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Scatole vuote al macero: controllare prima, possibile presenza cervelli

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Nota della redazione: Atlantis, E-Polis, Legler, cartiera di Arbatax, Mineraria Silius...esiste una politica regionale di intervento fondata su regole chiare per le situazioni di crisi aziendale e occupazionale? Nell'articolo che segue un ex-lavoratore di Atlantis (che chiede di restare anonimo) descrive la vicenda di un'azienda fiorita sui contributi pubblici e poi sfiorita sul mercato, che ha tuttavia concentrato e valorizzato competenze di alto livello, prima che gli amministratori finissero sotto indagine giudiziaria. Ne emerge una domanda di attenzione specifica per questi lavoratori del settore dei servizi informatici avanzati, giudicato strategico negli atti regionali di programmazione, che al momento pare assente.
Dunque come funziona la politica pubblica di sostegno ai lavoratori nei casi più gravi di crisi aziendale, posto che le regole comunitarie vietano ogni anomalo aiuto alle imprese? Esiste nella organizzazione regionale una sorta di unità di crisi, capace di affrontare con regole comuni e trasparenti i diversi casi? O vi sono tentativi e mancati tentativi di intervento in ordine sparso, ognuno con i suoi protagonisti, salvatori e interlocutori, legati a fattori e regole non scritte?
La cronaca dei sostegni e dei mancati sostegni alle situazioni di crisi aziendale potrebbe ad esempio far pensare a un pregiudizio ideologico a favore dei "lavoratori del braccio" e a scapito di quelli "della mente", anche se fra questi ultimi non sono mancate significative eccezioni. O anche a scelte di intervento asservite a un peculiare status di "problema cronico" della politica regionale al quale assurgono solo poche vicende aziendali, annose e costose, a scapito di altre ugualmente drammatiche e anzi ben più fulminanti (e forse anche per questo meno visibili).
E' utile, oltre che doveroso, che la mano pubblica di fronte a una grave crisi aziendale e occupazionale spieghi ai cittadini cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato, con quale progetto si intende intervenire nell'ambito di regole comuni e organismi deputati e, sopratutto, come si intende coniugare la tutela del lavoro con la sostenibilità economica. Senza questa prassi le guarigioni sono più difficili e le ricadute più probabili.



uomo-scatolaAtlantis S.p.A., la Città dell’Innovazione. Una società in crisi, una realtà aziendale che taglia posti di lavoro, la cui proprietà non sarda ha "utilizzato" soldi pubblici e poi "ha deciso di darsela a gambe", una "scatola vuota", ecc, ecc, ecc.

Da qualche tempo queste sono le frasi più ricorrenti per descrivere la situazione di questa azienda. Gli ultimi fatti di cronaca che hanno riguardato la società, le proteste dei lavoratori, il recente licenziamento collettivo che ha portato ad una drastica riduzione dell’organico, nonché l’indagine in corso da parte della Procura e le ispezioni della Guardia di Finanza, portano a fare alcune riflessioni che in questa sede vogliono focalizzarsi non tanto sul destino dell’imprenditore che risponderà del proprio operato nelle sedi preposte, quanto all’aspetto più legato ai lavoratori e al loro collocamento sul mercato.

Un po’ di storia: come nasce Atlantis S.p.A.

Atlantis è stata costituita il 18 Giugno 1997 e si configura come una holding operativa con un Capitale Sociale detenuto dalla finanziaria Il Sestante di proprietà della famiglia Grazzini, i cui esponenti sono direttamente coinvolti nella gestione della società.

Nel 2001 acquisisce un finanziamento governativo nell’ambito di un Contratto di Programma in capo al Ministero delle Attività Produttive, localizzando la propria sede operativa dapprima nell’area produttiva della ex 131 presso il comune di Sestu (CA) e successivamente presso il complesso delle torri di Monreale a Pirri – Cagliari, con una sede anche presso il Parco Scientifico e Tecnologico di Pula, dismessa alla fine del 2005.

L’iniziale attività di ricerca finanziata con il Contratto di Programma ha portato al consolidamento della mission imprenditoriale basata sulla realizzazione e implementazione di prodotti e servizi IT a supporto dello sviluppo del territorio rivolti alle Amministrazioni Pubbliche.

Dal 2001 ulteriori finanziamenti pubblici sono stati acquisiti su progetti di ricerca a valere sui fondi MIUR Legge 297 e ancora su fondi MAP – bando PIA Innovazione – Legge 46/488, che hanno consentito all’azienda di sviluppare soluzioni IT in fase prototipale, successivamente prodotte per essere vendute sul mercato e di far acquisire professionalità e competenze nei settori “della Governance dello Sviluppo, della Gestione e valorizzazione delle risorse territoriali, della Promozione del territorio”. Tali contributi hanno certamente favorito la nascita e il consolidamento di una realtà imprenditoriale importante nel settore dell’ICT in Sardegna: un’azienda che è partita con circa 160 dipendenti, la maggior parte di loro alla prima esperienza lavorativa con un contratto stabile, a tempo indeterminato, una forza lavoro prevalentemente giovane - età media 35 anni circa - con elevate prospettive di crescita. E’ vero, questo è stato possibile grazie a consistenti risorse pubbliche destinate ad una realtà imprenditoriale con un obiettivo strategico complesso e articolato, per la cui realizzazione appaiono indispensabili competitività sul mercato, efficiente organizzazione interna, un management qualificato ed una struttura produttiva e commerciale in grado di rispondere alle esigenze del proprio target di riferimento.

La crescita dell'azienda nel mercato "pubblico"

Ma il percorso aziendale non è fatto solo di finanziamenti governativi. Partendo dalla competenza acquisita con i Progetti di Ricerca, Atlantis ha potuto vendere i prodotti e i servizi che ha realizzato ottenendo una serie di commesse di mercato, che rimane comunque pubblico, e a cui è possibile accedere attraverso la partecipazione a bandi di gara. I clienti sono soprattutto gli Enti Locali (Province, Comuni, Unione di Comuni) che intendono affidare ad aziende private la fornitura di servizi a supporto dello sviluppo del proprio territorio (Sistemi Informativi di Analisi Socioeconomica, Sistemi a supporto della Pianificazione strategica, soluzioni innovative per la promozione e valorizzazione del proprio territorio, ecc). Si tratta di commesse che hanno consentito di fatturare soldi non più provenienti esclusivamente dai finanziamenti pubblici, ma per le quali sono stati firmati dei contratti scaturiti dalla vincita di bandi o da incarichi diretti. Acquisizione di veri clienti, soggetti che hanno ritenuto validi i prodotti e i servizi che i lavoratori hanno saputo realizzare con la loro professionalità, cercando di stare sul mercato e di essere competitivi.

La crisi: licenziamento collettivo e lavoratori in mobilità

Nonostante questo quadro, sembra evidente come lo sforzo non sia stato pienamente ripagato, visto che a seguito di una difficile trattativa sindacale la maggior parte di questi lavoratori ha deciso di non opporsi ad un licenziamento collettivo che consente, comunque, di usufruire dell’indennità di mobilità e per questo di voltare pagina e di iniziare, ciascuno a suo modo, un percorso diverso. Questo esito negativo e dunque lo sforzo non ripagato, appare dunque attribuibile alla proprietà di questa azienda, la quale non è evidentemente riuscita a mettere a frutto quello che molti lavoratori hanno realizzato.

Nel complesso, il mercato in cui Atlantis si trova ad operare non è sempre agevole. È un mercato la cui domanda è composta da soggetti pubblici, soprattutto locali, spesso con disponibilità finanziare contenute, con tempi e procedure burocratiche da rispettare, nel quale di frequente posso intervenire logiche politiche più o meno favorevoli. Sarebbe interessante capire cosa può inceppare la mano pubblica ma anche quali sono i requisiti per essere competitivi in questo scenario. A fronte di fattori oggettivi che lo caratterizzano non sarebbe importante che dal lato dell’impresa emergano sempre di più elementi quali un business vincente, pianificato e soprattutto fortemente indirizzato?

La crisi, ma chi è il responsabile?

Qual è dunque il motivo della crisi di Atlantis? Le difficoltà che negli anni si sono dovute affrontare e che nel più recente periodo si sono ulteriormente aggravate (ritardo nelle retribuzioni, cassa integrazione per una parte dei lavoratori, licenziamento collettivo ancora in corso), dipendono dalla mancanza di idee, di prodotti e servizi innovativi e competitivi, di competenze adeguate? Tanti, fino ad ora, hanno ritenuto di avere risposte precise e dettagliate a queste domande e hanno a vario titolo dato la loro opinione in merito, anche pubblicamente. Ma chi conosce questa realtà perché vissuta dall’interno da alcuni anni e non da appena qualche mese, sa che non sono esattamente queste le motivazioni: i finanziamenti pubblici ci sono stati e in parte hanno agevolato il raggiungimento di risultati concreti, che si sono tradotti anche in commesse di mercato. Ma non solo, hanno accelerato lo sviluppo di quelle competenze necessarie per poter stare sul mercato.

La crisi di Atlantis è allora plausibilmente dipesa da fattori legati al management aziendale, oltre che ad un oggettivo sovradimensionamento della struttura, ad una non efficiente gestione finanziaria e ad una non sempre chiara mission aziendale che spesso non è riuscita a focalizzare l’obiettivo di mercato che si voleva raggiungere.

Quale futuro per i lavoratori: assistenzialismo o reinserimento nel mercato?

Alla luce di questi fattori, le domande su cui sarebbe opportuno e costruttivo riflettere sono: cosa succede a chi decide di uscire da Atlantis? Quali prospettive ci sono nel mercato? Quali sono le professionalità di cui c’è bisogno?

Atlantis è una società che presenta nel proprio organico, e ora dismette, risorse professionali "pregiate", lavoratori qualificati, relativamente giovani per avere margini di rischio e capacità di ricollocazione in realtà lavorative si spera più promettenti. Significa che questi lavoratori non hanno certo operato in una scatola vuota, in questi anni hanno acquisito competenze e professionalità adeguate che possono trovare sbocchi sul mercato. È questo quello che conta: la crescita e la qualificazione professionale di chi fino ad ora ha creduto in un progetto e ovviamente nella validità del proprio lavoro; la scelta seppur sofferta di cambiare, che ha lasciato non poca delusione ma che è stata certamente determinata dalla convinzione che si possa ulteriormente crescere e dare il proprio contributo; la validità dei prodotti e dei servizi che sono stati realizzati ma purtroppo non opportunamente messi a valore da un management troppo spesso attento ad altri aspetti che non fossero l’efficace collocazione sul mercato dei propri prodotti.

Una realtà imprenditoriale non ha avuto successo, ma l’impresa non è solo l’imprenditore sono anche i suoi lavoratori, il loro impegno e ciò che sono riusciti a creare. Possiamo confidare che d’ora in avanti sia questo l’aspetto più importante da considerare?

Nessun progetto "pubblico" adeguato per il reinserimento dei lavoratori "nel mercato"

Ci sono le condizioni affinché questa forza lavoro specializzata possa trovare un posizionamento sul mercato e continuare il proprio percorso professionale? Il mercato è pronto a recepirla?

La necessità di politiche adeguate che consentano ai lavoratori uscenti dalle aziende in crisi di trovare una nuova collocazione appare della massima importanza. Atlantis è un esempio, ma diverse sono le realtà imprenditoriali, anche di grandi dimensioni, che presentano tali problematiche e tanti sono dunque i lavoratori che cercano di riconvertirsi senza chiedere assistenzialismo, ma opportunità concrete di reinserimento.

Deve essere premiata ancor di più la meritocrazia, si deve porre l’attenzione alle reali ed effettive competenze presenti, attraverso meccanismi di facile ed efficace incontro tra domanda e offerta che, da un lato, soddisfino i fabbisogni delle aziende capaci di stare sul mercato e, dall’altro, rispondano alle esigenze di occupazione non più precaria ma stabile.

Infine, qual è il valore di certe professionalità se queste non trovano collocazione all’interno dell’impresa? Il valore in questione è rappresentato in gran parte dal fatto che vi sia l’unione di differenti competenze che, se ben organizzate, sono capaci di creare prodotti e servizi competitivi e concorrenziali. Ma se queste si disperdono e vengono riutilizzate separatamente perdono di quel valore derivante da un certo grado di capitale sociale determinato all’interno di una struttura organizzativa capace di mettere a frutto le diverse esperienze e i diversi skill.

Sono tutte questioni che rimangono aperte e sulle quali è necessario interrogarsi per evitare che il capitale umano e sociale effettivo e potenziale che certe realtà imprenditoriali possono creare non venga disperso ma al contrario riqualificato nonostante il triste esito che sempre più spesso è sotto gli occhi di tutti.




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Commenti

Francesca Madrigali, 27 luglio 2007

Interessante analisi della situazione, per una volta senza isterie e pratiche da scaricabarile. Solo un appunto: evidenzierei, se necessario fino allo sfinimento, la responsabilità della proprietà nel tracollo (ognuno la chiami come vuole: inettitudine manageriale? furbizia predatoria? Trarremo una definizione esatta alla fine delle indagini della Procura e della Guardia di Finanza). La competenza dei dipendenti e le professionalità costruite nel tempo e attraverso il lavoro non sono a mio parere messe in discussione, semmai tragicamente sottovalutate dall'azienda prima e dal mercato (che sappiamo non essere un'entità astratta ma fatta di diversi attori, privati e pubblici) poi.

Le "scatole vuote" esistono non solo a causa dei "furbetti del finanziamentino" (spesso di grossissima entità) ma anche grazie all'irresponsabilità delle Istituzioni che li concedono con troppa facilità, senza controlli preventivi e in itinere, a soggetti palesemente non in grado di garantire ricadute occupazionali che non siano a loro volta "vuote". Cioè precarie e difficilmente spendibili in un mercato asfittico come quello sardo.

L'augurio è dunque che questa ennesima esperienza negativa insegni qualcosa a coloro che hanno potere decisionale in tema di politiche del lavoro e di sostegno economico all'impresa: ai lavoratori messi in mobilità dopo mesi di stipendi non pagati e catapultati nel "mercato" sardo non resta, temo, che andare a Lourdes.



by Iulca last modified 2007-07-27 15:46

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