Sulla ricerca perduta
L'articolo del prof. Gessa ha il pregio di mettere in luce l'importanza di una politica dell'innovazione tecnoscientifica in Sardegna. In esso però si fa solo cenno al maggiore soggetto di questa politica, le Università sarde e gli altri (e minori) Enti di ricerca. Un attore che strategicamente è stato molto più importante di quello politico che, come il prof. Gessa fa notare, a lungo è stato assente. D'altronde, se le imprese sono attori fondamentali nella politica industriale di un Paese, non dovrebbe apparire strano che, nella politica della ricerca, l'Università abbia un ruolo chiave. Condivido totalmente la visione del prof. Gessa che individua nel ricercatore che-fa-il-suo-mestiere lo snodo fondamentale di ogni innovazione tecnoscientifica, una visione che potrebbe apparire tautologica e che invece non è stata assunta nei primi interventi di politica dell'innovazione, che si sono concentrati soprattutto su strutture, accordi-quadro, Megaparchi e infrastrutture (spesso utili), dimenticandosi di investire sulle persone che fanno ricerca e sulla loro autonoma capacità di networking. Purtroppo, le Università italiane o, almeno, quella che conosco meglio, cioè l'Università di Cagliari, non sembrano dare molto spazio all'innovazione né sono molto disponibili ad attrarre risorse in grado di sviluppare le proprie attività di ricerca in costante contatto e collaborazione con altri soggetti esterni al proprio laboratorio, come molti di noi hanno visto fare in altri Paesi. La chiusura e, in qualche misura, la spocchia del ceto accademico italiano è nota in tutto il mondo ed è indicata come paradigmatica, però rischia di diventare un pregiudizio inutile e, forse, assolutorio rispetto all'analisi necessaria dei meccanismi di funzionamento della nostra accademia, che può portare all'individuazione di misure che possano colpire i veri punti che rendono il sistema della ricerca così poco innovativo. Una meritocrazia rovesciata, ma ferrea
Il prof. Gessa attribuisce alla mancanza di meritocrazia la responsabilità maggiore della scarsa reattività della nostra accademia, e propone un contratto pluriennale rinnovabile come misura per incardinare (in qualche modo) giovani talenti nel nostro sistema accademico. A me non pare, però, che il nostro sistema non sia meritocratico, ma che al contrario premi coloro che non fanno della ricerca una priorità e si dedichino ad altre attività sociali di cui la nostra vita appare intasata. Essi hanno il merito, di fronte ai loro maestri e spesso ai loro colleghi, di prendersi in carico il suivi della routine universitaria, costituito da lezioni, consigli, occasioni cerimoniali d'altra natura, presenza nei corridoi, ecc. (con scarse ricadute di razionalizzazione organizzativa) e dunque devono essere promossi nonostante le carenze del curriculum accademico, di cui, alla fine, poco importa. In un quadro (non solo italiano) di aumentata burocratizzazione della vita accademica, questo lato "extralaboratorio" della vita tecnoscientifica non stupisce affatto. Anzi, in altri contesti si rivela utile proprio per sviluppare il networking e dunque l'innovazione. Il nostro problema è che esso sembra spendersi in modo eccessivo dentro le mura degli atenei, in un quadro di riproduzione semplice delle dinamiche pregresse, in un quadro abbastanza conservatore. Nell'accademia sembrano dominare finalità opposte a quelle istituzionali (almeno per quel che riguarda la ricerca), ed è rispetto a tali finalità che si determinano i parametri del "merito". Esistono eccezioni lodevoli, e anche punti di forza del nostro sistema, ma è come se tutto si impantanasse e alla fine il risultato sia quello che tutti noi abbiamo sotto gli occhi. Il quadro mi sembra drammatico e il sistema universitario italiano mi sembra peggiorare sempre di più.
Il giovane talento torna a casaBisogna ammettere, con modestia, che conosciamo poco il nostro sistema della ricerca. Abbiamo le nostre esperienze di suoi operatori, qualche dato (non molti), alcune ipotesi, ma poche idee, poche interpretazioni fondate. Per questo non è facile proporre misure risolutive. Ad esempio, noi mandiamo un nostro bravo studente in un centro d'eccellenza, in cui impara a fare tutte quelle belle cose che il prof Gessa ha scritto. Eccolo di ritorno da noi, con il contratto pluriennale eccetera. E' probabile che nel dipartimento in cui capita siano stati sospesi gli abbonamenti alle riviste e che non si abbia la possibilità di accedere, se non di sfrodo, a j-store o altri servizi online da cui scaricarsi i lavori dei colleghi. Inoltre, egli non potrà usare il telefono, se non sprecando i suoi fondi di ricerca. Infine, sicuramente egli dovrà corrispondere alle attese in lui riposte da chi l'ha chiamato e cominciare a tenere molti corsi, magari decentrati. Il mondo accademico italiano è molto gerarchico e il peso della cooptazione in certi momenti si fa sentire. Questa gerarchia è idealizzata come "scuola" e, solo in Italia, si può usare senza tema di sfidare il ridicolo il termine "maestro" per indicare chi comanda. Egli noterà inoltre che nessuno, qui, è interessato a "che cosa c'è di nuovo" nel suo lavoro di ricerca, anzi, che si parla poco di ricerca, e che è difficile anche capire quali siano gli argomenti di cui i colleghi si occupano. Il sito dell'Università sarà pessimo e lo stesso servizio di posta elettronica universitario malfunzionante. Tutto questo nonostante il fatto che i colleghi siano persone stimabili e spesso colte e appassionate.
Fujitevinn'?
E allora, a che cosa servirà scaricare solo sulla frustrazione di questi giovani il costo di una riforma necessaria per trasformare la nostra università da una appendice del sistema familistico cagliaritano delle professioni (compresa ormai quella di politico) in un sistema che contenga almeno isolotti innovativi? Non sarebbe più corretto pensare a serie premialità che sfavoriscano il nepotismo sfacciato, l'incompetenza, l'assenza di titoli accademici adeguati, l'improduttività scientifica, e che magari ne facciano un discrimine importante per qualsiasi intervento di sostegno regionale alla ricerca? Non sarà il caso di pensare creativamente a un sistema universitario interessato alla propria qualità, che sostanzialmente è la qualità della ricerca e quindi della didattica? E questo non per imitare i Paesi stranieri (che pure loro hanno molti problemi), con cui comunque siamo in competizione precisamente sulla qualità della ricerca prodotta (anche per le risorse comunitarie), ma anche perché è nostro dovere corrispondere alle esigenze di sviluppo della nostra Isola. Siamo sicuri che sia (anche eticamente) corretto attirare nei nostri binari morti giovani intelligenze, rovinando loro la vita e producendo pochi cambiamenti, visto che il sistema che si riproduce massivamente all'interno delle università è in controtendenza strutturale con ogni innovazione? Perché non fare pagare il costo del miglioramento dell'Università a chi ci sta dentro e fa altro o fa male il suo lavoro invece che, immoralmente, a giovani precarizzati? Non sarà il caso, almeno, di introdurre alcuni semplici criteri di valutazione per le strutture cui assegnare questi contratti (tasso di collaboratori con almeno i titoli accademici "base", come i dottorati e qualche pubblicazione su riviste scientifiche referate o comunque non bollettini parrocchiali, peso dei legami familiari fra i membri di un dipartimento sul complesso dell'organico...), prima di trasformare questi nuovi contratti pluriennali in una nuova occasione di spreco? Non è meglio cominciare da una seria anagrafe della ricerca e delle strutture di ricerca che garantisca che i fondi non finiscano male, prima di assegnarne di nuovi? Volete aggiungere un commento? Inviatelo a commenti@insardegna.eu, indicando il vostro nome e cognome (obbligatorio) e specificando nel soggetto del vostro messaggio il titolo di questo articolo.
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