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Le ceneri di Gramsci

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di Salvatore Mannuzzu
Le ceneri di Gramsci sono soltanto un nobile concime o dicono ancora qualcosa? E questo qualcosa è solo una lezione di sopravvivenza (di cui abbiamo estremo bisogno) e di metodo, o anche, nel merito, una lezione politica?


PRIMA PARTE


La parabola di Nansen

1. Ora che tutti i colpi, dati e presi, si sono definitivamente raffreddati, lo si dovrebbe riconoscere quasi con serenità. Il corpus delle lettere di Gramsci, dal carcere e prima del carcere, rimane un libro straordinario: uno dei grandi libri d’un secolo; specie se lo si integra con il resto dell’opera del Gramsci recluso, i Quaderni – di cui costituisce, come è stato detto, una sorta di interfaccia. Sicché al primo editore di quell’opera non si può perdonare d’avere pubblicamente ripetuto, della raccolta delle lettere d’un altro prigioniero (tragicamente perito nel 1978), che si tratta dell’“epistolario più importante del Novecento italiano”.

nan1bIn questo parte del discorso però io vorrei solo tentare un esercizio di rilettura dentro due coordinate del lascito di Gramsci (tra le quali quondam ho già provato a muovermi, raccontando delle piccole storie). Queste due coordinate sono la parabola (incandescente, 1927) che ha come protagonista l’esploratore norvegese Nansen; e la definizione (straziante, 1933) “Il tempo è un semplice pseudonimo della vita”, da cui emana la stessa luce.

2. Usa abbastanza celebrare Gramsci partendo dal fatto che era sardo: con sottolineature e implicazioni di cui io in genere diffido; ma con le quali, quando si tratta di sardi, ho capito che bisogna fare i conti. Le radici – molto specifiche, quell’infanzia e quell’adolescenza terribili – segnano indelebilmente il personaggio, ne imbevono le fibre intime. Questa è stata la sua iniziale, determinante formazione, prima dell’ingresso in ben altre scuole: tra i suoi evidenti connotati ci sono anche questi.

E senza sarebbe un altro il Gramsci che abbiamo amato.

Il Gramsci di cui ci restano care anche le complicazioni delle pieghe psicologiche, le suscettibilità, le spigolosità, gli eccessi di raziocinio e di rigore. La pluralità dei pedali: “visceri e cervello”, diceva lui che non nominava mai il cuore. La sua ubiquità e la sua fedeltà alla propria storia: la sua capacità di guardarla con occhi asciutti. Aveva scritto alla moglie da Vienna: “La mia vita è semplice e trasparente, trasparente, diceva Rimbaud, come un pidocchio tra due lenti”.

Sì, quella sua scrittura lucida e risentita, nella quale spicca l'ironia, ma che poi è silenziosamente tesa dall'affetto: quella sua scrittura nella quale alla fine dialettica e strazio diventano quasi la stessa cosa.

Il suo enorme patrimonio morale e culturale; il suo pesante bagaglio di esperienze di vita; il suo vasto e complicato retroterra umano. E il suo povero organismo: debole, brutto, minato – insonne.

E il sopravvivere in lui sempre – malgrado tutto – d’un incomparabile gusto della realtà, gusto che diventa fedeltà – fedeltà alla verità e alla vita. Fedeltà alle verità più scomode: “La verità reca in sé la sua medicina”, “Nella politica di massa dire la verità è una necessità politica”, lui annotava nei Quaderni. Fedeltà alla vita anche quando la vita sembra non mostrare più varchi; lui continuava ad annotare: “L'oggettività non è la vita”.

Uomo curioso – fra le mille sue letture del carcere c’è Il Corriere dei Piccoli: “curioso come un furetto”, si descriveva; e affermava che prima dell’esecuzione capitale non sarebbe mancato alla lezione di cinese. Curioso e insieme rispettoso della realtà: che si conosce – insegnava – solo adoperando mezzi d'approccio e scandagli adeguati; ricorrendo a tutti gli strumenti che gli umani hanno predisposto nella loro lunga storia: “La grammatica – ammoniva – è una frazione della vita”. Ma a questa curiosità e a questo rispetto della realtà Gramsci univa la geniale capacità di stabilire connessioni, l’acutezza – vera e propria grandezza – dell’intelligenza politica: da protagonista del secolo.

3. Quando l’8 novembre del 1926, deputato del Regno, viene arrestato, alla faccia delle garanzie parlamentari, per subire il confino e la condanna, ha un figlio di poco più di due anni, un altro figlio di pochi mesi e una moglie bella e intelligente. Da prima regge imperturbabile la botta: “Andavo in guerra” (scrive); lo vive come un infortunio sul lavoro.

Poi il carcere lo cuoce a fuoco lento. Non solo il carcere, l’emarginazione politica; a Turi (1928–1933) Gramsci viene di fatto cacciato dal collettivo comunista. Ne dà atto la sua tremenda lettera del 27 febbraio 1933: “...Chi mi ha condannato è un organismo molto più vasto, di cui il Tribunale Speciale non è stato che l’indicazione esterna e materiale, che ha compilato l’atto legale di condanna. Devo dire che fra questi ‘condannatori’ c’è stata anche Iulca, credo, anzi sono fermamente persuaso, inconsciamente e c’è una serie di altre persone meno inconsce...”

L’emarginazione politica e la solitudine, il senso della propria espulsione dal mondo; l’organismo che si sfalda, la tragica disgregazione delle forze fisiche: l’insonnia, le emicranie continue, le emottisi, la perdita dei denti; i deliqui, le allucinazioni, i vaneggiamenti: il cumulo delle malattie. E la moglie Julca, “la compagna Schucht”: le troppe domande che lui le rivolge e che non ottengono risposta.

Il mondo che si sa “grande e terribile” diventa dunque “incomprensibile”? (Gramsci scrive proprio così: incomprensibile). “Come dicono in Sardegna giro nella cella come una mosca che non sa dove morire”; e si domanda: “Non era meglio non scrivere a nessuno e sparire come un sasso nell’oceano?”

“Sopravissuto”, “morto in vacanza”, si descrive: dentro una tremenda incombente sfasatura; nella trappola d’una assurda asincronia: “Credi pure, se qualche altra volta ti capiterà nella vita di avere esperienza come quella che hai avuto con me, che il tempo è la cosa più importante: esso è un semplice pseudonimo della vita”. E se il tempo è pseudonimo della vita, uscire dal tempo uguale uscire dalla vita.

4. Ma Gramsci resiste. Le lettere dal carcere assumono incandescenti valenze morali, tese come sono a difendere tutti i legami con la realtà, dai più grandi ai più piccoli: dove sono sottoposti a tensioni insopportabili, dove sembra che stiano per strapparsi. Ed è a questo punto che mi pare giusto rileggere la parabola di Nansen, dell’esploratore norvegese Fridtjof Nansen, raccontata alla moglie Julca dal carcere di San Vittore il 18 aprile 1927, quasi all’inizio della detenzione e della separazione:

“Nansen, avendo studiato le correnti marine e aeree dell'Oceano Artico ed avendo osservato che sulle spiaggie della Groenlandia si ritrovavano alberi e detriti che dovevano essere di origine asiatica, pensò di poter giungere o al Polo o almeno vicino al Polo, facendo trasportare la sua nave dai ghiacci. Così si lasciò imprigionare dai ghiacci e per 3 anni e 1/2 la sua nave si mosse solo in quanto si spostavano, lentissimamente, i ghiacci”.

È appunto una parabola: un modello, nella sua “ideazione veramente epica”, commenta Gramsci. “I ghiacci e le tenebre” sono immagine del “mondo grande e terribile”: e qui adesso della condizione del prigioniero; delle spaventose difficoltà di questo rivoluzionario prigioniero.

Resistere è difficile, è arduo mantenere illuminata, proiettata di là delle sbarre, la ragione. L'esempio di Gramsci è che ci si può riuscire: si possono conservare le radici, mantenere i legami con la realtà – vita e tempo che sia; legami sottili, quasi invisibili, ma tenaci alla fine più di tutto. L’esempio di Gramsci è che non si può rinunciare al dono che tiene vivi dentro le buie prigioni e le mortificanti malattie, non si può rinunciare a quella lontanissima, quasi irraggiungibile meta: a giungere quant'è possibile vicino a essa – vicino al suo cuore destinato a tutti gli uomini.

Ma allora bisogna impiegare ogni sapere di cui già si dispone, ogni attenzione di cui siamo capaci, alle cose e alle loro regole: adoperando le stesse angustie della nostra condizione. Soprattutto quando le cose sono più forti. In modo da muoverci per le dubbie vie delle cose verso quella quasi impossibile meta. “Lentissimamente”, certo – e a costo di restare imprigionati nei ghiacci per un tempo che può sembrarci eterno.

5. Non perdersi e non perdere: resistere. “Eppure occorre resistere, cercare di acquistare forza...”, lui scrive. Ecco di dove sgorga la luce, la grazia di molte lettere dal carcere: una luce quasi miracolosa nelle condizioni date; una luce, una grazia che non si vedono se non si sa quanto dolore e quanta fatica costano.

La fatica di ritrovare malgrado tutto quella scrittura trasparente e tesa; quella lingua puntuale, concreta, aspra fino al sarcasmo e insieme carica d’una muta, incredibile tenerezza. Lo sforzo di abbandonarsi, malgrado tutto, alla memoria della propria infanzia e della propria terra d’origine, nei particolari più minuti. Cercando di vedere (di vedere) quei figli sconosciuti: Delio che è alto un metro e otto centimetri, che pesa diciotto chili; e il corpo e le gambe dei due bambini; e loro in rapporto agli altri, in gruppo, dentro i flussi dinamici, drammatici, della vita... e il loro piccolo pappagallo le cui penne devono tornare lucide.

6. La conclusione che ora voglio anticipare Gramsci magari non l’avrebbe gradita: almeno nei termini in cui a me viene da formularla, estranei alla sua cultura.

“Se il chicco di grano non muore” (Si le grain ne meurt... ha ripetuto André Gide; che Gramsci cita mi pare solo una volta, di striscio, vedendolo recensito da Papini)... Se il chicco di grano non muore non può propagarsi la vita: così insegna un libro unico al mondo. E Antonio Gramsci è morto, d’una morte da lui lucidamente accettata come rischio – “Andavo in guerra” –, d’una morte lunga dieci anni: prigioniero di stolide prigioni e buie malattie; lontano – non solo fisicamente – dai suoi compagni e anche dalla moglie; continuamente sul crinale mai varcato della disperazione. Noi sappiamo che la sua lunga morte ha avuto un senso; e che questo senso ci resta ancora.


SECONDA PARTE


Dimenticare Gramsci?

7. Ma basta, basta: perché se continuiamo così vuol dire che davvero abbiamo dimenticato Gramsci, senza rimedio.

Tento di spiegarmi. C’è una vecchia battuta di Carlos Franqui, che un tempo poteva ispirare giusti sospetti, mentre adesso risuona più che altro vera. È questa: un operaio, quando sente dire che Cezanne era rivoluzionario, pensa che Lenin dipingesse acquerelli. Vogliamo provare a farne l’attuale parafrasi italiana? Unnan2 disoccupato, un precario, anche uno stipendiato monoreddito, quando sente dire che il tal pittore dernier cri (indegno, fra l’altro, dei calzari di Cezanne) è rivoluzionario, pensa che Gramsci dipingesse acquerelli.

Bene: Gramsci non dipingeva acquerelli. Non voleva essere uno scrittore, non voleva essere un filosofo di professione. Era invece un rivoluzionario di professione: il suo mestiere, la sua vita, la sua morte erano fatti di politica – sono fatti di politica. Alla politica lui si dava tutto sino alla fine, anima e corpo; alla politica dedicava, subordinava tutte le sue facoltà, che oggi sono ancora tanto apprezzate fuori dalla politica.

E allora registriamo una non piccola contraddizione: all’attuale fase di successo internazionale, di revival del Gramsci pensatore, filosofo e scrittore, corrisponde una disfatta senza uguali, una sepoltura sotto troppi metri di terra, una sepoltura che si ritiene definitiva, di Antonio Gramsci come lui credeva di essere.

Può succedere? Sì, può succedere: perché le opere umane si staccano dai loro autori, prendendo proprie strade; perché mai sappiamo sino in fondo chi siamo e quel che facciamo. Può succedere. Ma a noi conviene che succeda? La lezione politica di Gramsci è tutta da buttare via?

Certo Lenin ne era un cardine – e non poteva essere diversamente; ma la lezione politica di Gramsci non è solo Lenin. Direi anzi che prevalentemente è qualcosa di diverso (a parte che forse neppure Lenin è tutto – proprio tutto – da buttare).

8. Per sviluppare questa parte del discorso sottolineo due temi gramsciani. Il primo: davvero crediamo che il tema delle “quistioni di principio”, come Gramsci le chiamava, del primato delle “linee direttive”, non conservi una sua centrale attualità politica, non solo per il metodo, nella devastante crisi di senso anche politico dentro la quale siamo presi? Ora che l'oggettività diventa la realtà; e le cose risultano non modificabili; e chi vince tutte le partite è il mercato. Ora che non esistono più strategie ma solo tattiche, tattiche e immagini mediatiche, dominando gli oracoli dei sondaggi. E il trionfo del particulare spinge dentro un vortice sempre più stretto, sempre più a perdere: nel quale alla fine non c’è altro punto naturale di riferimento che il proprio profitto, la propria carriera, la propria seggiolina – o seggiolone che sia.

Ci conviene dimenticare Gramsci, quando ci avverte che nei flussi della realtà non si entra senza un'idea delle correnti che li muovono? Cioè senza ipotesi teoriche, da verificare giorno per giorno. Quando ci avverte che non si capisce nulla di ciò che capita, e si rimane impotenti, senza scelte di valore e verità. Senza il metro delle logiche generali, delle ragioni della storia, delle sorti del mondo...

9. Il secondo tema gramsciano cui guardo è quello del “blocco storico”, con le sue interazioni fra struttura e sovrastruttura. E so bene che tocca una materia diversa da quella delle alleanze; ma poi alla fine a me non sembra così diversa: giacché contiene una forte pregiudiziale proprio sulle alleanze.

Capisco pure che quella storia è finita: anzi che correntemente si vive come se ogni possibilità di storia – della storia umana tout court – sia per sempre esaurita. Mentre parlare di blocchi può far sorridere in un mondo dove tutto pare frantumato, deflagrato, ridotto a pezzettini. Però io credo che l’unica impresa cui valga la pena di guardare sia la ricostruzione d’una dimensione non disgregata ma solidale – solidale quanto si può – del mondo: con la rivendicazione, anche per l’oggi e per il futuro, della possibilità della storia umana, e delle responsabilità d’ognuno in questa storia. Nei tempi cupi in cui viviamo la lezione dell’esploratore norvegese Nansen e del nostro Prigioniero non è solo morale: è lezione di pazienza e intelligenza politica.

Ma proviamo a concludere. Leggo alcuni dati: è qui che voglio arrivare fin dall’inizio. Poi mi si dirà se questi dati postulano un discorso di blocco storico o solo di alleanze – magari nelle vulgate tutt’altro che irrilevanti di Togliatti o di Enrico Berlinguer.

Secondo un’organizzazione attendibile come la Banca dei regolamenti internazionali (Bri o Bis: la banca delle maggiori banche centrali, fra cui la nostra), in Italia nel 1983 andava ai profitti d’impresa il 23,12 % del pil (prodotto interno lordo nazionale) e al lavoro (compreso quello degli autonomi) il 76 %: oltre 3/4 del pil. Più o meno come nel 1960. Ma dal 1984 la quota dei profitti ha cominciato a crescere e quella dei compensi del lavoro a diminuire: finché nel 2005 i profitti hanno toccato il 31,34 % del pil (con un aumento di oltre otto punti), scendendo il lavoro al 68 %.

I compensi dei lavoratori sono quindi diminuiti degli stessi 8 punti del pil: 8 punti pari oggi a più di 120 miliardi di euro l’anno; che divisi per i 23 milioni di lavoratori, autonomi compresi, fanno oltre 5200 euro l’anno in meno a testa: 430 euro e rotti in meno al mese. (Il quoziente negativo invece è oltre 7000 euro l’anno a testa, quasi 600 euro al mese, se si considerano solo i lavoratori dipendenti). Intanto tra il maggio 2007 e il maggio 2008 il prezzo del pane è lievitato (termine congruo) del 13 %, quello della pasta oltre il 20 %, quello del latte oltre l’11 %, quello della frutta quasi del 7 %; e quello della benzina quasi dell’11 %, quello del gasolio oltre il 26 %... Che vuol dire se i consumi dei generi di prima necessità si stanno pericolosamente abbassando? Se da un po’ di tempo si mangia meno pane: siamo passati alle brioche?

Bisognerebbe considerare questi dati – con la corrispondenza fra il cospicuo aumento dei profitti (certo non di tutti gli imprenditori) e la drastica riduzione di peso degli stipendi, dei salari e d’ogni altra retribuzione – quando si intona la solita improduttiva litania delle famiglie che non arrivano più alla quarta (o alla terza?) settimana. Vana e improduttiva come litania: per il resto fondata sulla realtà.

Questa realtà è la perdita di non poca forza contrattuale, e di non poco potere politico, dei lavoratori italiani. Col degrado della condizione sociale di grandi fasce della popolazione del nostro paese. Il numero dei cosiddetti garantiti tende a dimezzarsi: la società dei due terzi rischia di diventare società d’un terzo solo. E io credo che così si sia modificata la prospettiva di quelli che Gramsci chiamava blocchi storici; ma non è il caso di farne una questione nominale. Basta osservare che diventa prioritaria l’esigenza della redistribuzione. Esigenza sempre più negletta (e ritenuta non discriminante, un tempo, dai rivoluzionari).

È vero che pesano molto anche i problemi della produzione, nel mondo intero e, con grande specificità, in Italia: dove fra il 1996 e il 2005 l’economia ha avuto una crescita inferiore di più di due terzi a quella dell’economia europea; e dove l’istruzione e la ricerca subiscono arretramenti paurosi. Ma io credo che in politica possa risultare vincente oggi solo una vertenza laburista, con l’ingrediente di un po’ di classismo nuovo (almeno un poco, mica tanto): una vertenza che ritenga non secondarie le domande di redistribuzione. Non avere proposto queste domande con la giusta forza, con la giusta capacità di distinguere e con le giuste alleanze, credo stia all’origine della recente sconfitta (non episodica) del centro-sinistra e della sinistra.

Basta fare quella che un tempo chiamavamo analisi del voto: la destra ha la maggioranza anche fra i lavoratori dipendenti privati. E se guardo a Sassari, la mia città, il consenso democratico viene dai quartieri c.d. signorili, mentre la destra occupa i quartieri e le borgate che un tempo sceglievano la sinistra. Hic sunt leones? Si tratta di trasformazioni profonde, culturali (vedi il caso della famigerata Ponticelli, un tempo di sinistra). Trasformazioni che dipendono anche dall’assenza della politica e d’una guida politica (Gramsci insegna); che possono essere contenute dentro canali politici adeguati.

10. Come concludere? Per parte mia, senza consolazione.

Dio sa quanto vorrei sbagliarmi, ma non mi pare che oggi ci sia un progetto, una lingua che parli di tutto questo, dentro l’intero panorama politico – parlamentare ed extra. Nessuno che si rivolga ai due terzi non garantiti; e nessuno che esca dal recinto minoritario del suo ceto, vero o immaginario, con una proposta davvero capace della vasta aggregazione necessaria: e quindi di successo e di governo.

11. Ma soffocare dentro questa conclusione dipende da una mediocre e corta prospettiva. Perché la conclusione vera è un’altra. Ne ho già accennato: “Se il chicco di grano non muore” (Si le grain ne meurt)... Se il chicco di grano non muore, non si propaga la vita. E fortunatamente tanti, innumerevoli chicchi di grano continuano a morire, nel “mondo grande e terribile” (dispersi, confusi, invecchiati, disorientati, delusi, vanamente accaniti, sempre più ottusi: quasi arresi alla cattività “dei ghiacci e delle tenebre”); mentre la vita seguita impensabilmente a propagarsi, a prevalere – un po’ forse anche grazie a quel loro (nostro) anonimo morire. La vita che s’infila in più strade di quante volta per volta riusciamo a immaginare; che sempre ha più ragione di noi.



Testo scritto per la presentazione del libro Antonio Gramsci in contrappunto di Giorgio Baratta, Carocci editore, 2007.

by Salvatore Mannuzzu last modified 2008-06-09 10:01

Le ceneri di Gramsci

Posted by Antonio Deias at 2008-06-11 09:24
Molte grazie per aver pubblicato l'intervento di Mannuzzu alla presentazione del libro di Baratta. Grazie anche a Manuzzu per ciò che scrive e per come lo scrive. Ma volevo chiedere: il chicco di grano che muore non è proprio il Gramsci politico e quello proclamato dalla politica? La fecondità del suo pensiero, della sua azione e della sua persona non inizia a riverberarsi da non molto tempo, proprio da quando Gramsci inzia ad essere non monopolio esclusivo dei partiti? Certo Gramsci è stato prevalentemente se non esclusivamente uomo politico e in essa uomo di parte, di Partito; ma con tutta la sua persona, con un'oblazione personale e sociale degna delle figure bibliche. Non è blasfemo allora accostare Gramsci ai politici dei nostri tempi? Nel libro di Baratta, in questo e nel precedente, viene riportato il concetto gramsciano secondo cui anche la più insignificante azione produce riverberi impensati e impensabili nel più vasto mondo. Ecco il chicco che muore e la vita che continua, per rivoli e insenature carsiche invisibili e perfino inimmaginibili. Forse il massimo dell'accoglimento di Gramsci passa, ora, nel continuare a liberarlo dall'uso più o meno strumentale dei partiti e permettere che si esplichi al massimo la pregnanza della contemporaneità del suo pensiero, della sua azione e della sua umanità. In tal modo anche la politica se ne gioverà e soprattutto le donne e gli uomini che alla missione della Politica avranno il coraggio di dedicare parte o tutta della loro vita.
Antonio

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