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La falsa partenza di Mara e le altre

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di Adriana Di Liberto

Nuovi dati continuano a confermare come in Italia esista una forte discriminazione di genere nel mercato del lavoro e nei luoghi della rappresentanza politica. Il divario di opportunità calcolato tra uomini e donne colloca il paese in una situazione persino peggiore di quella presente nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo. I risultati delle ultime elezioni politiche e le prime decisioni del nuovo Governo non fanno prevedere alcun cambiamento di rotta a favore di scelte politiche e di un mercato del lavoro più giusti ed efficienti.


Il World Economic Forum di Ginevra in collaborazione con ricercatori di Harvard e Berkeley (USA) ha recentemente pubblicato il Global Gender Gap Report. Nel Rapporto l'équipe di ricercatori analizza la disuguaglianza esistente tra uomini e donne nei diversi paesi del mondo e calcola un indice sintetico di divario di genere che permette di classificare i diversi paesi in base alla posizione (relativa) della donna nella società.          

            Tabella 1: Global Gender Gap Index 2007

Kenia-Italia1

L'Italia figura tra i 128 paesi esaminati. Anzi, per meglio dire, "sfigura" tra i paesi analizzati, visto che occupa la poco onorevole 84esima posizione. Al contrario dell'Italia, tutte le altre economie europee e la maggior parte dei paesi sviluppati occupano le prime posizioni della classifica, ad indicare una bassa discriminazione di genere. Per capirci meglio, prima dell'Italia troviamo il Kenia che risulta dunque una società meno discriminante della nostra.

La Tabella 1 riporta alcuni dati: l’indice assume valore 0 in caso di estrema diseguaglianza, 1 in caso di perfetta eguaglianza. Va specificato che il Global Gender Gap Index non va letto come una misura della posizione assoluta della donna nella società: le donne keniote, in assoluto, stanno peggio delle italiane, sono meno tutelate ed hanno minori opportunità nella società. Ma anche gli uomini kenioti, in assoluto, stanno peggio degli uomini italiani. Il Rapporto indica quindi che il divario tra la condizione economico-sociale degli uomini e quella delle donne in Kenia (e in altri 82 paesi del campione) è inferiore al divario tra i sessi che si osserva in Italia.

Dallo studio emergono diversi spunti interessanti. L'indice sintetico riportato nella Tabella 1 viene infatti calcolato stimando separatamente l’ampiezza del divario di genere presente in quattro ambiti considerati cruciali nel determinare possibili discriminazioni. Il primo è quello della “Partecipazione e opportunità in ambito economico”: questa categoria misura le diversità salariali di genere, i livelli di partecipazione al mercato del lavoro e l’accesso delle donne ai livelli elevati di carriera. La seconda categoria analizza le possibilità di accesso ai diversi livelli di istruzione visto che, com’è noto, in molti paesi l’istruzione alle donne viene negata. Nel terzo ambito vengono calcolate le differenze nelle aspettative di vita e nel sesso alla nascita, mentre nell’ultimo si misura la rappresentanza femminile nelle diverse strutture di governo. Questa distinzione ci permette di identificare quali sono gli ambiti specifici in cui l’Italia registra il maggiore ritardo.

Opportunità economiche e rappresentanza

La Tabella 2 riporta il confronto tra i dati italiani e quelli svedesi relativamente al primo ambito (opportunità economiche) e all’ultimo (la rappresentanza politica), settori nei quali l'Italia presenta un divario tra i sessi significativo. La scelta svedese non è casuale visto che questo paese è, secondo il Rapporto, quello in cui si realizza la maggiore eguaglianza tra i sessi. In generale, il settore nel quale l’Italia presenta le maggiori discriminazioni è quello economico: in questo ambito il nostro paese si colloca complessivamente al 101esimo posto. L’Italia è addirittura 111esima, agli ultimissimi posti,  per quanto riguarda l'eguaglianza salariale tra uomini e donne [1]).

                          Tabella 2: Opportunità economiche e Rappresentanza politica

Kenia-Italia2

Per quanto riguarda la rappresentanza politica i dati non fanno che confermare il noto ritardo nazionale di cui molto si è parlato e nulla si è fatto in campagna elettorale. La Tabella 2 indica quanto bassa sia in Italia la quota di donne in Parlamento rispetto agli uomini: 0.21, 56esima posizione). L'attuale composizione del nuovo Parlamento include, per scelta della nomenklatura dei partiti, poco più del 20% di rappresentanza femminile e  lascia la situazione pressoché immuntata rispetto al passato. La 42esima posizione alla voce "numero di anni in cui una donna è stata capo dello stato" non deve farci illudere: è dovuta semplicemente al fatto che sono pochi i paesi che hanno avuto una donna a capo dello stato. Anche la Svezia occupa infatti per questa voce la medesima posizione. Tuttavia, la Svezia è molto vicina alla parità nell'ambito della composizione parlamentare (0.9, valore che indica la quasi parità di genere), mentre per quanto riguarda le posizioni ministeriali i dati indicano come la presenza femminile abbia in questo paese superato quella maschile (l’indice supera il valore 1). La Svezia peraltro non è oramai una eccezione tra i paesi sviluppati ad avere raggiunto la parità di genere nella rappresentanza politica. Basti ricordare il caso della Spagna.

Non che in Italia alcune donne non ce l'abbiano fatta, sia in politica che in economia. Ma si tratta tuttora di "specchietti per le allodole" o le solite eccezioni che confermano la regola.  Basta ricordare che, malgrado la recente elezione della Mercegaglia al vertice di Confindustria, in Italia su 100 persone presenti nei consigli di amministrazione solo 2 sono donne. In assenza di una legislazione vincolante (in Norvegia nel 2006 è stata varata una legge che obbliga i CdA ad avere una rappresentanza di genere di almeno il 40%) in Svezia le donne nei CdA sono 22, 18 in Danimarca, 11 in Gran Bretagna e 7 in Olanda e Germania. Ancora meno se ne trovano nelle grandi aziende. Nelle 17 società italiane quotate in borsa del settore tessile/abbigliamento (dove le presunte differenze o sensibilità "femminili" potrebbero rappresentare un vantaggio anziché il contrario) su 142 posti di amministrazione solo 8 sono ricoperti da donne e solo una di queste non fa parte della famiglia controllante. Per completare il quadro, ricordiamo infine che da circa cinque anni i laureati alla Bocconi sono per quasi la metà donne (il 45%)[2]. Difficile sostenere quindi che manchino o siano mancate in passato alle donne le competenze specifiche per l'azienda.

Le prime misure (sbagliate) del nuovo governo

In sintesi, per quanto riguarda la parità di genere l’Italia è dunque ancora ferma allo stadio della parità dei diritti. Sulla carta non vi è discriminazione, ma i meccanismi di selezione del mercato del lavoro (compreso quello politico) e le scelte di allocazione della spesa pubblica discriminano eccome.  Purtroppo le prime decisioni del nuovo Governo fanno prevedere altri anni di ritardo accumulati dall'Italia in questo campo e altri punti di crescita del Pil persi. Sono infatti tre le concretissime misure (2 miliardi di spesa pubblica previsti) che, si dice, verranno approvate a breve e che, con ogni probabilità, disincentiveranno ulteriormente le donne ad entrare nel mercato del lavoro. La prima misura è l'applicazione del quoziente familiare.  Come ben spiegato in un articolo da Daniela Del Boca [3], questa misura ha l'effetto di far pagare alle donne che lavorano un’aliquota più elevata rispetto all'attuale (in quanto determinata anche dal reddito del coniuge) e non può che scoraggiare la già bassa partecipazione femminile italiana al mercato del lavoro. La seconda misura è la detassazione degli straordinari, un intervento che favorisce principalmente i lavoratori uomini (e soprattutto quelli che lavorano nelle grandi imprese del Nord) e che sicuramente non potrà essere utilizzato da donne con figli piccoli o con gravosi impegni familiari. La maggior parte delle donne non può infatti valutare il lavoro straordinario come un'opzione possibile: la mancanza pressoché totale di servizi alla famiglia presente in Italia (asili nido e quant'altro) unita alla discriminazione salariale di genere finisce per far gravare sulle donne il peso dell'assenza dello stato nelle politiche per la famiglia. La terza misura di cui si parla è il decreto legge per la lotta all'immigrazione clandestina. Si discute se nel decreto siano da inserire apposite deroghe per le/i badanti. Difficile comunque pensare che la nuova legge non renda ancor più complicato la burocrazia necessaria per l'assunzione di un extracomunitario. Oramai sempre più spesso in Italia i lavoratori extracomunitari forniscono proprio quei servizi alle famiglie che negli altri paesi sviluppati vengono coperti dai servizi di assistenza statali e che consentono alle donne di lavorare fuori casa. 

Ma la prima valutazione sull'importanza che il nuovo Governo attribuisce alle pari opportunità si è vista nelle nomine dei ministri. Dopo tanto parlare di Giulia Buongiorno alla Giustizia, alla fine sono solo 4 i ministri donna su 21. Tutte collocate in ministeri considerati dalla politica di fatto (per fondi amministrati) secondari: istruzione, ambiente, pari opportunità e politiche giovanili. Vedremo se, in occasione delle votazioni sui sopra citati provvedimenti nei prossimi Consigli dei Ministri, la neo-ministro per le pari opportunità Mara Carfagna dimostrerà almeno il buon senso di astenersi. Purtroppo, appare già molto impegnata a fare molto rumore per nulla in battaglie inutili se non sbagliate.



[1] Sulla discriminazione salariale si veda anche un precedente articolo pubblicato su Insardegna.

[2] Dati ripresi da www.lavoce.info, A. Goldstein, "Quote rosa a piazza affari".

[3] Da www.lavoce.info, D. Del Boca, "E le donne restano a casa".

 

by adl last modified 2008-05-29 19:28

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