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L'incentivo di Brunetta c'è già ma non funziona

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Francesco Pigliaru *

Il federalismo fiscale può certamente aiutare ad affrontare i problemi del settore pubblico, se non altro perché riduce gli sprechi e libera risorse con cui finanziare politiche per lo sviluppo. Ma quali politiche per lo sviluppo? Ci sono motivi per ritenere che la qualità di queste politiche migliorerà per il solo fatto che la responsabilità della loro attuazione si sposterà dal livello centrale a quello locale? Prudenza è dunque la parola chiave di questa fase. Come per tutte le riforme importanti, e come per tutte le politiche pubbliche, sarebbe bene muoversi con molta cautela semplicemente perché non abbiamo certezze sulle conseguenze.


Cosa dobbiamo aspettarci dal federalismo fiscale? La risposta dipende dalla geografia: al nord, c’è ottimismo e grandi aspettative; al sud, opinioni che spaziano da un cauto ottimismo a un profondo pessimismo.

Per una volta, la diversità di vedute riflette non un dato culturale ma una differenza obiettiva: un divario economico ampio e persistente, che per almeno cinquanta anni è apparso del tutto indifferente alle molteplici e costosissime forme assunte dall’intervento pubblico a favore del sud.

Il federalismo fiscale si basa su principi molto semplici. Il suo compito è rendere più chiare le responsabilità del decisore politico e favorire il controllo del cittadino sul suo operato. Perché questo succeda, è bene che la distanza anche geografica tra eletti ed elettori non sia eccessiva.

Per indurre i politici locali a lavorare meglio per la collettività, le risorse pubbliche a loro disposizione saranno definite una volta per tutte e proverranno direttamente dalle tasche di chi, votandoli, gli consente di governare il territorio. Per il governo locale sarà dunque più difficile giustificare le proprie carenze con un preteso inadeguato sostegno da parte del governo centrale (una pratica che in Sardegna conosciamo molto bene). Se tutto funzionerà nel modo auspicato, alla fine sarà più facile per tutti noi scegliere politici capaci di evitare gli sprechi e di spendere con maggiore efficacia le risorse disponibili.

Non sarebbe un risultato trascurabile: l’Italia soffre terribilmente dell’inefficienza del suo settore pubblico.

Ma non ci sono miracoli in arrivo per il sud. Il divario delle regioni meridionali dipende da una popolazione istruita poco e male, da una qualità istituzionale bassa, da diritti di proprietà mal garantiti, da un “capitale sociale” scarso che, per esempio, rende più difficile alle piccole imprese cooperare per crescere.

Il federalismo fiscale può certamente aiutare ad affrontare questi problemi, se non altro perché riduce gli sprechi e libera risorse con cui finanziare politiche per lo sviluppo. Ma quali politiche per lo sviluppo? Ci sono motivi per ritenere che la qualità di queste politiche migliorerà per il solo fatto che la responsabilità della loro attuazione si sposterà dal livello centrale a quello locale?

In un paese con divari trascurabili, la risposta sarebbe un cauto sì. In Italia è necessaria molta più cautela. Assegnare responsabilità enormemente maggiori a istituzioni locali che finora hanno data pessima prova di se non sembra proprio una grande idea.

Per rispondere a dubbi di questo tipo, il ministro Brunetta prova a metterla così (cito dal Sole 24 Ore del 18 settembre): la riforma dovrà “dare ai governi regionali e locali … l’incentivo a effettuare scelte che incidano positivamente sullo sviluppo locale”. Giusto. Quale incentivo, dunque? Questo, secondo il ministro: poiché le regioni avranno una compartecipazione in quota fissa a tributi che aumentano con la crescita del reddito, per avere più risorse pubbliche i politici locali saranno incentivati ad adottare politiche che favoriscono lo sviluppo.

Fosse così semplice. Il fatto che un incentivo esista non significa né che sia abbastanza forte da funzionare, né che non ne esistano altri, magari più forti, di segno contrario. Per convincersene, basta ricordarsi che in regioni a statuto speciale come la Sardegna e la Sicilia quell’incentivo, basato su compartecipazioni al gettito erariale di imposte statali, è in funzione dal 1948. Con risultati di sviluppo e di qualità delle politiche locali che ognuno può valutare.

Prudenza è dunque la parola chiave di questa fase. Come per tutte le riforme importanti, e come per tutte le politiche pubbliche, sarebbe bene muoversi con molta cautela semplicemente perché non abbiamo certezze sulle conseguenze. Cautela vuol dire trasferire alcune competenze e poi controllare, con dati di buona qualità e condivisi da tutti, stato e regioni, se le cose funzionano come previsto. Per esempio, sarà essenziale assicurare che l’aumento della responsabilità locale nel comparto “istruzione” non causi un ulteriore approfondimento del divario qualitativo che già oggi danneggia gravemente le opportunità di lavoro dei giovani meridionali e le prospettive di sviluppo del sud.

Brunetta e Calderoli non hanno incentivi politici capaci di suggerirgli prudenza: loro devono correre. Tocca ad altri imporre cautela e adeguati strumenti di controllo in itinere al nascente federalismo, per far sì che si proceda sulla base di riscontri obiettivi e non di pericolose scommesse ideologiche, leghiste o sardiste che siano.


* Da: La Nuova Sardegna, 20 settembre 2008, pp. 1-20.

by Francesco Pigliaru last modified 2008-09-22 12:33

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