Un ponte per non disperdere una generazione di ricercatori
Il programma Master and Back ha consentito a numerosi giovani di accedere a dottorati di ricerca, in prevalenza presso prestigiose università straniere. Questo investimento potrebbe risultare vano per la indisponibilità di budget indirizzato all’assunzione di ricercatori nel sistema universitario sardo. La proposta di un patto tra la Regione e gli Atenei per potenziare il numero dei ricercatori e per la verifica puntuale del miglioramento dell’efficienza scientifica e didattica delle Università sarde.
L’Università italiana sta
attraversando un momento di grave difficoltà economica e d’identità. Infatti,
come evidenziato da più parti essa è sotto finanziata rispetto ai Paesi OCSE e
all
’Europa a 27. Guido Mula su multiversitas ricorda che l’Italia destina circa
l’1% del PIL a R&S mentre i paesi OCSE (Rapporto Education at a glance, 2008) e l’Europa a 27 spendono
rispettivamente il 2,2 e l’1,7%. Si aggiunge poi l’azione del Governo e del
Parlamento, con la legge 133 del 2008 hanno che stabilisce la progressiva
riduzione del Fondo di Funzionamento Ordinario (FFO) per 1 miliardo e 441,5
milioni di euro nei prossimi 5 anni.
Ci si muove quindi in senso opposto a quanto deciso da altri Paesi occidentali, come ad esempio la Francia, che ha stanziato per il triennio 2009-2011 somme ulteriori per 1,8 miliardi di euro destinate all’insegnamento superiore e alla ricerca (Di Liberto e Marrocu su inSardegna.eu). Altro aspetto di cui è indispensabile tenere conto è che a partire da quest’anno quote crescenti del FFO saranno attribuite secondo parametri di efficienza e di produttività didattica e scientifica e non più in base alla spesa storica. Ciò comporta una seria e profonda modifica dell’identità del sistema universitario italiano che deve, gioco forza, assumere criteri di valutazione obiettivi, finora patrimonio dei Paesi anglossassoni, criteri ai quali altre Nazioni europee e asiatiche si sono da qualche tempo uniformate. Poiché al sistema di valutazione ne sarà strettamente connesso anche uno di premialità, nell’arco di qualche anno risulterà profondamente modificata l’attuale ripartizione del FFO fra le università italiane, con una accentuata penalizzazione degli atenei meno efficienti.
La condizione degli Atenei sardi e gli effetti sull’occupabilità dei giovani ricercatori
I due Atenei della Sardegna sono, purtroppo,
fra i meno efficienti e potrebbero nei prossimi anni, in assenza di un deciso e
rapido miglioramento dei risultati, perdere quote significative di FFO (come
evidenziato da Paci su inSardegna.eu). Se si tiene conto che il FFO è l’unica voce
di bilancio su cui possono gravare gli stipendi dei dipendenti a tempo
indeterminato e che in questo momento esso è impiegato per oltre l’80% per le
retribuzioni, risulta chiaro che in presenza di una sua contrazione, anche
minima, si giungerà nel futuro immediato al blocco del turn-over e si assisterà ad un progressiva riduzione della classe
docente nonché al suo invecchiamento, con conseguente perdita di competitività.
Ciò sarebbe particolarmente grave in una Regione come la Sardegna che ha fatto della formazione dei giovani laureati un vessillo durante l’amministrazione Soru. Infatti nel programma Master and Back sono stati investiti 53 milioni di euro che hanno consentito ad oltre 2000 giovani sardi di frequentare percorsi di alta formazione, dei quali circa 400 hanno avuto accesso a dottorati di ricerca, in prevalenza presso prestigiose università straniere. Ebbene, questo investimento potrebbe in parte significativa risultare vano proprio per la paventata indisponibilità di budget indirizzato all’assunzione di ricercatori nel sistema universitario sardo. In sostanza stiamo correndo il rischio che neanche i nostri giovani più brillanti, sui quali sono state investite non solo quote significative del bilancio regionale ma soprattutto notevoli energie culturali da parte di staff formativi di prim’ordine, trovino spazio nelle Università sarde.
Una proposta per l’immediato futuro
Di fronte a tale situazione, ben nota da tempo, abbiamo purtroppo assistito, in una fase concitata della politica regionale, a scelte meritorie nello spirito, come l’offerta di ulteriori borse di studio, ma con l’esito prevedibile dell’aumento potenziale del precariato. Non è stata infatti accolta l’indicazione, suggerita da diverse autorità accademiche, di destinare una parte significativa dei 15 milioni di euro al finanziamento di posti di ricercatore a contratto, nuova figura inserita nel sistema universitario italiano, che offre maggiori garanzie rispetto alle borse di studio. Se nell’immediato futuro la Regione sarda dovesse reperire ulteriori risorse per il sostegno di giovani studiosi, penso che dovrà essere richiesto con determinazione l’impiego prevalente delle stesse per posti di “ricercatore a contratto”[1].
Da quanto esposto, si evince che per l’assunzione di “ricercatori a contratto” si può ricorrere a fonti di finanziamento diverse dal FFO e che è possibile, per sostenere anche una singola assunzione, integrare risorse provenienti da capitoli di spesa differenti. E’ chiaro che l’ente o l’impresa che finanziano eventuali posti a tempo determinato possono indicare il settore scientifico a cui le risorse elargite devono essere destinate; ad esempio la Regione Toscana (vedi Boll. Uff. n.8 del 25.02.2009) ha emesso un avviso pubblico per la partecipazione di giovani ricercatori ad attività di ricerca congiunta a valere sul P.O.R. Toscana 2007-2013. In particolare si intende finanziare la partecipazione di giovani ad attività di ricerca innovative che vedano direttamente implicate le Università e le Scuole di alta formazione e di perfezionamento universitario oltreché gli enti pubblici di ricerca e le imprese pubbliche e private e gli altri destinatari della ricerca. Vengono precisati gli ambiti scientifici per i quali possono essere presentate le domande. Per ciascuna attività di ricerca ammessa a finanziamento è previsto che possano partecipare fino ad un massimo di tre ricercatori per attività di durata triennale. Il finanziamento del Fondo Sociale Europeo è concesso a copertura dei soli oneri derivanti dalla partecipazione dei giovani, ivi compresi rimborsi delle spese di missione in Italia e all'estero, e le assicurazioni INAIL, nella misura di euro 50.000 annui per ciascun ricercatore. In pratica il finanziamento è concesso in misura non inferiore a euro 50.000 (un solo ricercatore per un’attività di ricerca annuale) e non superiore a euro 450.000 (tre ricercatori per attività di ricerca triennali) per ogni domanda accolta. Le ulteriori spese per l'attuazione delle attività di ricerca sono a totale carico dei soggetti attuatori.
Ciò consentirà la costruzione di un ponte fra l’oggi, in cui nell’Università non vi sono ruoli disponibili, e il domani (fra 5-6 anni) in cui una quota significativa degli attuali docenti sarà collocata in pensione, e si libereranno le risorse per assunzioni a tempo indeterminato. Ritengo che tale scelta impedirà di disperdere energie intellettuali importanti, dato che la posta in gioco è alta: nell’attuale congiuntura si rischia infatti di disperdere un’intera generazione di ricercatori e di vanificare un progetto che dopo una significativa esperienza all’estero ne prevedeva il ritorno in Sardegna, per contribuire al rilancio della nostra Regione. Si potrebbe quindi ipotizzare per l’immediato futuro un patto fra la Regione e gli Atenei di Cagliari e di Sassari che preveda da lato un intervento della prima per potenziare il numero dei ricercatori e dall’altro la verifica puntuale del miglioramento dell’efficienza scientifica e didattica delle Università sarde nel contesto nazionale e internazionale. In definitiva si tratta di costruire un nuovo quadro di rapporti fra Istituzioni che cooperino positivamente per far crescere una nuova leva di ricercatori e si confrontino con serenità e responsabilità per definire il migliore impiego delle risorse finanziarie che la Sardegna vorrà investire nel sistema universitario. Potrebbe essere questo un sostanziale incentivo verso la costituzione di una sorta di federalismo fra i due atenei che promuova il coordinamento dell’offerta formativa e dei progetti di ricerca, incrementi le collaborazioni e favorisca il superamento di anacronistiche forme di antagonismo. Nonostante l’attuale congiuntura negativa, l’uso attento ed intelligente, con adeguati criteri di premialità, delle risorse disponibili potrebbe contribuire al rinnovamento delle Università sarde e garantire certezza d’impiego ai giovani ricercatori.
[1] La figura del “ricercatore a contratto” è prevista dalla legge 4 novembre 2005, n. 230 “Nuove disposizioni concernenti i professori e i ricercatori universitari e delega al Governo per il riordino del reclutamento dei professori universitari” che all’art. 1 comma 14, dà la possibilità alle università di instaurare rapporti di lavoro subordinato per svolgere attività di ricerca e di didattica integrativa, previo espletamento di procedure disciplinate con propri regolamenti. Solo alcune università hanno attivato tale opportunità d’impiego, fra le prime l’Università di Campobasso e più recentemente anche quella di Sassari. Il rapporto di lavoro è di diritto privato a tempo determinato, la durata dell’incarico non può essere superiore a 3 anni, eventualmente rinnovabile per una durata complessiva di anni 6. I regolamenti prevedono che l’assunzione avvenga a seguito di valutazione comparativa, per titoli ed esami, e alla stessa siano ammessi soggetti in possesso del titolo di dottore di ricerca o equivalente, conseguito in Italia o all’estero, che abbiano comunque un’elevata qualificazione scientifica, comprovata da pubblicazioni e/o titoli scientifici prodotti dal candidato e valutata secondo i criteri previsti per i normali concorsi di ricercatore universitario. La commissione giudicatrice deve essere composta da docenti universitari di ruolo, fra i quali un ricercatore, appartenenti allo stesso settore scientifico disciplinare per il quale è richiesto il conferimento dell’incarico. La commissione, attenendosi a quanto specificato dal bando, predetermina i criteri da utilizzare per la valutazione comparativa dei titoli e delle pubblicazioni scientifiche, per le prove scritte e per quella orale. Tali criteri devono essere conformi a quanto stabilito in sede ministeriale per il settore scientifico-disciplinare per il quale è indetta la procedura di valutazione comparativa.