Maxiemendamenti, minipolitiche
Senza memoria non c’è politica e tanto meno programmazione.
Anche e soprattutto in materia di lavoro. Cominciamo quindi con un po’ di
diario.
Maggio 2007: sollecitato da Rifondazione Comunista, nella Finanziaria 2007 viene inserito e approvato l’art. 35 (Interventi finalizzati all’occupazione, alle politiche attive per il lavoro e di contrasto alla povertà), finanziato con ben 150 milioni. Questi soldi devono essere spesi in 4 modi: a) per l’inserimento lavorativo di inoccupati, disoccupati e l’autoimpiego, prioritariamente destinato a iniziative giovanili (85,9 milioni); b) per i soggetti svantaggiati (30,6 milioni); c) per la stabilizzazione e reimpiego di lavoratori socialmente utili od espulsi dal sistema produttivo e collocati in cassa integrazione e mobilità (20,1 milioni); d) per le donne lavoratici (14,8 milioni). Altri interventi “sperimentali” sono poi previsti per la povertà, attraverso “un sostegno economico alle famiglie e alle persone prive di reddito e in condizioni di accertata povertà per un massimo di 250 euro mensili per un anno”.
Secondo la legge, la Regione doveva definire e approvare gli interventi entro due mesi (quindi entro il 29 luglio 2007). In realtà la delibera che approva il programma è del 25 ottobre (esiste anche una versione informale del programma che include gli interventi dell’Ass.to della Sanità di contrasto alla povertà, con 5 milioni di euro).
Nella migliore delle ipotesi, quindi, gli interventi proposti l’anno scorso da Rifondazione Comunista, e la cui attuazione è curata da un assessore espresso da tale parte politica, sono appena partiti. Esiste una valutazione dei primi risultati? C’è motivo di ritenere che questo programma sia inadeguato? E se questi elementi non ci sono, come si spiega la battaglia, o pseudo-battaglia, innescata in Consiglio Regionale dai gruppi della “Sinistra Arcobaleno” per il cosidetto maxiemendamento sul lavoro (che prevede: un fondo regionale per l’occupazione, il rifinanziamento dei Servizi per l’impiego; un futuro piano di ammortizzatori sociali che si affianchi a quello nazionale; la salvaguardia degli operatori della formazione professionale; la stabilizzazione dei lavoratori socialmente utili; il rifinanziamento di «Sardegna fatti bella»)?
Non risulta, all’origine del maxiemendamento, alcuna valutazione,
né logica, né documentale, né di attuazione,
del rapporto fra le politiche pregresse (sempre ispirate da Rifondazione Comunista, compreso il cosidetto “piano straordinario del lavoro” di cui alla LR
37/1998) e le nuove proposte. Ci sono le proposte e basta, consegnate nel corso
della discussione politica. E dire che ci sarebbe un motivo grande come un macigno per ragionare sui risultati delle politiche pregresse: come mostriamo nella rubrica "Diamo i numeri", la Sardegna ha il primato italiano assoluto della più alta spesa pro capite per il lavoro (spese correnti e in conto capitale), con valori quasi triplicati nel decennio 1996-2005, pari a 8 volte la media nazionale!
Il lavoro come bandiera
La vicenda di quest’anno sembra purtroppo ripetere lo stesso copione di precedenti finanziarie. Il tema del lavoro viene sventolato come una bandiera, tanto che non si riesce a decifrare neppure il significato vero della bandiera (ma forse conta di più la visibilità di chi, parti politiche e sindacali, la agita più forte). Ovvero: di quale politica del lavoro si parla? Di una politica incrementale ( = più occupati)? Il lavoro, si sa, è creato dalle imprese e dai lavoratori autonomi che si autoimpiegano, quindi attiene essenzialmente alla politica per l’impresa. Perché non si usa questo termine? Per qualche disturbo ideologico? E perché non si identificano i soggetti e gli attori di una tale politica incrementale, che sono, oltre alle imprese e ai nuovi imprenditori e lavoratori autonomi, le agenzie di promozione di impresa (attualmente inesistenti o semi-cancellate in Sardegna), per poi stilare un programma d’azione?
Se invece si parla di “politica attiva del lavoro”, cioè di misure per una maggiore efficienza del mercato del lavoro e per la redistribuzione dell’occupazione a favore di donne, giovani, ultracinquantenni, ecc. (misure che non creano lavoro ma lo rendono più equo e solidale oltre a ridurre i tempi di ricerca dell'occupazione), in tal caso perché non si richiamano gli ordinari strumenti esistenti (Programma regionale di sviluppo, Centri per l’impiego …), pretendendone gli stati di attuazione e il potenziamento, specie da parte di chi ha rappresentanti nel governo regionale proprio su tali materie?
Un capitolo a parte, tipico delle proposte last minute da finanziaria, è poi quello del lavoro creato dalla pubblica amministrazione, ad esempio assumendo centinaia di lavoratori ex Cesil ed ex formazione professionale (al di fuori dell'albo legge 42) per la modica cifra di 28 milioni di euro annui, o assumendo forestali anche oltre la pianta organica (come a dire: non servono ma …), oppure rifinanziando “Sardegna fatti bella”, che come un film della Wertmuller potrebbe anche intitolarsi: “Disoccupato fatti precario e poi forse diventerai dipendente pubblico stabilizzato con i nostri emendamenti”.
L'anti-programmazione
Se ha un senso stipendiare tecnici e burocrati regionali per produrre e attuare programmi, se in altre Regioni, anche italiane, ci si vanta da anni di una assoluta coerenza fra programmi e disposizioni finanziare, avendo superato per tempo la concezione delle leggi finanziarie passepartout in cui inserire quelle che qualcuno anche nel nostro Consiglio Regionale ha chiamato “marchette” (tanto da poter arrivare in qualche caso persino ad abolire l’istituto della legge finanziaria regionale), ebbene se tutto questo ha un senso, il messaggio lanciato in Consiglio Regionale è devastante, perché è la teorizzazione implicita dell’anti-programmazione: non interessa conoscere i risultati di quanto proposto e approvato in passato in materia di lavoro, non interessa far lavorare al meglio la macchina regionale utilizzando gli strumenti esistenti. Quello che conta è sventolare una bandiera del lavoro usa-e-getta, ogni anno diversa ma sempre con quattro componenti: dei destinatari nominali (giovani, poveri, cassintegrati ecc.); dei soldi (molti milioni di euro); dei programmi futuribili di cui poi nessuno saprà nulla; la stabilizzazione "già scritta" dei precari più fortunati, quelli della pubblica amministrazione.
Politica o sottocultura politica?
E’ la politica, bellezza? O è sottocultura politica, teatro vetusto e angusto, che tra minacce di crisi e subitanee pacificazioni sta oggi per chiudere il sipario in Consiglio Regionale, in attesa di riaprirlo l’anno prossimo nella fase pre-elettorale, con nuovo e più forte sventolìo di bandiere e nuove misure straordinarie, prima che quelle oggi in corso di approvazione siano attuate e senza dire nulla sui risultati certificati dei “programmi-emendamento” degli anni passati?
Commenti
Gabriele Calvisi, 11 febbraio 2008
Sono completamente d’accordo con la redazione di in Sardegna.eu per il contenuto del pezzo “Lavoro in Finanziaria: maxiemendamenti, minipolitiche”. Aggiungerei una sola precisazione. La classificazione “politiche attive per il lavoro” e “politiche passive” è superata dalla nuova classificazione Eurostat che distingue gli interventi di politica occupazionale: in servizi all’impiego (servizi dei Centri per l’impiego, in Sardegna si chiamano Centri servizi per il lavoro, Borsa Lavoro: in Sardegna Sistema informativo lavoro, ecc); in misure (di riqualificazione ed ausilio all’impiego che lavorano sull’occupabilità come la formazione, già definite in passato politiche attive, incentivi alle imprese ed misure di incentivazione occupazionale, misure sul versante della domanda, ecc), interventi di supporto (al reddito, corrispondenti alle politiche passive). E’ banale sottolineare che tutti gli interventi di politica occupazionale devono essere programmati e progettati definendo quantitativamente e qualitativamente obiettivi, strumenti, metodi e tempi. Altrimenti non c’è speranza di effetti, né la condizione di rendicontare dell’impiego delle preziose e scarse risorse pubbliche appartenenti ai cittadini.