Entrare nel merito. Per una Università più competitiva in vista di Lisbona
Lo strano caso di Viale S. Ignazio, segnalato recentemente su inSardegna.eu, ha un costo molto più elevato della semplice rinuncia a reclutare un ottimo studioso da parte dell’Università di Cagliari, e la dice lunga sul malcostume imperante nel sistema universitario italiano. Per invertire la rotta, visti i limiti del governo centrale nel perseguire gli obiettivi di Lisbona e data l’importanza strategica di questi ultimi per l’intera collettività, la comunità scientifica - quella locale in particolare - deve ripartire dal merito: misurarlo e metterlo alla base delle scelte riguardanti lo sviluppo dell'Università. In questo quadro può aiutare moltissimo una politica regionale che promuova la diversificazione competitiva degli Atenei di Cagliari e di Sassari all’interno di un Sistema Universitario Regionale.
Eh sì, l’incresciosa vicenda del concorso di viale S. Ignazio la dice lunga sulla crisi dell’Università italiana, e di quella sarda in particolare. Non chiamare un candidato idoneo con quel profilo significa privarsi volontariamente di un aggancio con i circuiti scientifici internazionali: un passo indietro rispetto gli obiettivi di Lisbona. Ma c’è di più. Il concorso, che prevedeva due idonei, si è concluso con l’indicazione di un solo vincitore. Non si conoscono le motivazioni di una scelta così insolita: si potrebbe scoprirle dando un’occhiata ai verbali della commissione, se solo l’Università di Cagliari avesse l’abitudine, come la gran parte delle sedi concorsuali italiane, di metterli regolarmente on-line. Una cosa è certa: fra i candidati di quel concorso, salvo ritiri per sopraggiunta idoneità in altre competizioni, c’erano molti studiosi che potevano tranquillamente ambire al secondo posto. Posso dirlo perché alcuni di loro si sono presentati nel concorso svoltosi dirimpetto, a Scienze Politiche (della cui commissione facevo parte), e vi hanno riportato ottime valutazioni comparate (verificabili anche queste se gli atti fossero on-line). Va detto anche che altri validi candidati di quest’ultimo concorso non hanno ritenuto di partecipare a quello indetto da Economia, probabilmente perché temevano che non si sarebbe svolto in modo corretto (ci sono mille modi nel sistema universitario italiano per notificare informalmente se una competizione è aperta o no). A cose fatte, come dargli torto?
Due passi indietro
I passi indietro rispetto a Lisbona alla fine sono almeno due: da un lato, il vincitore del concorso, ottimo studioso di livello internazionale, non è stato chiamato dall’Università di Cagliari, dall’altro, si è omesso di nominare un secondo idoneo, che avrebbe potuto essere chiamato da qualunque altra facoltà italiana.
Va da sé che fin quando sarà possibile mettere in atto comportamenti come quelli evidenziati, la nostra università è destinata a retrocedere. Ma chi potrebbe intervenire, e con quali strumenti? Anzitutto il Governo e il Ministro dell’Università, con dispositivi semplici e lineari. Lo dimostra, ad esempio, la facilità con la quale un piccolo comma della Legge Finanziaria 2007 ha bloccato uno degli scempi peggiori del sistema italiano: la proliferazione incontrollata delle sedi gemmate.
Purtroppo, però, una rondine non fa primavera: su tutto il resto, la lentezza e l’incoerenza delle decisioni sono esasperanti. Si è arrivati al punto di congelare i risultati del CIVR (relativi al triennio 2001-2003, costati milioni di euro, presentati nel gennaio 2006 come base per una radicale re-distribuzione delle risorse all’interno del sistema universitario) per varare una nuova e superiore entità, l’ANVUR, con maggiori poteri e una collocazione ancora più indipendente. Il tipico rilancio dilatorio. Infatti, circa due anni dopo si scopre che il Comitato CIVR è stato interamente confermato (http://www.civr.it/comunicato7_9_07.htm) e, sempre in attesa della costituenda ANVUR, dovrà gestire la valutazione triennale della ricerca per il periodo 2004-2006. Nel frattempo non è per niente chiaro come l’informazione sulla qualità della ricerca (CIVR, appunto) verrà utilizzata insieme al dato sul potenziale di ricerca (legato agli esiti dei PRIN, progetti di ricerca di interesse nazionale) nella formula aggiornata per la ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario delle Università. Si sa però che la formula, in questi anni, è stata applicata su un ammontare di risorse molto modesto e variabile nel tempo: il minimo è stato raggiunto nel 2007 con appena 40,6 milioni di euro per l’intero sistema! (http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0015Atti_M/6353Decret_cf2.htm).
Cosa fare
Una situazione surreale, soprattutto quando si pensi che esistono sistemi di valutazione ben oliati (come il RAE britannico), in funzione da anni, ai quali ispirarsi: anche solo per capire che qualunque sistema di valutazione con annessa premialità, per essere efficace (do the right things: spingere verso un maggior impegno nella ricerca, porre la ricerca al centro delle preoccupazioni dei Senati Accademici, alzare i costi di comportamenti opportunistici come quelli descritti sopra) ed efficiente (do the things right: ottenere il massimo dei risultati con le risorse di cui si dispone), richiede non solo indicatori ben studiati, condivisi e difficilmente manipolabili, ma soprattutto meccanismi automatici, sia di attribuzione dei premi che di erogazione di questi ai beneficiari finali.
In questo quadro sconfortante, di politiche centrali pasticciate e fiacche risposte da parte dei poteri accademici locali, tanto la Regione quanto le Fondazioni e le Autonomie funzionali possono fare molto. L’obiettivo di Lisbona, infatti, passa per l’Università ma riveste un interesse strategico per l’intera collettività.
Come proponeva Francesco Pigliaru, una strada immediatamente percorribile è quella di stanziare nel bilancio 2008 risorse da assegnare sulla base delle valutazioni CIVR, e in futuro su sistemi di valutazione possibilmente ancora più ampi e convincenti. Questa proposta andrebbe messa in atto quanto prima: serve un segnale forte, che dia visibilità ai nostri migliori studiosi e rinforzi positivamente il loro impegno. Per tradurre l’idea in termini operativi: si potrebbe dare subito un premio in danaro agli autori dei prodotti eccellenti (o, se questi non operano più in Sardegna, alle loro strutture) nella valutazione CIVR. Sono in tutto un centinaio. Con una spesa sostenibile si potrebbe organizzare un Festival della Conoscenza, fra Sassari e Cagliari, dove senza i salamelecchi delle cerimonie accademiche si dia modo ai premiati di divulgare e discutere ciò che hanno scoperto.
Subito dopo occorre però mettere mano al sistema di valutazione, che ovviamente deve partire da una solida base conoscitiva. A questo proposito vanno incoraggiati i tentativi in atto nelle nostre università per creare un’anagrafe autorevole, pubblica e indicativa del valore della ricerca. Qui il pericolo principale, a parte le opposizioni strumentali di chi teme di essere valutato, è rappresentato dal fatto che per alcune aree/discipline la costruzione di indicatori individuali di performance non è affatto scontata. Penso in particolare alle discipline umanistiche, al diritto e in parte alle scienze sociali, dove non esistono standard universalmente accettati (es. pubblicazione su top journals, impact factor etc.). Bisogna tuttavia puntare i piedi, e spiegare pazientemente che oltre alla valutazione nel merito con referee esterni, impraticabile annualmente perché troppo costosa, è possibile stilare graduatorie basate sulla qualità dei veicoli che ospitano i prodotti scientifici. Non mi è mai capitato, del resto, di incontrare un collega di un’area ‘riottosa’ che non avesse un’idea, messo alle strette, di quali siano le case editrici di eccellenza, le buone collane nazionali e internazionali, gli editori compiacenti che sfornano monografie per i concorsi del suo particolare raggruppamento (un caso a parte sono le collane dei vari dipartimenti, che per loro natura hanno difficoltà a sottrarsi alle attuali logiche accademiche). Si veda come esempio concreto quello introdotto dall’attuale sottosegretario Luciano Modica quando era Rettore a Pisa.
Va da sé che la comunità di riferimento per ciascuna area dovrebbe comprendere almeno tutti i ricercatori operanti all’interno di quest’ultima nelle Università della Sardegna. In ogni caso, anche utilizzando basi interne all’ateneo, è importante che gli indicatori vengano calcolati con una metodologia comune e diventino la base stabile anche per la ripartizione dei fondi di Ateneo (salvo quelli destinati appositamente a fini redistributivi).
Definito il cuore della base informativa, c’è il problema della calibratura degli interventi, della loro scansione temporale e, ultimo ma non meno importante, di quali effetti si vuole che sortiscano sul sistema universitario regionale. E’ su quest’ultimo aspetto che voglio soffermarmi, perché da tempo si sente parlare, nell’ambito di meritevoli ipotesi di razionalizzazione della formazione superiore, di “Università della Sardegna”, un conglomerato che dovrebbe avere poli specializzati nelle due sedi attuali a seconda delle rispettive vocazioni storiche, o, secondo alcune voci, dovrebbe invece assicurare la stessa offerta formativa ovunque. Quanto al comando di questa ipotetica istituzione, è facile immaginare, nella ventata di centralizzazione che pervade l’attuale amministrazione regionale, dove potrebbe essere localizzata (e pazienza se questo volesse dire cancellare con un tratto di penna un Ateneo con cinquecento anni di Storia).
Costi e benefici
Su questo punto serve una riflessione informata e consapevole di tutti i costi e i benefici di operazioni del genere. In particolare va sgombrato il campo da alcune convinzioni non sorrette dai fatti. Se è vero che esistono vocazioni storiche differenziate, i dati sulla qualità e sulla quantità della ricerca (vedi tabelle relative ai dati CIVR 2001-2003 e PRIN 2001-2006) mostrano che in entrambe le Università le aree che fanno bene spesso non sono quelle che ci aspetteremmo in base alla storia dei due Atenei. Se a Cagliari emergono Scienze Biologiche, Scienze e Tecnologie per una Società dell’Informazione e della Comunicazione, Scienze e Tecnologie per la Qualità e la Sicurezza degli Alimenti, a Sassari sono in testa Economia, Scienze Matematiche e Informatiche, Ingegneria Industriale e dell’Informazione, Scienze dell’Antichità, Filologico-Letterarie e Storico-Artistiche (e non, come si potrebbe pensare, Scienze Agrarie e Veterinarie).
Le tavole 1 e 2 (in calce la legenda*) si riferiscono allo stesso indicatore di qualità (scarti del rating dalla media) riferito rispettivamente al gruppo (strutture grandi, medie e piccole a seconda del caso) e al panel (l’insieme di tutte le strutture censite dell’area in questione).
Le tavole che seguono mostrano invece una varietà di indicatori per area e per ateneo che illustrano il potenziale di ricerca sulla base dei progetti di interesse nazionale (PRIN) che, ricordiamo, coinvolgono tipicamente gruppi di ricerca di università diverse (o unità locali, modello B) coordinate da una unità centrale nazionale (modello A).
Senza addentrarci in un commento dettagliato, balza agli occhi da un lato la sostanziale convergenza del potenziale di ricerca pro capite delle due università negli ultimi anni e, dall’altro lato, l’estrema varietà sottesa al risultato aggregato: in altre parole, a fronte di una performance media che negli ultimissimi anni si è andata livellando (forse anche a seguito della riduzione dei finanziamenti complessivi per la ricerca), restano ampie differenze nel contributo di ciascuna area al risultato complessivo.
Un sistema di incentivi basato sul merito, com’è noto, aumenta le disuguaglianze; il che, se in altri ambiti (vedi distribuzione nel reddito) non è interamente desiderabile, lo è nel caso della ricerca; occorre quindi apprezzare culturalmente questi risultati e accettarli per il bene comune, limitando le politiche redistributive ai casi più estremi (se non si ritiene opportuno rinunciare all’aramaico, occorre sussidiarne l’insegnamento).
Ma in questa fase, che nell’approssimarsi della scadenza degli obiettivi di Lisbona ci vede inseguire paesi molto più dinamici, è auspicabile che l’intervento regionale, oltre ad assicurare la parità delle condizioni di partenza, colmi le lacune degli indirizzi centrali e corregga le storture locali. Alla luce di tutto ciò, la diversificazione competitiva degli Atenei della Sardegna all’interno di un Sistema Universitario Regionale, capace di richiamare credibilmente studenti e ricercatori dal resto del mondo, appare senz’altro la strada più sicura e spedita da imboccare.
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* LEGENDA TABELLE
01 - Scienze matematiche e informatiche
02 - Scienze fisiche
03 - Scienze chimiche
04 - Scienze della Terra
05 - Scienze biologiche
06 - Scienze mediche
07 - Scienze agrarie e veterinarie
08 - Ingegneria civile ed architettura
09 - Ingegneria industriale e dell'informazione
10 - Scienze dell'antichita', filologico-letterarie e storico-artistiche
11 - Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche
12 - Scienze giuridiche
13 - Scienze economiche e statistiche
14 - Scienze politiche e sociali
15a - Scienze e tecnologie per una società dell'informazione e della comunicazione
15b - Scienze e tecnologie per la qualità e la sicurezza degli alimenti
15c - Scienze e tecnologie dei nano/microsistemi
15d - Scienze e tecnologie aerospaziali
15e - Scienze e tecnologie per lo sviluppo e la governance sostenibili: aspetti economici, sociali, energetici ed ambientali
15f - Scienze e tecnologie per la valutazione e la valorizzazione dei beni culturali
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