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Alcune considerazioni sul mercato del lavoro regionale

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di Roberto Demontis *


Gli indicatori sul mercato del lavoro prodotti dall’ISTAT con la “Rilevazione continua sulle forze di lavoro” (RCFL), insieme alle informazioni desumibili dalle statistiche sui redditi familiari e pro capite e sul fenomeno delle povertà, consentono di avere uno spaccato significativo sullo stato di salute del sistema economico e in particolare della popolazione regionale.

Circa la rilevazione delle forze di lavoro è da premettere che nel corso degli anni vi sono stati diversi allineamenti della metodologia ISTAT per conformarsi alle indicazioni comunitarie, ultimo quello introdotto nel 2004 (1).

La serie storica 2004-2006 (nel 2007 sono usciti il primo e, solo recentemente, il secondo trimestre), lavorando sulle medie annuali, consente pertanto di effettuare - in maniera omogenea - alcune considerazioni su un primo arco temporale sufficientemente ampio, superando le consuete valutazioni sulle variazioni congiunturali e tendenziali che caratterizzano periodicamente il dibattito – anche in ambito regionale - in occasione delle uscite dei comunicati stampa ISTAT.

Una analisi compiuta, infatti, dovrebbe considerare - oltre alla comparazione con gli altri aggregati territoriali - l’andamento dei valori regionali negli anni, al di là delle modifiche intercorse tra un trimestre e l'altro o rispetto allo stesso dato dell'esercizio precedente.

Relativamente ai valori assoluti della Sardegna, almeno in linea generale, si rilevano le seguenti tendenze:

  • una crescita del numero complessivo degli occupati
  • un decremento delle persone in cerca di occupazione
  • ma un contemporaneo calo delle forze di lavoro
  • e una crescita tra le non forze di lavoro di coloro che cercano lavoro non attivamente.

Due dati positivi e due negativi, quindi, che si sintetizzano nei seguenti indicatori: un tasso di disoccupazione in discesa (l'ultima media annua è sotto l’11%) e un tasso di occupazione in ripresa e, in contrapposizione, un tasso di attività in diminuzione (il tasso 2006 scende per la prima volta nel triennio al di sotto del 59%).

In sintesi, a livello macro il mercato del lavoro sardo si sta caratterizzando per una crescita del numero degli occupati e, per contro, per il fenomeno di scoraggiamento che - in alcune fasi difficili del ciclo economico - determina l’abbandono della ricerca di una occupazione di una parte della popolazione, in particolare quella in cui confluiscono le fasce deboli dell’offerta di lavoro (2). In Sardegna prevalgono quindi gli aspetti positivi o quelli negativi?

A una prima lettura dei dati, naturalmente, sembrerebbe che il mercato del lavoro regionale evidenzi grandi performance, ma, prima di trarre conclusioni affrettate, è probabilmente necessario effettuare una riflessione su alcuni aggregati ed esaminare i dati medi nazionale e dell’intero Mezzogiorno.


Riflettere sull'occupazione

Alcune considerazioni emergono da un primo approfondimento di quello che sembra essere il segnale maggiormente positivo nel mercato del lavoro sardo (3), l’incremento del numero degli occupati (nel 2006 è stata superata la soglia delle 600 mila unità).

Si tratta di capire di fronte a quale tipo di occupazione ci troviamo, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi. E per approfondire questo aspetto non possiamo che fare riferimento all’analisi dell’occupazione per tipologia / settori (anche in questo caso sempre grazie ai dati ISTAT) e alla conoscenza del sistema produttivo della nostra Isola.

Infatti, in attesa dei dati di contabilità regionale aggiornati, le uniche informazioni disaggregate pubblicate dall'ISTAT su base regionale (4) sono limitate: sarebbe infatti importante conoscere una serie di dettagli - anche a livello locale - sui fenomeni sia della ricerca del lavoro, sia dell'occupazione (peraltro rilevate dal questionario utilizzato dall’Istituto di statistica nell’indagine).

E’ da ricordare, sempre in via preliminare, che dal 2004 la metodologia dell’Istituto di statistica ha adottato una definizione di occupato che si presenta molto ampia; rientrano infatti in questo aggregato “le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento:

  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura;
  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;
  • sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie o malattia o cassaintegrazione)" (5).


Questa precisazione, pertanto, ci conferma che con il nuovo sistema di rilevazione le persone che svolgono una qualsiasi attività lavorativa nella settimana di riferimento, ancorchè limitata, parziale o precaria, vengono conteggiate nel generale contenitore degli occupati, il cui valore complessivo è riportato nelle tabelle ISTAT "Popolazione per condizione professionale e sesso" e "Occupati per settore di attività economica e posizione nella professione".

Tabelle che però non riportano specifiche circa le caratteristiche, la durata, l’orario, la retribuzione, …, dell'attività lavorativa, fattori tutti fondamentali per un’analisi di tipo qualitativo.


Quali settori crescono?

Relativamente alle informazioni conosciute, pertanto, esaminando i due grandi aggregati - dipendenti e indipendenti - si evince che il contributo alla crescita degli occupati è fornito dalla prima componente, che passa nel triennio da 427 a 445 mila unità.

E' interessante scomporre tale dato per settori: si evidenziano + 3 mila dipendenti in agricoltura, - 10 mila nell'industria (-9,5% del settore, equamente ripartiti tra manifatturiero e costruzioni) e una significativa espansione del terziario (+25 mila dipendenti).

Se appare certo che il dato del settore secondario è determinato dalla crisi che interessa una parte consistente del sistema industriale e dalle difficoltà del comparto delle costruzioni, risulta più difficile individuare con precisione le cause di un incremento di tale portata delle attività dei servizi.

In particolare è molto importante capire se questa tendenza sia legata a un terziario, avanzato e innovativo, che cresce in settori collegati all’impresa, fatto fortemente auspicabile, oppure se anche questa tendenza non sia un elemento di debolezza dell’economia regionale, caratterizzata da una limitata industrializzazione e dalla forte presenza di un terziario tradizionale (a partire dal comparto commercio), da un settore pubblico che ha una consistenza percentualmente elevata e - ancora - ad attività "nuove" (in quanto sorte di recente) ma scarsamente dotate di elevati contenuti professionali (6).

La struttura e le dinamiche del sistema produttivo isolano fanno propendere per la seconda lettura, anche perché alle chiusure e alle sofferenze di attività manifatturiere – anche storiche - di questi ultimi anni (7), sembra si stia sostituendo un terziario, in buona parte, fatto di comparti non esposti alla concorrenza esterna, con la dovuta eccezione del comparto ICT e di quelli ad esso collegati, che, tuttavia, non possono certo spiegare un incremento di dipendenti di tale portata.


In questo senso diventa quanto più necessario monitorare costantemente e con i dovuti approfondimenti il mercato del lavoro regionale (8), anche per capire se le scelte di politica economica regionale risultano efficaci e stanno indirizzando il sistema economico verso attività in grado di creare occupazione aggiuntiva, ma anche e soprattutto stabile e di qualità, tenendo conto che l'obiettivo che ci si prefigge è quello di dare maggiore competitività al sistema Sardegna (9).


Il confronto con le altre medie

Circa il confronto tra Sardegna e medie nazionali e del Mezzogiorno, in linea generale la nostra Isola conferma delle performance migliori delle altre regioni del meridione (fatto che avviene nel mercato del lavoro, ma anche in altri indicatori macro), ma non sempre sufficienti a ridurre in maniera significativa il gap con le aree forti del Paese.

E’ infatti positivo il calo del tasso di disoccupazione di 3,1 punti percentuali (nel Mezzogiorno sono 2,7), mentre il valore Italia è di solo 1,3 (anche se il tasso di partenza nel 2004 era dell’8,1%); ma, allo stesso modo, è negativo il decremento del tasso di attività nell’Isola (-0,8 punti percentuali, che diventano -1,2 al Sud), contro un dato medio nazionale che tiene (+0,2).

Il divario tra Sardegna e media nazionale quindi si riduce nella disoccupazione (da 5,9 a 4 punti percentuali) e aumenta nella partecipazione al lavoro (da 3 a 4 punti percentuali). Con valori, se questo può consolare, in entrambe i casi più favorevoli rispetto alla media dell’intero Mezzogiorno.

Lo stesso avviene per gli occupati, dove la crescita dei valori assoluti regionali +2,4% è ben superiore a quella del Mezzogiorno (+1,3%), ma inferiore – anche se di poco – a quella dell’intero Paese (+ 2,6%).

Il tasso di occupazione regionale, che si attesta al 52,3% nell’ultima media annuale (ben superiore a quella dell’intero Sud), presenta un divario pressoché costante con la media nazionale: 6,3 punti percentuali nel 2004, 6,1 nel 2005 e 6,2 nell’ultimo dato medio annuo.

La richiamata preponderanza del terziario nell'occupazione regionale, comunque la si voglia valutare, è confermata dalla comparazione dei dati sardi con la media nazionale, ma anche con lo stesso Mezzogiorno.

I servizi pesano in Sardegna per oltre il 70%, mentre a livello nazionale il valore oscilla intorno al 65%, e la crescita nel triennio (+6,2%) è stata quasi doppia rispetto alla media Italia (+3,7%) e tripla sul Mezzogiorno (+2,1%).

Oramai, quasi tre unità su quattro in Sardegna sono occupate nell'ambito del terziario.

Per contro, il peso degli occupati dell'industria si è consolidato a livello nazionale intorno al 30% (gli scostamenti 2004-2006 sono veramente minimi) e nel Mezzogiorno tra il 23-24% (anche in questo caso con variazioni marginali), mentre in Sardegna mostra un preoccupante calo: dal 24,5% del 2004 (con un 26,6% per i dipendenti, valore di eccellenza al Sud) al 22% del 2006, ponendosi attualmente tra i fanalini di coda nel nostro Paese.

I dati e i confronti con le altre aree dicono questo, al di là delle posizioni di chi sostiene la necessità di una presenza di un’industria competitiva, in grado di esportare, anche nella nostra regione e di chi, invece, propende per un superamento del manifatturiero e delinea ipotesi di sviluppo futuro verso il terziario.


La staticità della componente femminile

Sempre relativamente agli occupati, è da sottolineare la dinamica della componente femminile, storicamente punto di debolezza del mercato del lavoro, anche a livello regionale, che conferma una pochezza di risultati nonostante le politiche di genere attuate anche in Sardegna nel corso degli ultimi anni (10).

Il numero medio delle occupate nel triennio è pressoché costante, oscilla intorno alle 220 mila unità, e il decremento delle donne in cerca di occupazione è spiegato in gran parte dal calo della forza lavoro, tant'è che il tasso di attività passa dal 46,2% del 2004 al 44,8% del 2006.

Il confronto con il resto del Paese non è positivo: la crescita regionale dell’occupazione femminile, +0,9%, si raffronta con una dinamica inferiore al dato nazionale (+3%), ma anche dello stesso Mezzogiorno (+1,6%).

Il tasso di attività femminile, che perde nel triennio -1,4 punti percentuali, si confronta con un dato nazionale del 50,8% (che non perde, ma acquista +0,2 punti nel triennio), mentre appare drammatico il livello di partecipazione femminile nella media Mezzogiorno, 37,3% (- 1,3 punti).


Le prospettive

In assenza di sistemi di monitoraggio approfonditi, che consentano di conoscere a fondo il mercato del lavoro regionale (quali settori e comparti crescono e quali perdono occupati, l'andamento delle tipologie contrattuali, i livelli retributivi, il fenomeno del precariato, …), individuare ipotesi di tendenza dell'occupazione legate esclusivamente alle variabili macroeconomiche (ad es. la crescita del PIL) appare un esercizio alquanto aleatorio.

Anche perché il sistema produttivo isolano è caratterizzato da una serie di crisi aziendali (a partire dal comparto manifatturiero), la crescita del ricorso alla cassa integrazione e alla mobilità, il processo di ristrutturazione - riposizionamento di alcuni settori/comparti/aziende, ed è complesso intravedere su quali comparti specifici (ma soprattutto con quale dimensione) avverrà una possibile ripresa, necessaria per garantire una reale crescita di occupazione, di cui si possa avere la certezza che sia stabile e soprattutto di qualità.

In questo contesto, appare preoccupante - proprio sul versante occupazione - la previsione effettuata dal valutatore indipendente del PO FESR della Regione Sardegna per il periodo 2007-2013.

Infatti, l'ISRI nell'illustrazione alle parti sociali della valutazione ex ante del Programma Operativo FESR - partendo dalle tipologie delle diverse azioni e dalle risorse ad esse destinate - ha quantificato uno scarso impatto occupazionale del Programma.

Pur volendo confutare il metodo utilizzato e ritenendo eccessivamente prudenti le stime ISRI, è certo che vista l'entità delle risorse in campo ci si sarebbe attesi risultati di ben altra portata, tenendo conto delle distanze che separano l'Italia, ma soprattutto il Mezzogiorno e la Sardegna, dagli obiettivi di Lisbona con particolare riferimento proprio al parametro occupazionale (11).

E, soprattutto, non intravedendo nelle politiche regionali (al di là delle cospicue risorse da impegnare appunto con la programmazione comunitaria e i collegati fondi FAS), altre linee di indirizzo che siano in grado di produrre effetti di rilievo sul mercato del lavoro regionale.

In questa direzione, un importante banco di prova dell’efficacia delle politiche di sviluppo regionali sarà la conclusione della vicenda “progettazione integrata”: dopo un lavoro di circa due anni, infatti, nel corso del 2008 si inizierà a vedere quale sarà il reale impatto sulla crescita del sistema produttivo e dell’occupazione sul territorio regionale di una cospicua massa di risorse finanziarie.


* Responsabile Ufficio Studi CISL Sardegna


[1] Dal sito dell’Istituto di statistica: nel 2004 “L’Istat ha presentato i contenuti, le metodologie e l’organizzazione della nuova rilevazione sulle forze di lavoro. Si tratta del più radicale rinnovamento nella lunga storia della rilevazione. Tale rinnovamento è stato dettato in primo luogo dall’esigenza di operare una completa armonizzazione alle disposizioni dell’Unione Europea, riguardanti le definizioni dei principali aggregati, i contenuti informativi e gli aspetti metodologici. La principale innovazione consiste nel passaggio dalla rilevazione trimestrale, effettuata in una specifica settimana di ciascun trimestre, alla rilevazione continua, distribuita su tutte le settimane dell’anno. Oltre a quanto richiesto dalla normativa europea, la base informativa dell’indagine è stata ampliata per fotografare con maggiore precisione un mercato del lavoro sempre più multiforme. La nuova rilevazione si caratterizza inoltre per la profonda riorganizzazione del processo produttivo. I cambiamenti più rilevanti riguardano l’utilizzo di tecniche di rilevazione computer-assisted, il ricorso ad una rete di rilevazione alle dirette dipendenze dell’Istituto, la costruzione di un sistema informativo-informatico per la gestione e il monitoraggio dell’indagine.”

[2] Fenomeno richiamato recentemente dagli stessi ricercatori ISTAT nel corso del commento degli ultimi dati 2007.

[3] Nel corso del periodo esaminato, infatti, il minor numero di persone in cerca di occupazione è in buona parte spiegato dalla minore partecipazione al lavoro della popolazione.

[4] Si tratta della suddivisione per macro settori (agricoltura, industria – costruzioni, servizi – commercio) e della posizione, dipendente e indipendente, degli occupati.

[5] Circa gli assenti: "I dipendenti assenti dal lavoro sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi, oppure se durante l’assenza continuano a percepire almeno il 50% della retribuzione. Gli indipendenti assenti dal lavoro, ad eccezione dei coadiuvanti familiari, sono considerati occupati se, durante il periodo di assenza, mantengono l’attività. I coadiuvanti familiari sono considerati occupati se l’assenza non supera tre mesi”. Fonte: Istat, Note informative sulla Rilevazione Continua sulle Forze di Lavoro (RCFL).

[6] Sono un esempio le attività dei call center; lo stesso Osservatorio Nazionale ha di recente rilevato i positivi risultati degli accordi di stabilizzazione sul territorio che stanno consentendo di riportare nell'alveo del lavoro dipendente circa 25 mila addetti. In Sardegna, vengono censite 64 aziende di call center con quasi 3.500 lavoratori.

[7] Si sta parlando non delle vecchie partecipazioni statali, governate dai “boiardi” di Stato, ma di impianti privati che hanno lavorato per anni, con produzioni rivolte anche ai mercati extra regionali, la cui chiusura/crisi – al di là delle motivazioni – è sicuramente un fallimento per tutto il sistema regionale e non solo per il singolo imprenditore.

[8] La questione della carenza di informazioni sul mercato del lavoro è stata recentemente richiamata a livello nazionale (si veda l'articolo di Pietro Ichino pubblicato sul Corriere della Sera lo scorso 24 luglio); ma è soprattutto a livello regionale e provinciale, come già accennato, che i dati messi a disposizione dell'ISTAT rivelano i loro limiti, in quanto non consentono di spiegare a pieno i cambiamenti quantitativi e qualitativi del lavoro.

[9] Lo stesso programma operativo FESR appena inviato alla Commissione Europea afferma che "la Regione Sardegna ha individuato quale obiettivo generale della programmazione 2007-2013 quello di Accrescere la competitività del sistema produttivo e l’attrattività regionale attraverso la diffusione dell’innovazione, la valorizzazione dell’identità e delle vocazioni del territorio, la tutela delle risorse naturali".

[10] Oltre a strumenti rivolti specificamente alle donne (è il caso dell’imprenditoria femminile), è da ricordare che nel corso degli ultimi anni, partendo dai contenuti del POR Sardegna 2000-2006, vi è stata una sempre maggiore attenzione verso gli interventi rivolti a favorire le pari opportunità, anche con la riserva di risorse finanziarie specifiche nei bandi emanati dalla Regione.

[11] Sono diversi i soggetti che hanno recentemente messo in evidenza i divari (ampi) e i ritmi di crescita dell'occupazione necessari (altissimi) al raggiungimento, anche per la Sardegna, degli obiettivi del 2010.





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by Roberto Demontis last modified 2007-10-04 15:53

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