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I tristi numeri del mercato del lavoro

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di Marco Zurru


Marco Zurru analizza e discute i dati disponibili per gli ultimi cinque anni sugli infortuni e gli incidenti mortali che avvengono nel posto di lavoro, mentre i primi mostrano un andamento decrescente, ciò purtroppo non è vero per i secondi; le cause sarebbero da ricercarsi nella scarsa informazione/formazione dei lavoratori (spesso irregolari), il maggior numero di incidenti si verifica infatti  all'inizio dell'attività lavorativa. Zurru valuta positivamente il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro varato qualche giorno fa dal Governo Prodi, ma avverte che per la sua efficacia è necessario un sistema di controlli e sanzioni capillare e rigoroso, altrimenti ci si ritroverà a raccontare altri dati, dietro i quali ci saranno altre vite perse, altri lavoratori che non potranno più lavorare.

segnali pericoloAveva 28 anni, lavorava da meno di un mese con un contratto a tempo determinato presso una delle poche grandi industrie in Sardegna, l’Euroallumina di Portovesme. È morto il 31 luglio all’interno del suo luogo di lavoro, durante lo svolgimento del suo lavoro. Purtroppo è solo uno dei 3,5 incidenti mortali che ogni giorno si sono verificati (dati INAIL per il 2006) nei diversi ambiti professionali: l’anno scorso, infatti, sono stati 1302 i morti sul lavoro, per un totale di 927.998 infortuni.

Uno sguardo alle cifre, sempre in difetto

Si tratta, è il caso di ricordarlo, di cifre in difetto, non comprendendo quella vastissima area dell’economia sommersa che pesa sul PIL per il 17,7% (dati ISTAT), a  causa all’attività irregolare di quasi 3 milioni di lavoratori italiani, il 12,1% del totale delle unità lavorative del paese. Chi si vuole cimentare nel chiarire alcuni punti importanti di questo gravissimo fenomeno deve infatti avere molta cautela nel trattare i dati forniti dalle uniche due istituzioni abilitate, l’INAIL e l’IPSEMA.

La stessa Commissione Parlamentare d’Inchiesta sugli infortuni sul lavoro (Senato, XIV legislatura, marzo 2006) metteva in guardia sulla carenza metodologica, i problemi di completezza nella rilevazione dei dati disponibili nell’ambito dell’INAIL, la mancata integrazione dei dati con il corredo di riferimenti tecnici che – viceversa - potrebbe agevolare la trasparenza e la comprensione degli stessi, la mancanza di procedure tecniche di verifica e la definizione dei livelli di responsabilità nella gestione dei dati e la loro relativa certificazione.

Un esempio per tutti: per le malattie professionali la denuncia delle medesime è spesso presentata presso istituti diversi dall’INAIL e l’IPSEMA (aziende sanitarie locali, direzioni provinciali del lavoro e/o autorità giudiziarie); fin qui niente di male: il problema serio è che non esiste alcun coordinamento nella raccolta ed elaborazione dei dati. Altre considerazioni possono essere fatte sulle statistiche relative agli infortuni mortali: dati i criteri di rilevazione adottati e i tempi tecnici di definizione e riconoscimento richiesti dagli infortuni mortali, per questa tipologia è necessario un tempo di consolidamento molto più congruo: accade infatti che la morte dell’infortunato sopravvenga in data successiva al verificarsi dell’incidente e alla sua denuncia e, in tal caso, pochissimi casi in più possono - data la limitata dimensione numerica – determinare spostamenti percentuali notevolmente significativi.

Cosa è avvenuto negli ultimi cinque anni

Nonostante queste premesse sui limiti delle informazioni disponibili, si possono tracciare alcune considerazioni sulla base delle medesime utilizzando sia il dato INAIL che quello ISTAT sulla rilevazione trimestrale delle forze di lavoro.

Innanzitutto, come si può vedere dal grafico proposto (Infortuni sul lavoro in generale e mortali (numeri indice; 2001 =100), il fenomeno degli infortuni sul lavoro assume in questi ultimi 5 anni un deciso trend discendente: si passa da cifre che oltrepassano di poco il milione nel 2001 (1.023.379) ai 939.566 infortuni del 2005, fino ai 927.998 nell’ultimo anno considerato. È una caduta lenta ma inequivocabile e costante.

Viceversa, purtroppo, non si comportano allo stesso modo i dati sugli infortuni più gravi, quelli mortali: mentre all’inizio del periodo la diminuzione appare consistente (dai 1549 incidenti mortali del 2001 si passa ai 1328 del 2004), rallenta negli ultimi anni per poi invertire il proprio trend e riproporre nel 2006 valori simili a quelli dei due anni precedenti. Insomma, meno incidenti in generale ma con una presenza variabile e addirittura in crescita di quelli mortali.

La cosa appare più complessa e, in un certo senso più preoccupante, se si ragiona considerando le dinamiche occupazionali: infatti al calo complessivo degli infortuni pari all’8,2% in termini assoluti nel quinquennio 2001-05 si associa una crescita occupazionale del 4,4% registrata dall’ISTAT nella Rilevazione delle forze di lavoro per lo stesso periodo; messa in termini relativi attraverso indici di incidenza, la flessione reale è stata decisamente più consistente, pari al 12,1%. Il trend discendente è già evidente nel 2001 (-0,6), segna una significativa accelerazione nel 2002 (-4,4) per consolidarsi nel 2003 e negli anni successivi (-3,5 nel 2005).

Nonostante ciò, ripetiamo, il numero delle morti sul lavoro continua a presentare impressionanti trend oscillanti: rispetto all’anno precedente le cifre sono +10,6% nel 2001, -4,4 nel 2002, -2,2 nel 2003, -8,4 nel 2005, -3,6 nel 2005 e, infine, +1,7 nel 2006. Dunque, si allarga la base occupazionale, si assiste ad una diminuzione relativa degli infortuni ma non di quelli più gravi.

Infortuni sul lavoro avvenuti nel 2001-2005 per settore economico

- Indici di incidenza (totale infortuni denunciati per 1000 occupati)

Indici di incidenza



















La situazione appare poi abbastanza eterogenea considerando i settori: in particolare in agricoltura il calo del numero degli infortuni nel periodo considerato è stato pari al 17,7%, mentre la flessione reale è risultata dell’11,5%, testimonianza della costante e parallela perdita di posti di lavoro che ormai da decenni caratterizza il settore. Nell’industria ad un calo complessivo del numero degli infortuni del 18,1% fa riscontro una diminuzione dell’indice di incidenza sensibilmente superiore, pari al 21,7%, confermando una effettiva ridimensione del rischio infortunistico nel settore. Infine, nel settore dei servizi si assiste ad un incremento complessivo di infortuni del 4,8%, mentre gli indici di incidenza indicano una situazione di relativa stabilità (0,3%).


Come incide la specializzazione settoriale nelle diverse regioni

La stessa eterogeneità è riscontrabile (con gli ultimi dati disponibili ) declinando il fenomeno su base territoriale. Innanzitutto una disaggregazione su scala regionale degli infortuni sul lavoro non sembra riconducibile alle classiche divisioni del paese (Nord, Centro, Sud e Isole); l’entità dei tassi di frequenza infortunistica sembra dipendere prevalentemente dall’incidenza, all’interno delle singole regioni, di determinati settori economici a rischio e delle piccole imprese, nonché dal numero dei lavoratori extracomunitari presenti.

In ogni caso, come già accennato, sarebbe importante una nuova metodologia di raccolta e lettura dei dati alla luce dei tassi territoriali di lavoro irregolare e non denunciato neanche in seguito all’infortunio – come induce a ritenere anche la presenza di tre grandi regioni del Sud (Campania, Calabria e Sicilia) tra quelle con la frequenza infortunistica più bassa.

Frequenza infortunistica per regione – Settore Industria e Servizi
(infortuni indennizzati ogni 1000 addetti INAIL; media triennio 2001-03)

Frequenza infortunistica





























Infine, non in tutte le regioni si assiste alla diminuzione degli infortuni sul lavoro in generale: soprattutto nei settori più colpiti, quali l’industria e i servizi, si nota come nel biennio 2004/05 Lazio, Abruzzo, Molise, Calabria e Sardegna siano in controtendenza. Il dato appare preoccupante per quei territori in cui, come la Sardegna, si è verificato in questi anni un lento ma costante ampliamento della base occupazionale.


Infortuni sul lavoro (2004-05) e denunciati all’INAIL per regione e settore (val. assoluti e variazioni %)

Infortuni sul lavoro (2004-05) e denunciati all’INAIL




























La causa principale: mancanza di formazione e informazione

A questi dati basilari che già configurano una situazione drammatica all’interno dei contesti di lavoro bisogna aggiungere qualche considerazione che deve indurre a riconsiderare con grande determinazione – come sta facendo l’attuale governo – la sicurezza sul lavoro.

Elementi quali il fatto che gli infortuni avvengano nei primi giorni di lavoro e, più in generale, nel periodo iniziale dell’attività lavorativa (compresi i lavoratori interinali, quelli oggetto di somministrazione e gli immigrati) dimostrano come sia incredibilmente importante la mancanza di informazione e formazione adeguata (sia da parte del datore di lavoro che da parte dei propri colleghi); dall’altro mettono in evidenza l’esistenza di un costume diffuso, in base al quale il lavoratore irregolare viene denunciato dal datore solo qualora (e non sempre) si verifichi un infortunio. Ciò, purtroppo, accade anche nel caso di infortuni gravi e di morte: basti pensare che il 6% (dati INAIL 2005) degli infortuni mortali è avvenuto il primo giorno di lavoro (l’11,4% in edilizia), il 10,1% nel corso della prima settimana e il 36,4% nel primo anno.

Le nuove norme sulla sicurezza del Governo Prodi

Questi, e altri dati drammatici sul fenomeno, sembrano finalmente aver risvegliato l’interesse del governo Prodi che proprio il giorno seguente l’incidente evidenziato nell’incipit di questo contributo (1 agosto 2007) ha approvato il testo Unico per la sicurezza sui luoghi di lavoro (ex ddl 1507/giugno 07). La legge sembra affrontare il problema in modo strutturato: il testo estende l’applicazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro a tutti i lavoratori e lavoratrici, autonomi e subordinati, nonché ai soggetti ad essi equiparati; prevede pene più severe per chi non rispetta la sicurezza sul lavoro, col rischio della sospensione dell’attività; viene riconosciuta alle organizzazioni sindacali e alle associazioni dei familiari delle vittime la possibilità di esercitare i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa per la violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni; è previsto il finanziamento degli investimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro delle piccole, medie e micro imprese i cui oneri siano sostenuti dall’INAIL; determina l’obbligo per i lavoratori di esibire cartellini identificativi nei cantieri; per gli appalti pubblici (nota dolente nel meccanismo di innesto degli incidenti) si prevede di modificare il sistema di assegnazione al massimo ribasso; infine, in tutti gli appalti pubblici, nei contratti di somministrazione, di appalto e di subappalto, devono essere specificatamente indicati i costi relativi alla sicurezza del lavoro.

Tutto ciò non sembra poco ma, come è noto, qualsiasi norma appare quasi sempre poco efficace a fronte di un carente sistema istituzionale di controllo e di sanzione: da questo punto di vista, l’ultima proposta del citato TU – l’assunzione in tutta Italia di soli 300 ispettori del lavoro (che andrebbero ad aggiungersi ai 4000 già impiegati) – sembra purtroppo minare le reali capacità di trasformazione del problema da parte dell’impianto legislativo proposto. Quattromilatrecento ispettori del lavoro a fronte di 4 milioni di imprese…




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by Marco Zurru last modified 2007-08-07 21:45

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