Personal tools
You are here: Home Argomenti Lavoro Poco lavoro e pochi figli. Un problema solo femminile?

Poco lavoro e pochi figli. Un problema solo femminile?

Document Actions
di Adriana Di Liberto

Diversamente dagli altri paesi industrializzati l'Italia presenta tassi estremamente bassi sia di partecipazione femminile al mercato del lavoro che di fertilità. I dati sardi in entrambi i casi sono persino peggiori della media nazionale. Cerchiamo qui di analizzare le ragioni di questo fenomeno ed i possibili problemi che questa situazione, se protratta, può creare all'economia.


In Italia meno del 50% delle donne fa parte della forza lavoro, in Svezia il 75%. Inoltre l’Italia ha uno dei tassi di fertilità (1,25 figli per donna nel 2001) più bassi al mondo, significativamente inferiore a quello svedese (1,57, dato 2001). I dati recenti mostrano quindi che la relazione che un tempo si pensava univoca, maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro= meno figli, non funziona più. Prima conclusione possibile: le donne italiane sono più pigre delle svedesi e vanno di più dal parrucchiere. Oppure, le donne italiane lavorano di più, molto di più, a casa e meno fuori di casa delle svedesi. Lavorano quindi, ma non sono remunerate per questo, né i loro sforzi e, quindi, la loro produzione risulta nelle statistiche ufficiali di calcolo del Pil. Come spiegare dunque queste scelte differenti?

Casalinghe per vocazione o per scelta obbligata?

mammeUna prima spiegazione potrebbe essere di tipo “culturale”. In sostanza, alle donne italiane piace di più lavorare a casa rispetto alle svedesi. E poi, vuoi mettere il sapore delle lasagne fatte in casa con quelle di rosticceria? Chi se ne importa se non risultano nel Pil. Ma quanto contano le differenze culturali nel determinare i tassi di occupazione femminile in Italia e Svezia? Secondo alcuni economisti [1] contano molto più di quanto si pensi e la bassa partecipazione al mercato del lavoro in Italia sarebbe quindi il risultato di una scelta volontaria delle donne italiane che, a differenza delle scandinave, attribuirebbero molto più peso alla “famiglia” che non alla propria realizzazione nel mercato del lavoro. In questo caso, si dice, le politiche di welfare poco avrebbero a che vedere con i differenziali citati tra Italia e Svezia.

Inoltre, se vale questa tesi la comunità europea dovrebbe smettere di imporre con le sue direttive degli obiettivi comuni a tutti i paesi in termini partecipazione femminile al mercato del lavoro. Infatti, tra gli obiettivi di Lisbona la UE stabilisce il raggiungimento nel 2010, fra tre anni, di un tasso di occupazione femminile al 60%. Nel 2006 il dato italiano risultava intorno al 46%, e in Sardegna siamo sotto il 40%. Ma se quella di lavorare in famiglia è una scelta libera delle donne italiane, imporre loro di lavorare fuori casa per rientrare nei parametri UE ridurrebbe il loro benessere. Eppure, se l’amore per la famiglia tutto italiano contasse così tanto non si capisce allora il perché di un così basso tasso di fertilità che, va ricordato, vede primeggiare da anni l’Italia come paese dove si fanno meno figli al mondo. E la Sardegna è una delle regioni in Italia meno "fertili". Ma non amavamo tanto la famiglia tradizionale?

Tutto casa, fornelli e pochi figli. Perché?

Il differenziale Svezia-Italia non può quindi che risiedere nella diversità di vincoli ed incentivi esistenti sia fuori che dentro il mercato del lavoro nei due paesi . Un famoso economista spagnolo, Juan Dolado, mostra alcuni dati OCSE relativi al 2001 che riescono a sintetizzare perfettamente la natura del problema. I 21 paesi OCSE presentano realtà molto diversificate. Si possono identificare tre gruppi: paesi con alta partecipazione femminile e con tassi superiori al 60% (USA, Canada, GB, Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca e Svizzera), paesi con tassi di partecipazione femminile sotto il 50% (Spagna, Italia e Grecia) e, infine, paesi con tassi di partecipazione compresi tra il 50-60% (tutti gli altri). Dolado analizza i dati relativi a 1) il divario di partecipazione al mercato del lavoro tra i sessi, 2) la quota del Pil per paese della spesa per aiuti destinati alle famiglie e 3) il divario salariale (tra sessi) residuale.

J. DoladoQuest’ultimo indicatore misura quella parte del divario salariale tra uomini e donne che non è spiegata da differenze osservabili tra lavoratori, come l’età o il livello di istruzione, e si configura quindi come differenziale dovuto a pura discriminazione. La relazione evidenziata dai dati è netta e non sorprendente: dove c’è più discriminazione (le donne, a parità di qualità, vengono remunerate meno degli uomini) c’è una minore partecipazione femminile al mercato del lavoro, mentre la partecipazione femminile è più elevata dove lo stato spende di più per gli aiuti alle famiglie. I dati indicano che Spagna Grecia e Italia, i paesi con la più bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, possiedono anche la minor quota di aiuti statali alle famiglie e la maggiore discriminazione salariale per sesso nel mercato del lavoro. Se eliminiamo la Spagna dal gruppo dei “cattivi” (sembra giusto, visti i passi da gigante che questo paese sta compiendo ultimamente nel versante delle pari opportunità[2]) Italia e Grecia vincono parimerito la medaglia d’oro.

I dati sembrano dunque indicare che le donne italiane scelgono razionalmente di non lavorare perché sono comunque mal remunerate per la qualità del lavoro che svolgono fuori casa e perché mancano di aiuti esterni nella gestione quotidiana familiare e quindi devono lavorare a casa. Basti solo citare l’assistenza per i familiari non autosufficienti (bambini, anziani o disabili che siano) che in Italia ricade interamente sulle famiglie. Ma si dimentica spesso di citare anche la generale arretratezza del settore dei servizi, sia pubblici che privati. L’esempio più ovvio è rappresentato dai costi in termini di tempo richiesti della nostra burocrazia che risultano oramai inadeguati alle esigenze di famiglie dove entrambi i coniugi lavorano a tempo pieno e, spesso, con richieste di disponibilità e flessibilità di tempo non adeguatamente remunerate. A volte le casalinghe servono anche a mettersi in fila per pagare le bollette.

Ma è solo un problema femminile?

In realtà la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro non deve preoccupare solo perché si associa alla presenza di discriminazioni e ingiustizie per metà della popolazione italiana. Va detto che, già di suo, questo dovrebbe essere considerato un problema rilevante. Ma la scarsa partecipazione femminile è in realtà un problema per tutti, maschi e femmine, poiché ha alcune implicazioni che riguardano questioni "strutturali" fondamentali del nostro paese. E' un problema innanzitutto per la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Una società che fa molti figli e/o presenta alti tassi di partecipazione nel mercato del lavoro può infatti guardare al suo futuro pensionistico con ottimismo. Come detto in precedenza l'Italia è invece nella condizione opposta: tassi di attività, soprattutto femminile, bassi e pochi figli. Ciò significa che in futuro vi saranno pochi lavoratori che dovranno sostenere molti pensionati e molte donne prive di pensione. Se si vuole rimediare a questo problema bisogna iniziare a implementare politiche concrete in questa direzione su cui l'Italia e, in particolare, la nostra regione è fanalino di coda tra i paesi industrializzati. Serie politiche di aiuto alle famiglie potrebbero in questo caso avere un doppio risultato positivo sui nostri conti pubblici: potrebbero spingere infatti più donne a lavorare e anche a fare figli, alleggerendo in entrambi i casi il carico pensionistico futuro. Inoltre, non dimentichiamo mai che la discriminazione, ovunque indirizzata, è sempre inefficiente poiché implica un mercato del lavoro che alloca male le sue risorse. Se non selezioniamo il migliore solo perché è nero o donna o calvo significa che stiamo scegliendo uno meno bravo (e produttivo) a ricoprire un lavoro. Infine, la nostra è una economia che ha pochi incentivi a migliorare la qualità di molti dei suoi servizi offerti. Per fare sempre l’esempio delle bollette, il costo del mantenere una burocrazia inefficiente è percepito in Italia come più basso di quello reale o di quello percepito in altri paesi, poiché il tempo perso in fila dalle casalinghe, non essendo remunerato, non viene valutato.

In altre parole, la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro unita alla bassissima natalità dovrebbero essere inseriti tra le priorità nell'agenda politica italiana e regionale e non solo perché è un problema delle donne, ma anche perché rappresentano seri problemi per i conti pubblici e l'economia italiana tutta. E siccome sono ancora i maschi a detenere le redini del comando e a decidere in Italia sarebbe davvero ora, per il paese, che si dessero da fare per cambiare le cose.



[1] Vedi A. Alesina e P. Giuliano “Power of the family: cross-country cultural differences and social engineering”, dal sito www.voxeu.org.

[2] Vedi J. Dolado “Un’azione positiva è per sempre” dal sito www.lavoce.info e D. Del Boca (2003), "Why are fertility and participation rates so low in Italy (and Southern Europe)?".

[3] Si veda l’articolo Anna Pireddu dove si cita il caso di un comune italiano che ha scoperto che l’80% dei beneficiari dei contributi ad anziani poveri era costituito da donne. Queste ultime, non avendo mai lavorato, non beneficiavano di una pensione che ne garantisse l’autosufficienza.

by Adriana Di Liberto last modified 2007-07-04 22:55

Powered by Plone CMS, the Open Source Content Management System

This site conforms to the following standards:

Bookmark and Share