione di politiche attraverso la consultazione delle parti sociali, in estrema sintesi. Certo, esistono diverse varianti, a seconda della rilevanza dei differenti ruoli, ma di questo si tratta. Un governo e le parti sociali, si siedono intorno ad un tavolo e decidono i destini del mondo. Questo modello - se mai lo è stato - non è più quello buono per i nostri assetti sociali ed economici. E’ facile dimostrarlo. La società italiana è chiusa, poco mobile, caratterizzata dalla presenza di lobby e gruppi di potere. Le organizzazioni rappresentative di interessi diffusi, associazioni di categoria e sindacati, da tempo non li rappresentano più. Difendono le posizioni di pochi, lasciando fuori la maggior parte dei cittadini che ormai non si rivolgono più ad esse per essere tutelati. E’ la stessa storia della crisi dei partiti. E si vede dai dati delle serie storiche degli iscritti. Cosa succede nella concertazione? In pochi si discute di scelte politiche e di risorse, in pochi si accede alla mistica delle procedure di accesso ad esse - ben protetti da stratificazioni di tecnicismo di cui è intessuto il lessico della programmazione - in pochi si beneficia dei finanziamenti. E’ un modello chiuso, autoreferenziale. La concertazione genera le cosiddette coalizioni collusive, cioè grumi di potere che hanno lo scopo di succhiare rendite dai bilanci pubblici. In molti casi, addirittura, in maniera illecita. La storia delle politiche economiche del nostro Paese è piena zeppa di questa fenomenologia.
Politiche pubbliche partecipative: migliorare insieme programmazione e democrazia
E allora? Perché si torna indietro? Esistono modelli alternativi, in grado di ampliare la platea dei potenziali beneficiari ed aumentare il livello di democrazia economica? La strada è un mix di partecipazione, sussidiarietà e ruolo intelligente del “centro” del sistema di regolazione. In altre occasioni ho sottolineato l’importanza dei meccanismi di trasmissione delle scelte dalla periferia al centro istituzionale. Non c’è cambiamento senza piena partecipazione dei cittadini, delle imprese e degli organismi che li rappresentano. Non basta invitare le parti sociali intorno ad un tavolo per intercettare i bisogni di una società sempre più frammentata e contraddittoria come la nostra, ed in generale di quelle post-moderne. E‘ necessario andare a cogliere bisogni, ma anche soluzioni, direttamente presso le persone, le imprese, gli attori del sociale interpretandoli e metabolizzandoli all’interno di programmi che non siano solo la sommatoria di esigenze diverse e magari contrastanti. Questo si può fare. Esistono gli strumenti, i dispositivi, le tecnologie - anche quelle sociali - che ci possono permettere di raccogliere e razionalizzare il contributo diretto dei cittadini. In questo troverebbero pieno ruolo gli enti locali ed in particolare le assemblee elettive. L’input per l’avvio di processi partecipativi potrebbe arrivare sia dall’alto del sistema (la Regione), sia dal basso (estremizzo: gli stessi gruppi di cittadini organizzati). I risultati dovrebbero concorrere a formare le scelte nei bilanci pubblici. A questo primo movimento ascendente del sistema, dovrebbe corrispondere uno discendente, dal centro alla periferia, per il trasferimento delle risorse necessarie alla realizzazione dei progetti concordati attraverso la partecipazione diretta. L’implementazione delle scelte, la loro realizzazione attraverso progetti spetterebbe direttamente agli attori locali. Il centro regionale manterrebbe, magari con una presenza più capillare sul territorio, il ruolo di controllo e feedback sulle scelte di bilancio. Il ciclo verrebbe chiuso attraverso la rendicontazione sociale con la valutazione partecipata dei risultati e degli impatti delle politiche. Questo è un modo moderno (o post-moderno, a seconda degli strumenti che si utilizzano) di aprire il sistema e produrre politiche più efficaci ed anche efficienti. Perché tornare alla concertazione allora? Forse la debolezza dei governi, forse la ancora insufficiente cultura della partecipazione e l’élitarismo delle classi dirigenti - vizio trasversale a destra e sinistra -, forse il fatto che per ridurre la complessità sociale si cerca spesso la strada riduzionista: decide uno solo. Invece che migliorare i processi decisionali con un lavoro minuzioso e tenace, si dà il potere nelle mani di un solo soggetto. Un governatore regionale, un sottosegretario alla protezione civile, un premier. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ormai.