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Presidenzialismo all’italiana

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di Ernesto Galli della Loggia*

Secondo Ernesto Galli della Loggia le assemblee elettive ai diversi livelli di governo del nostro Paese sono diventate inutili. Non contano, non affrontano mai la vera essenza dei problemi, costano troppo ed attirano un personale politico rapace e scarsamente competente, dati i ricchi emolumenti che vengono distribuiti ai loro componenti e il basso profilo della funzione consiliare. E’ una sensazione che in molti avvertono seguendo la politica nazionale, regionale ma anche la vita degli enti locali. E’ una tendenza che possiamo fa risalire ai primi anni ’90 ed alla stagione di riforme che cambiarono profondamente il sistema istituzionale di regioni ed enti locali. Non è un caso che oggi i Sindaci si collochino stabilmente fra le figure più popolari fra i cittadini, seguiti a breve distanza dai presidenti delle regioni. Ciò che Galli della Loggia segnala è il rischio di eccessivo accentramento del potere nelle mani di governatori ed esecutivi a scapito dei consigli.



Il 28 e 29 marzo gli italiani andranno a votare per eleggere, insieme ai «governatori» delle 15 regioni interessate, altrettante assemblee la cui utilità è da considerare in pratica eguale a zero: i consigli regionali. I quali, peraltro, come si sa, consistono di parecchie centinaia di persone, tutte lautamente (talvolta favolosamente) retribuite, tutte dotate dei benefici del caso (portaborse, studio, facilitazioni postali e telefoniche, ecc. ecc.), e tutte naturalmente ansiose di accaparrarsi incarichi e prebende, di accrescere la propria influenza politica in vista di futuri traguardi. Le eccezioni non mancano, certo, ma in generale il quadro è questo.

Perché i consigli regionali sono assolutamente inutili? Per la stessa ragione per cui sono inutili i consigli comunali e provinciali. Perché l’elezione diretta del capo dell’esecutivo (governatore, sindaco o presidente che sia)— la quale, si noti, avviene in perfetta coincidenza cronologica con l’elezione del consiglio (regionale, comunale o provinciale che sia)—grazie al meccanismo del cosiddetto «listino » o altro analogo (per esempio un premio di maggioranza) di fatto produce la costante coincidenza di colore politico tra esecutivo stesso e maggioranza dell’assemblea.

È come se negli Stati Uniti il presidente e il Congresso fossero eletti contemporaneamente e il presidente e la maggioranza del Congresso fossero sempre dello stesso orientamento politico. La conseguenza è, naturalmente, che i Consigli, eletti per una parte significativa al traino del rispettivo esecutivo, non hanno alcuna autonomia rispetto ad esso, non contano nulla, approvano ad occhi chiusi qualunque deliberazione esso gli sottoponga, e quindi possono ambire a farne parte solo sfaccendati o personale politico di terz’ordine in attesa di migliore sistemazione.

Ma in questo modo, contribuendo a dare vita a un sistema del genere e riconoscendovisi, quel mondo politico italiano che pure in maggioranza si dice ostile al presidenzialismo perché afferma di temerne i possibili risvolti autoritari, e l’opinione pubblica che è d’accordo con lui sono riusciti nell’impresa di realizzare in quindici regioni d’Italia il presidenzialismo più autoritario che ci sia perché sottratto a qualsiasi controllo, a qualsiasi sistema di «freni e contrappesi ». Infatti, nel modello presidenzialistico che oggi caratterizza il governo di tutti nostri enti locali, la principale vittima è la divisione dei poteri: proprio quella divisione dei poteri che invece nel presidenzialismo vero (come quello americano, appunto) trova la sua più coerente applicazione.

Grazie invece alla sovrapposizione dei due momenti elettorali e al geniale espediente della «clausola di governabilità », che si esprime per l’appunto nel «listino » o nel premio di maggioranza, noi abbiamo inventato un vero e proprio presidenzialismo blindato. Nel quale è solo l’esecutivo che conta, è solo l’esecutivo che assomma in sé tutti i poteri, mentre il potere legislativo dei Consigli, virtualmente eletti come sue semplici appendici, resta un finto potere privo di qualunque efficacia. E infatti in quindici anni non si ricorda neppure un caso in cui un consiglio regionale, comunale o provinciale, abbia dato il minimo fastidio di qualunque tipo al suo presidente-padrone. Senza che la cosa, peraltro, abbia richiamato l’attenzione e la denuncia di nessuno dei tanti guardiani della «democrazia » e delle «regole» che sono in circolazione.

* Corriere della Sera, 19 gennaio 2010

by (red) last modified 2010-01-28 08:58

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