Utenti o utonti?
Nell'enorme posta economica degli acquisti pubblici e privati in informatica si evolve il confronto tra software proprietario e open source, con linee di indirizzo per la PA ancora inapplicate e positive novità per i cittadini. Sono chiamati scherzosamente utonti, da parte di chi ha qualche dimestichezza con i computer, quegli utenti privi di ogni cognizione informatica che acquisiscono passivamente i software più comuni e si bloccano di fronte a banali difficoltà. D'altra parte c'è anche chi, pur non essendo proprio alle prime armi, rivendica il diritto di essere “utonto”, cioè di poter usare software e procedure prive di inutili complessità ed efficienti. Il confine tra utonto (vero) e utente è dato dal livello di informazione posseduta: se si è almeno in grado di percepire le alternative e di intuirne i costi-benefici, allora si è raggiunto quel precario ma accettabile equilibrio a metà strada fra utonto e utente. Questa consapevole zona di confine, che consente di discernere, è sicuramente importante in molti campi, politica compresa, per il comune cittadino. Per una azienda è cruciale. Per una pubblica amministrazione può essere un obbligo. In campo informatico alla PA non è concesso di essere “utonta”: la Direttiva della Presidenza del Consiglio sullo “Sviluppo e utilizzazione dei programmi informatici da parte delle pubbliche amministrazioni” (G.U. n. 31 del 7-2-2004) impone che prima di acquistare un software sia effettuata una valutazione comparata fra i programmi proprietari con licenza d'uso a pagamento e i programmi a “codice sorgente aperto” (open source), generalmente gratuiti, da valutare secondo il principio del costo totale di possesso (TCO, total cost of ownership). Raramente questa valutazione viene però prodotta (non ne risultano agli atti nella PA in Sardegna), per cui si procede agli acquisti per inerzia, andando sul già conosciuto: in ballo vi sono milioni, parecchi milioni di euro in bandi e forniture, che la PA e quindi il cittadino possono spendere oppure risparmiare. La battaglia del softwarePer capire cosa sta accadendo su scala mondiale facciamo un passo indietro. Nel 1981 la allora minuscola Microsoft emulò un sistema operativo esistente (il CP/M della Digital Research) creando il DOS, col quale cavalcò la diffusione planetaria del primo pc di massa, il pc IBM. Inizia così, con abilità e spregiudicatezza, la lunga marcia che porterà Microsoft a fatturare quanto il PIL di alcuni Stati. Il DOS, con l'aggiunta di una interfaccia grafica che imitava quella dei pc Apple, venne poi trasformato in Windows, il sistema operativo monopolistico del quale Microsoft si è servita per veicolare anche altri software a scapito di quelli della concorrenza, fino a subire da parte della UE nel 2004 una multa da primato (497 milioni di euro) per abuso di posizione dominante. Microsoft ha pagato la multa ma non ha rispettato la sentenza (protraendo le azioni monopolistiche), per cui nel 2006 è arrivata una nuova multa da 280 milioni che cresce di giorno in giorno in attesa di una soluzione istituzionale o giudiziaria. La storia di Linux, il principale sistema operativo concorrente, inizia 10 anni dopo. Nel 1991 Linus Torvalds, un brillante studente informatico “hacker” (cioè capace di una comprensione elevata dei codici, non un pirata, questa è una accezione giornalistica successiva del termine hacker), interagendo con una comunità di colleghi progetta il nuovo sistema operativo, derivato da Unix, per favorire il libero sviluppo di applicazioni senza dover pagare diritti. Diversamente dal DOS, che sarà abbandonato nel 1995 perché inadatto alle reti e ai processori più potenti, Linux nasce già pronto per lavorare in rete e con forti caratteristiche di sicurezza. Ma la sua diffusione è lenta, perché dietro non c’è una grande azienda che fa pubblicità e che tesse accordi con i produttori affinchè vendano i pc con il proprio sistema operativo preinstallato (essenziale vantaggio competitivo). Linux per molti anni si è così diffuso soprattutto in ambito professionale, tra i server, dove ha dominato e domina il mercato (circa il 58 % dei web server si avvalgono di Apache Linux, contro il 34 % di server Microsoft. Fonte: http://news.netcraft.com/, dato di maggio 2007). Negli ultimi tempi tuttavia qualcosa è cambiato anche fra i computer da tavolo (desktop). Lo scorso gennaio la Peugeot ha deciso di far “migrare” da Windows a Linux 20.000 personal computer aziendali e 2.500 server, al fine di ridurre i costi senza perdere funzioni. A partire da questo mese (giugno 2007) il Parlamento francese convertirà i propri 1.150 pc alla distribuzione Linux Ubuntu, che ricomprende i software gratuiti per il web (Firefox), per la posta e per l’ufficio (OpenOffice, che legge e scrive anche nei formati Microsoft). Ancora più scalpore ha suscitato la decisione di Dell, secondo produttore mondiale di PC, di vendere per la prima volta (dal 24 maggio scorso) alcuni modelli di pc con Linux-Ubuntu preinstallato. La famiglia di software che ruota attorno a Linux, accomunata dalla filosofia open source, sta vincendo una scommessa da molti considerata impossibile fino a poco tempo fa: quella di competere non solo in efficienza, ma anche in assistenza e semplicità d’uso con un gigante come Microsoft. Come è possibile che un mondo di software aperto, senza segreti industriali, gratuito o a basso costo, possa fare breccia sul mercato prima nei server professionali e poi anche nei pc da scrivania, con un ritmo di crescita che oscilla fra il 20 e il 25 % annuo? La cosa è ancora più sorprendente se si pensa che mentre Microsoft è un colosso monolitico, Linux è una famiglia con vari fratelli e cugini, cioè con varianti (distribuzioni) curate da soggetti diversi. Copyright e copyleftQuello che sta accadendo è un caso storico per gli osservatori e gli economisti come lo è stato a suo tempo Microsoft, ma di segno opposto. Microsoft ha aggiunto un capitolo a se’ nella storia del mercato con la propria travolgente espansione planetaria, grazie ai suoi copyright capillari entro un oggetto universale quale il pc. Linux sta aggiungendo un nuovo capitolo, altrettanto storico, attraverso una logica opposta: quella dell'anti-copyright, detto anche copyleft (che consente la libera diffusione del software e lo protegge proprio dal copyright, cioè da rivendicazioni di diritti esclusivi). I detrattori di questa logica, fra cui esperti di mercato ed economisti, affermavano che senza il copyright (o un brevetto) è difficile ottenere vera innovazione e soprattutto prodotti e servizi affidabili per il cliente. I fatti smentiscono questa tesi, almeno in campo informatico. E’ significativa la rapida ascesa, nel mondo del software “community developed”, della versione di Linux denominata Ubuntu, bella parola africana il cui senso è “io sono ciò che è la mia comunità”. Questa distribuzione è supportata dalla omonima fondazione creata da Mark Shuttleworth nel 2005. Shuttleworth è un sudafricano 34enne, informatico, che a 27 anni (nel 1999) vendette la sua giovane società specializzata in certificati digitali per le transazioni elettroniche alla VeriSign, per la modica cifra di 575 milioni di dollari. Il giovanotto neo-milionario, dopo essersi tolto lo sfizio di fare il turista spaziale sulla Soyuz (nel 2002) pagando un biglietto da 20 milioni di dollari (compreso l’addestramento di un anno in Russia), si è ricordato non solo di essere un informatico, ma anche uno sviluppatore Linux. Di qui l’idea di creare la fondazione Ubuntu, che ha assunto con il pubblico l’impegno di mantenere gratuito il software, di aggiornarlo costantemente con un vasto pacchetto di programmi, di corredarlo delle migliori traduzioni in ogni lingua e di inviare il cd di installazione gratis a chi ne fa richiesta. Oggi Ubuntu è un sistema operativo a prova di casalinga, di facile installazione e sopratuttutto uso, che come gli altri della famiglia Linux non si blocca, non teme rivali in efficienza e non sa cosa siano i virus (su 73mila virus esistenti solo una decina sono in grado di attaccare il mondo Linux, peraltro in ambito server. Fonte: http://sicurezza.html.it, gennaio 2007). Il mercato? Si è spostatoQuella della fondazione Ubuntu può apparire una scelta estrema e anti-mercato. In realtà il software open source non è anti-mercato, dal momento che chiunque è libero di sviluppare prodotti open source a pagamento (purchè il codice resti aperto e accessibile), inoltre il lavoro dei tecnici e delle società che seguono i sistemi informatici aziendali o istituzionali non è certo gratuito. Qualcosa di estremo, nella crescente avanzata del mondo Linux e dell’open source, tuttavia c’è, ed è una forma di reazione fisiologica allo strapotere di un imprenditore (peraltro illuminato) come Bill Gates, che ha sfruttato e sfrutta una posizione di rendita monopolistica. Infatti alcuni concorrenti di Microsoft hanno deciso di schierarsi con l’open source dopo aver tentato una competizione commerciale impossibile. Così ha fatto Netscape, produttore dell’omonimo browser, dopo essere stato spiazzato da Microsoft con la distribuzione gratuita del proprio browser Explorer. Così ha fatto poi Sun Microsystem, produttore della potente applicazione concorrente di Microsoft Office, OpenOffice, resa gratuita e aperta dopo un’impossibile concorrenza. Era l’unica cosa da fare per combattere un monopolio: cambiare il terreno della competizione, in questo caso spostando il mercato sul fronte dei servizi, delle aziende e delle istituzioni dopo aver reso il software gratuito oltre che – aspetto non di poco conto – interamente controllabile da parte di chi lo usa. Ne è nata una formidabile comunità internazionale di sviluppatori, non più solo nei centri di ricerca accademici ma anche in quelli aziendali, che in pochi anni ha acquisito un elevato livello organizzativo interattivo che è stato studiato e teorizzato (vedi i modelli organizzativi a cattedrale e a bazar descritti da Steven Raymond). Le scelte di aziende come Peugeot non hanno infatti nulla di ideologico ma sono meramente utilitaristiche, frutto di valutazioni tecnico-economiche sulla migliore condizione attuale di “utente” aziendale, per non essere o non divenire “utonti” nel mercato che cambia. Più complesso, ma anche più delicato, il discorso nel caso della PA, la cui condizione di utonto (ove manchino le valutazioni comparate prescritte dalle norme) la paghiamo tutti, anche nel campo del software. Volete aggiungere un commento? Inviatelo a commenti@insardegna.eu, indicando il vostro nome e cognome (obbligatorio) e specificando nel soggetto del vostro messaggio il titolo di questo articolo. |