Più policy e meno politics, così i Consigli ripartono
Nell'intervento di Antonello Angius, una strutturazione più rigorosa del ciclo delle politiche per ridare ruolo ai Consigli. Ma sullo sfondo rimangono i problemi di uno scarso capitale sociale e di una classe politica inadeguata.
In una democrazia povera di sostanza come quella italiana, con l’informazione veicolata da una tv monopolistica, tassi di istruzione da ultimi della classe nell’Ocse, una giustizia devitalizzata da larghe quote di prescritti, le critiche che si fermano alla buccia come quella di Galli della Loggia risultano insostenibilmente leggere. Certo, data l’evidenza del fenomeno basta anche un flash, un’istantanea giornalistica per rilevare l’inutilità dei Consigli regionali: si riuniscono poco, producono poco e non sono in grado di incidere in termini di indirizzo, proposta e controllo sull’operato dei governi locali. Governi che sono transitati da una precedente instabilità cronica, quando gli equilibri si facevano e disfavano continuamente nei partiti e nei loro teatri consiliari, alla attuale iper-stabilità del presidenzialismo: “iper” non perché la stabilità sia un male, ma perché in questo caso è semplicemente ingessata entro un presidenzialismo “all’italiana”, che si differenzia dai modelli esteri di maggiore tradizione per l’assenza di un sistema di controlli reciproci ed equilibrio tra le istituzioni, ovvero l’illuministico check and balances di Montesquieu recepito dalla costituzione americana.
Il punto è che l’efficienza istituzionale e il controllo di qualità nei Consigli regionali non c’erano neppure prima, quando i Consigli non rappresentavano le quinte ingrigite del teatro della politica come oggi, bensì un rilevante proscenio per i partiti. In una delle rare rilevazioni sull’efficienza istituzionale dei Consigli regionali, condotta dal Cnel nel 2000, il Consiglio regionale sardo risultava tra i meno produttivi, privo di un servizio di valutazione di efficacia delle proprie norme nonché il più costoso d’Italia in quota sul bilancio regionale. Dunque è superficiale additare il presidenzialismo all’italiana come causa primaria dell’inefficienza istituzionale. Dove guardare allora?
Anzitutto, comunque si spostino il baricentro del potere decisionale e la sua ribalta, gli attori sono sempre gli stessi: non intesi come persone, ma per la concezione dell’agire politico che veicolano. Manca in Italia una concezione moderna della “tecnica” politica, basata e organizzata su una precisa catena di attività: l’analisi dei fattori strategici di sviluppo, la progettazione e gestione manageriale degli interventi, la valutazione indipendente dei risultati e la ”retroazione" con cui si ripete il ciclo, imparando dalle esperienze. Altri paesi (soprattutto Inghilterra e Nord-Europa) hanno una ben maggiore densità dell'agire politico: da noi non solo non si “chiude” la catena di attività di cui sopra, ma spesso è difficile individuarla se non per frammenti. La valutazione indipendente, ad esempio, non fa ancora parte del nostro sistema con specifiche e autorevoli istituzioni come quelle presenti in altri paesi.
Dunque l’agire politico è inefficiente perché non lo si è voluto alimentare con la continuità di un robusto apparato tecnico-istituzionale di programmazione e sviluppo. Anzi spesso si ritiene che la politica sia un’altra cosa (più politics che policy) e che la programmazione razionale delle scelte possa contrastare con la complessità ed elasticità delle azioni sul territorio, piuttosto che costituirne la base fondante. Ne è derivata in Sardegna una vicenda politica che spazia tra la prevalente anoressia e la bulimia, in cui l’immobilismo con l’assenza di politiche economico-industriali si è alternato a occasionali e ‘grandiosi’ tentativi naïve di sviluppo dal basso, come se bastasse “togliere il tappo” alle istanze delle comunità locali, accompagnandole per mano con partenariati di politici, imprenditori e sindacalisti, per ottenere nuove imprese e lavoro.
Altri due fattori di efficienza della politica locale che vanno almeno citati sono la presenza / carenza di capitale sociale e la onnipresente cultura corporativa. Gli studi sul ruolo del capitale sociale (la capacità di essere cooperativi ed efficienti che deriva dalla tradizione civica) nella politica regionale sono stati inaugurati proprio in Italia dallo statunitense Robert Putnam, ma molto poco è stato raccolto, visto che il nostro paese permane agli ultimi posti in Europa nelle rilevazioni di Eurobarometro sul capitale sociale. Si sa invece quasi tutto della folcloristica casta dei politici italiani, il più alto esempio nazionale di corporazione, con emolumenti e vitalizi (questi ultimi addirittura privi di una cornice legislativa) da record mondiale, che spesso attira profili umani e biografici conseguenti, con progetti di ridimensionamento e moralizzazione sempre abortiti. Per questi motivi pensare che l’efficienza istituzionale possa scaturire da un mero bilanciamento formale dei poteri fra esecutivo e assemblea regionale è nient’altro che una pia illusione.