Lisbona in viale S. Ignazio, Cagliari: come farsi del male
Esempi molto locali per capire difficoltà molto generali. Ha senso parlare di grandi strategie per la società della conoscenza, se poi si dimentica di scrivere incentivi che premino i meritevoli proprio nelle nostre università, dove la conoscenza è il core business? Senza sistema premiale non c'è buona ricerca, senza buona ricerca non ci sono buone università, senza buone università Lisbona è un sogno frustrante. Mentre il ministro balbetta, la Giunta regionale può fare molto, da subito.
Le grandi strategie rischiano continuamente di inciampare in
piccoli, essenziali dettagli. Lisbona, per esempio. Ormai sappiamo tutti di cosa
si tratta: la “Strategia di Lisbona” intende far diventare l’Europa “l’economia
più competitiva del mondo”, attraverso azioni che la trasformino in
“un’economia dinamica, competitiva, basata sulla conoscenza”. Attraverso quali azioni?
Favorire investimenti innovativi pubblici e privati, anche attraverso una
migliore qualità dell’istruzione a tutti i livelli e attraverso il
perseguimento dell’eccellenza nella ricerca.
In questo quadro, è facile capire che le università rappresentano una componente fondamentale della strategia. Se il sistema universitario (e della ricerca) europeo non si adegua per competere con quello statunitense (per dare un’occhiata alla disastrosa posizione delle università italiane nelle classifiche mondiali, cliccate qui), la fuga di cervelli verso gli Stati Uniti continuerà, segnalando in modo efficace l’enorme difficoltà che incontriamo nel procedere verso obiettivi che tutti, a parole, sembriamo condividere (tempo fa l’Economist stimava in 400 mila i ricercatori europei al lavoro negli USA e non intenzionati a rientrare).
Un caso esagerato
Localissimi dettagli aiutano a capire perché grandi strategie possono avere gambe molto corte. Prendete l’Università di Cagliari. Tempo fa,* la Facoltà di Economia bandisce un posto per professore ordinario in Economia Politica. Il posto è probabilmente pensato per promuovere un docente “interno”. Niente di scandaloso, se poi l’interno risulterà, alla prova dei fatti, il candidato migliore.
Si forma la commissione (eletta a livello nazionale),
arrivano le domande, vengono valutate. La commissione lavora per
individuare chi, tra i candidati, è idoneo. In questa valutazione, emerge il
curriculum migliore. E’ quello di Giovanni Facchini, dottorato a Stanford, una
delle migliori università e uno dei migliori dipartimenti di economia del
mondo, numerose pubblicazioni in riviste internazionali con buon impact
factor, collaborazioni con centri di ricerca come il
CEPR e l’IFS inglese, esperienze in varie università americane ed europee.
Insomma, un ottimo curriculum, disponibile su internet a questo indirizzo. (Con motivazioni che non conosco, la commissione decide di non assegnare l'idoneità ad altri candidati.)
Nei concorsi italiani, la commissione decide gli idonei; tra questi, la facoltà esprimere poi la sua una scelta motivata. In questo caso – un unico idoneo di indubbia qualità scientifica – la scelta sembra semplice. Errore: il tempo passa, la scadenza burocratica viene superata e la “chiamata” non arriva.
Ecco dove le grandi strategie rischiano il fallimento. Il
caso Facchini dimostra in modo esemplare che gli obiettivi di chi ha il potere
di determinare la scelta locale possono essere del tutto incoerenti con quelli
dettati da una strategia pensata per favorire l'interesse generale.
Sia chiaro: “caso esemplare” non significa che esistono solo casi di questo tipo. Se ci limitiamo alla situazione cagliaritana di cui stiamo parlando, che geograficamente si colloca in viale S. Ignazio, basta attraversare la strada e raggiungere la Facoltà di Scienze Politiche per trovare un concorso analogo con esito opposto: lì il vincitore, Fabiano Schivardi, un candidato di alto profilo con Ph.D. a Stanford e ottima ricerca di livello internazionale, ha vinto, è stato immediatamente chiamato e oggi dà un importante contributo alla squadra di economisti che opera in Sardegna.
Tuttavia, in tutta Italia i casi in cui le scelte locali ignorano il parametro della qualità, a favore di cooptazioni basate su appartenenza, fedeltà, anzianità e altre caratteristiche tipiche delle società chiuse, sono troppo frequenti per poter far finta di niente. Il Bollettino dei concorsi di Roberto Perotti documenta da anni questa preoccupante situazione.
Miopia o incentivi sbagliati?
E’ tutta colpa della miopia di alcuni? Servono appelli a lasciar perdere i piccoli interessi e a volare alto? Non è su queste basi che si favorisce lo sviluppo della qualità accademica. Serve una adeguata governance della ricerca, servono incentivi coerenti con le strategie generali.
Questi incentivi sono assenti o debolissimi, in Italia. La via maestra, che si fa fatica a percorrere, è la creazione di un sistema di premi automatici a favore di chi fa buona ricerca, dipartimenti e individui. Per non ripetere cose che ormai dovrebbero essere ovvie, cito un articolo di Luigi Guiso su laVoce.info: in un buon sistema, “gli atenei che producono più ricerca di elevato livello - e solo quelli - ottengono più fondi delle altre; poiché la ricerca di qualità è condotta da ricercatori di talento, gli atenei competeranno per attrarre i migliori. I ricercatori di talento hanno un interesse prioritario a mantenere e accrescere il loro "capitale umano" e sanno che uno dei modi per farlo è attrarre altri ricercatori di elevata qualità con cui interagire e lavorare. In modo del tutto naturale useranno il merito, e si batteranno perché tutti lo facciano, come unico criterio di selezione dei professori, avviando il processo di ripresa delle università.”
Tutto qui. Il governo sta provando a fare qualche passo avanti nella giusta direzione, ma lo fa con tale timidezza e incertezza da rischiare di creare ulteriori danni. Per esempio, il ministro Mussi ha rinunciato a utilizzare come criterio per premiare i dipartimenti capaci di produrre buona ricerca le attente valutazioni effettuate dal CIVR, un organismo altamente qualificato creato dallo stesso Ministero.
Il governo balbetta, la Regione può applicare subito la Legge sulla Ricerca
In questo quadro di governance incerta, aspettare è pericoloso. Le università migliori sono comunque in grado di darsi regole virtuose più facilmente di quelle in ritardo, e questo rischia di approfondire un solco già preoccupante.
Le università sarde devono correre anche solo per non perdere terreno. Servono certamente, e con urgenza, candidati per il ruolo di Rettore che abbiano idee chiare su quali sono gli standard internazionali della ricerca, di quali regole la sostengono, di quali sono gli incentivi più efficaci.
Ma non basta. In attesa che il governo smetta di balbettare
e vari credibili sistemi premiali per la allocazione delle risorse, molto può fare
anche la Regione Sardegna con il suo bilancio. Ciò che non riesce a fare lo
stato centrale può farlo, in piccolo, da subito, il governo locale. Lo dimostra bene il caso del parlamento della Catalogna, che nel 1990 ha creato una università (Pompeu Fabra) che in pochi anni ha raggiunto una solida reputazione internazionale.
Due anni fa la Giunta regionale ha chiesto ai Rettori di adottare
sistemi premiali finanziabili con importanti risorse. Qualcosa si è mosso, ma non abbastanza. Conviene accelerare. La Regione può stanziare nel bilancio 2008 risorse da
distribuire da subito sulla base delle valutazioni CIVR, e in futuro su sistemi di
valutazione eventualmente migliori. La valutazione CIVR riguarda aree disciplinari, e in questo è troppo generica, ma dà indicazioni anche sui singoli ricercatori, e dunque fornisce una ottima base informativa dalla quale iniziare.
Se si accelerasse questo percorso, di fatto si applicherebbe da subito la buona legge regionale sulla ricerca approvata lo scorso agosto, che su questi temi impegna la Regione a "stimolare una virtuosa competitività tra i
ricercatori, incentivare il reclutamento di ricercatori sulla base di
criteri meritocratici e far crescere il livello qualitativo delle
università della Sardegna", e a tal fine (art. 13, comma 2) "istituisce un sistema di premialità annuali
da assegnarsi, sulla base dei principi enunciati all'articolo 11, a
quei dipartimenti e gruppi di ricerca universitari che abbiano
dimostrato la migliore produttività scientifica" (l'art. 11 citato consente senza difficoltà di adottare le valutazioni CIVR come base ri assegnazione della premialità). La legge dà anche un ordine di grandezza dell'impegno di bilancio a favore della ricerca di base: l'1% della compartecipazione Irpef da stanziare per il 2008 art. 17, comma 2). A spanne, si tratta di 15 milioni. Quanti di questi milioni dovrebbero finanziare il sistema automatico di premialità di cui stiamo parlando? Il dibattito è aperto. Anche perché prima di stanziare risorse bisogna essere sicuri di avere in mano un sistema di valutazione efficace e ragionevolmente condiviso.
Quel che è certo è che i soldi spesi per premiare la qualità renderebbero da subito molto meno probabili incidenti come quelli della vicenda Facchini. Basta far sì che la scelta giusta, quella che migliora i parametri su cui si valuta la ricerca, generi automaticamente
l'assegnazione di maggiori risorse a chi la adotta. O, se preferite, basta che emerga con chiarezza il costo concreto della scelta sbagliata, e che venga attribuito a chi se ne assume la responsabilità.
Cara neo assessore regionale all'istruzione, ecco un raro caso in cui è chiaro non solo il problema ma anche la soluzione. Una frazione dei soldi entrati in bilancio dopo la chiusura positiva della vertenza sulle entrate può fare una enorme differenza per la qualità nei nostri atenei.
* Si veda l'articolo di B. Moro sull'Unione Sarda dell'11 settembre.
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