Immigrazione e mercato del lavoro
Le migrazioni irregolari via mare nel Mediterraneo sono diventate una realtà anche per la Sardegna. Nonostante gli sbarchi rappresentino solo il 10-12% degli ingressi irregolari, sono l'elemento scatenante del dibattito sull'immigrazione. Giovanni Sulis parte dalla cronaca per arrivare a discutere delle dinamiche del mercato del lavoro e del rilevante ruolo degli immigrati.
Durante gli ultimi giorni di agosto, i quotidiani locali hanno vistosamente e sonoramente richiamato l’attenzione sul tema dell’immigrazione clandestina prendendo spunto dagli sbarchi sulle cose sud-occidentali dell’Isola di cittadini extra-comunitari provenienti dall’africa sub-sahariana. Nell’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, il tema è stato riproposto ponendo l’enfasi sull’apertura di una nuova rotta di immigrazione clandestina, quella verso la Sardegna (articolo di Valentina Eufemi, pagine 30-34).
Nuova emergenza o nuova opportunità?
Questi
i numeri: sono sbarcate nell’Isola circa 120 persone nella notte di ferragosto,
altre 280 a fine agosto, 380 clandestini in 48 ore a settembre. I
numeri non sembrerebbero particolarmente allarmanti se non si tenesse conto del
fatto che questo costituisce il primo vero flusso di immigrati clandestini,
dopo che verso la fine del 2006 erano arrivate 91 persone. Non sembrano neppure
numeri consistenti se rapportati alla popolazione della regione. Sulla base
della descrizione fornita dai quotidiani, siamo di fronte a giovani maschi in
perfetta forma fisica con chiare idee sulla reale destinazione e con una
quantità di denaro sufficiente alla sopravvivenza prima della sistemazione
definitiva. Sul tema è intervenuto anche il presidente della regione Renato
Soru, sottolineando l’opportunità economica che gli immigrati possono apportare
(vedi: “Vengano pure, qui c’è posto per tutti”).
Ritengo
il commento giornalistico eccessivamente allarmistico e contraddittorio, mentre
il commento del presidente Soru semplifica troppo il problema e la sua
soluzione.
Da una parte, sembra di assistere ad uno sbarco di pirati pronti a tutto pur di sopravvivere, decisi ad ottenere con qualunque mezzo il benessere economico e sociale che evidentemente queste persone cercano; dall’altra si tratterebbe di individui assolutamente innocui che sfruttano il territorio sardo per soli motivi di convenienza, avendo già la certezza di ottenere un buon posto di lavoro.
Evidentemente le due visioni sono in contraddizione e richiamano alcune consuete argomentazioni pro o contro il fenomeno dell’immigrazione. La prima categoria di individui dovrebbe essere in principio rispedita a casa in quanto portatrice di criminalità, violenza e malessere sociale, mentre la seconda potrebbe tranquillamente trattenersi nel nostro Paese e regolarizzare ex-post il proprio status di immigrato . In realtà, questa distinzione semplifica eccessivamente il problema e la sua possibile soluzione.
Natalità e nuova forza lavoro
Nell’ambito
di questo dibattito due considerazioni sembrano opportune, entrambe
strettamente legate alle dinamiche del mercato del lavoro. La prima riguarda la
mobilità della forza lavoro. Per definizione, gli immigrati sono forza lavoro
mobile, ovvero offerta di lavoro che permette aggiustamenti di salari e
occupazione, hanno quindi un ruolo essenziale nella “lubrificazione” del
mercato del lavoro con effetti benefici per l’intera economia.
La seconda
riguarda invece la natalità e la relativa sostenibilità del sistema
pensionistico nazionale. È evidente che in questo momento il maggior contributo
alla forza lavoro futura proviene dalle coppie di immigrati, con tassi di
natalità decisamente più elevati rispetto alla popolazione locale; questi figli
potranno successivamente sostenere il sistema pensionistico quando entreranno
nel mercato del lavoro e contribuire attivamente al miglioramento del sistema
di welfare, considerato potente attrattore di immigrazione. Come riportato su www.lavoce.info
in commento ai recenti dati Istat, il tasso di occupazione fra gli immigrati è infatti
molto superiore a quello dei locali: quasi nove immigrati su dieci in età lavorativa
hanno un impiego, contro sette su dieci fra gli italiani. Anche per le donne i
numeri indicano maggiori tassi di occupazione.
Tuttavia,
è essenziale cercare di capire in quali settori lavorano gli immigrati e quali
sono gli effetti della loro presenza sul mercato del lavoro. Un primo dato di
fatto riguarda la composizione dell’immigrazione clandestina e la sua
condizione sociale ed economica. È evidente che in media finiranno per migrare
gli individui che hanno un ritorno economico dalla migrazione maggiore, ovvero
coloro che possono meglio sfruttare le competenze acquisite nel proprio paese
di origine o che in quella realtà non hanno alcuna possibilità di crescita
professionale e si giocano il tutto per tutto. Questa considerazione permette
di definire meglio l’insieme degli immigrati, che non costituisce un unico
blocco ma che presenta al suo interno una distribuzione articolata di
competenze e di abilità spendibili nel mondo del lavoro. Dalla distribuzione
degli skills nella popolazione del paese d’origine e di destinazione dipende
crucialmente l’effetto della nuova offerta di lavoro sull’occupazione e sui
salari nel mercato del lavoro sardo. Invece che contare gli immigrati sarebbe
più opportuno capire che qualifiche possiedono e se effettivamente possono
essere partecipi nel nostro mercato del lavoro invece che prestarsi ad attività
illegali.
Clandestinità o nuova legalità
Questa infatti sembra essere la preoccupazione principale degli abitanti dell’Isola, ulteriormente spaventati dalla possibilità di fenomeni criminali. Tuttavia, due considerazioni possono aiutare ad arricchire il ragionamento. In primo luogo, recenti indagini Eurobarometro sulle attitudini degli europei verso l’immigrazione mostrano sorprendentemente che la dichiarazione di pregiudizio razziale è slegata da considerazioni di natura economica. Ci si potrebbe aspettare che in paesi e regioni con maggiori problemi di disoccupazione, i sentimenti razzisti siano più amplificati da una sensazione di concorrenza tra i residenti e gli immigrati. I dati smentiscono questa ipotesi e mostrano assenza di correlazione tra le variabili. Il secondo punto riguarda il problema delle politiche dell’immigrazione e della loro attuazione. È evidente che politiche dell’immigrazione altamente restrittive fanno in modo che la quota di immigrati clandestini sul totale sia elevata; questo determina quindi un elevato numero di individui sgraditi riversati nel paese di destinazione. Questo fatto spinge gli elettori verso la richiesta di politiche dell’immigrazione ancora più restrittive, alimentando un circolo vizioso di difficile soluzione.
A
questo proposito, nel dibattito nazionale sono emerse alcune proposte
interessanti, in particolare sul sito www.lavoce.info. Personalmente le ritengo
pienamente condivisibili. Primo, favorire una maggiore integrazione degli
immigrati e relativa concessione della cittadinanza; secondo, attrazione di
lavoratori qualificati, con titoli di studio e competenze certificate; terzo,
lotta alla immigrazione clandestina con controlli sui posti di lavoro. Questo
implica che la responsabilità sia fortemente spostata sulle imprese, maggiori
beneficiarie della manodopera degli immigrati. Infine, l’implementazione di un
sistema a punti, sia in ingresso che in itinere, che assegni punteggi per
coloro che possiedono i requisiti necessari in ingresso e per coloro che si
comportano virtuosamente favorendo l’integrazione economica e sociale.
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