Nella valutazione delle politiche la missione dei nuovi Consigli
Rinforzare la funzione di controllo del Consiglio attraverso l’implementazione di un rigoroso sistema di valutazione degli effetti delle politiche pubbliche. Il contributo di Francesco Pigliaru sottolinea come, attraverso la verifica degli impatti delle politiche sia possibile raggiungere un nuovo equilibrio istituzionale.
L’articolo di Galli della Loggia ha il merito di dire alcune semplici cose con estrema chiarezza. Più o meno questo: la forma di governo adottata dalle regioni italiane è roba grossolana, disegnata intorno a un unico obiettivo, quello di ottenere la massima stabilità politica possibile.
La stabilità è una buona cosa, ma non la sola che conta. Chiedete agli elettori campani, che si porteranno Bassolino fino a fine legislatura: Bassolino, mica Ciampi.
C’è una storia dietro, naturalmente. C’è la storia di una fase precedente in cui forme di governo fragili (instabili) creavano enorme spazio per ricatti politici di ogni tipo, resi credibili dalla minaccia di cambiare alleanze e far cadere il governo. Quel passato ha creato orrori ben conosciuti: corruzione, debito, meritocrazia sistematicamente sostituita da appartenenze a gruppi e partiti, pessime politiche. Tornare indietro sarebbe un suicidio. Ma la paura del passato non deve nascondere i problemi del presente.
Ora abbiamo un sistema stabile, molto stabile. Troppo, appunto. Un sistema incapace di correzioni, di confronto virtuoso sulle cose. Se l’esecutivo fa una proposta, lo scrutinio di quella proposta, il suo “controllo di qualità”, il processo attraverso il quale può essere bocciata o migliorata, sono tutte attività oggi di fatto inesistenti. Come dice Galli della Loggia, abbiamo creato “il presidenzialismo più autoritario che ci sia, perché sottratto a qualsiasi controllo, a qualsiasi sistema di pesi e contrappesi”. In questo sistema, ”la principale vittima è la divisione dei poteri: proprio quella divisione dei poteri che nel presidenzialismo vero (quello americano) trova la sua più coerente applicazione”.
In qualche modo, la legge Statutaria sarda aveva tentato qualche timido correttivo. Per esempio, l’adozione del sistema di advice and consent nelle mani del Consiglio per le principali proposte di nomina da parte dell’esecutivo. Poca e debole cosa, e comunque evaporata per il noto intervento della Corte Costituzionale.
Il sistema attuale, in una parola, lascia all’esecutivo (anzi, al presidente dell’esecutivo) l’intero campo di gioco. Un esecutivo pessimo ha, in questo contesto, le stesse possibilità di durare di un esecutivo ottimo. E quel che è peggio, nei suoi anni di governo un esecutivo pessimo non ha margini di correzione: nessuno sarà in grado di far cambiare idea a un presidente di regione che voglia perseguire una politica sbagliata. Come nel caso paradigmatico delle (malissimo disegnate ed evidentemente incostituzionali) tasse sarde sulle attività turistiche, nel quale la proposta dell’esecutivo è passata con il costante appoggio di una maggioranza tutt’altro che convinta nel merito, ma ben attenta evitare di interrompere la legislatura, e dunque pochissimo interessata a combattere con tenacia per ottenere significativi miglioramenti nella proposta legislativa.
Che fare, allora? Per il momento, facciamo almeno questo passo avanti: ammettiamo che un problema esiste, e che non è proibito parlarne. Poi esercitiamoci su possibili miglioramenti dell’esistente, soprattutto per inserire nel sistema elementi di bilanciamento dei poteri. Quali? Il dibattito è aperto. Un punto di partenza potrebbe essere quello di rinforzare la funzione di controllo del Consiglio (su questo abbiamo scritto spesso: per esempio, sottolineando il ruolo che potrebbe svolgere in questo senso l’implementazione di un rigoroso sistema di valutazione degli effetti delle politiche pubbliche).