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Migranti sanitari e federalismo fiscale

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di Eugenia Tognotti

La competitività di una regione si misura in vari modi. Lo spostamento dei pazienti per le cure (mobilità sanitaria) è uno di questi. Ed implica importanti effetti finanziari oltre che sociali. Prepararsi ad un nuovo sistema di federalismo fiscale significa anche capire le ricadute di questi effetti. 

Cresce, anche se a ritmi inferiori a quelli delle altre regioni del Mezzogiorno, la “mobilità sanitaria” – per usare la burocratica e neutra espressione che indica il fenomeno dello spostamento di pazienti dalla propria area geografica di appartenenza verso altre aree, più attrezzate dal punto di vista dei presidi diagnostici e terapeutici. Il dato è emerso  dal 16° Rapporto del Centro di ricerche economiche delle Università di Cagliari e Sassari (  CRENoS ) sull’economia della Sardegna.  Quest’anno comprendeva  anche i risultati di un’analisi sulla mobilità sanitaria interregionale, pubblicati in anteprima su questo sito e che riportava una serie di  tabelle e grafici su “tassi di fuga” e “tassi di attrazione” delle regioni italiane – dalla Val d’Aosta alla Sicilia - e un’accurata elaborazione dei dati raccolti attraverso le schede di dimissione ospedaliera per il periodo 2003-2005.

Quella che è emersa  è una realtà frastagliata da cui è possibile trarre alcuni spunti di riflessione, da una parte sull’efficienza dei servizi sanitari regionali e sul grado di fiducia negli stessi; dall’altra sugli scenari aperti dal federalismo, che potrebbe aggravare le iniquità, ma anche, innescare un circolo virtuoso ponendo la Regione di fronte alla necessità di rispondere adeguatamente alla domanda di cura dei cittadini e di fronteggiare, nel contempo, la crescente competitività delle strutture sanitarie al di là del Tirreno. In cui non rientrano, evidentemente, quelle che hanno bacini di utenza nazionali o addirittura europei. per alte specialità e particolari  prestazioni terapeutiche –  per dire,   il trattamento dei melanomi dell’occhio con l’Adroterapia -   per le quali   si pone la necessità di un volume minimo di casi per centro ,  al fine di  ammortizzare gli investimenti delle attrezzature e  di fornire prestazioni di eccellenza 

Dal complesso dei dati emergono alcune indicazioni interessanti.    In Sardegna la mobilità passiva - che indica il ricorso di cittadini ai servizi di altre regioni per le principali prestazioni sanitarie (ricoveri, assistenza specialistica, etc. ) – è cresciuta nel biennio  di circa il 28 per cento, anche se rappresenta meno di un quarto di quella di due regioni del Mezzogiorno come la Sicilia e la Calabria.  Bassissima la capacità di attrarre dall’esterno delle strutture sarde, vale a dire la mobilità attiva: l’isola assorbe solo lo 0,9% dei flussi, conservando, rispetto al 2003, il primato di regione a più basso assorbimento.  Altri spunti vengono offerti dal confronto interregionale dei tassi di fuga e di attrazione con cui si indicano rispettivamente la percentuale dei ricoveri fuori regione sul totale dei ricoveri dei residenti della regione e quella dei ricoveri di pazienti provenienti da altre regioni sul totale dei ricoveri effettuati dalle strutture sarde.

La Sardegna presenta un tasso di fuga molto basso, in crescita però rispetto al 2003. Come spiegare la scarsa propensione degli isolani a migrare per i ricoveri? Con una gran fiducia nel servizio sanitario regionale o con l’esigenza di “contentarsi” di quello che passa il convento –per così dire- dato il grosso handicap dell’insularità con conseguenti maggiori costi di trasporto?   Difficile dirlo, anche perché, sulla mobilità ospedaliera entrano in campo, naturalmente, diversi fattori: culturali, geografici, stato dei collegamenti, carenza di strutture sanitarie e, perfino, disinformazione relativa ad aspetti organizzativo-assistenziali del SSR. E occorre distinguere, naturalmente, tra la mobilità evitabile che riguarda i normali livelli di assistenza, mancanti o qualitativamente bassi, dalla mobilità inevitabile dovuta a cause accidentali o alla semplice mancanza di Centri con un elevato grado di specializzazione nel territorio. Così  la Sardegna, che presenta il più basso tasso di fuga per i ricoveri dovuti alle patologie meno complesse, per quelle più gravi  esso  si eleva, come avviene in Sicilia.

Dunque se l’insularità rappresenta un handicap agli spostamenti per i ricoveri a bassa complessità, quando questa aumenta, i sardi si spostano verso altre aree. Una realtà, questa, condivisa da altre regioni meridionali, mentre in un gruppetto di regioni “virtuose” del centro-nord – ad alta facilità di spostamenti - il livello di fiducia nello SSR è svincolato dalla maggiore o minore complessità della patologia, a conferma  delle perduranti disuguaglianze inter-territoriali che il meccanismo di perequazione previsto dal federalismo fiscale potrebbe contribuire ad aggravare, mettendo le regioni più “deboli” nelle condizioni di non rispondere alla domanda di salute dei cittadini. Sarà interessante, dunque, studiare con attenzione i numeri e i dati del Rapporto sui flussi di mobilità sanitaria per scomporne gli aspetti sociali, organizzativi e sanitari

by Eugenia Tognotti last modified 2009-10-19 20:21

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