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... e non pro curpa de sa mala sorte

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di Aide Esu

Non vi è dubbio che l'omicidio di Peppino Marotto costituisca un fatto speciale. Aide Esu riflette fra sentimento e razionalità a vent'anni dalla sua esperienza di ricerca ad Orgosolo.


riletturaRiflettere a distanza dal forte impatto emotivo sulla morte di Peppino Marotto può aiutare a mettere a fuoco alcune questioni purtroppo ricorrenti su Orgosolo. La prima, e forse la più evidente di tutte – discussa a lungo anche con lui - è perché i fatti di sangue avvenuti ad Orgosolo rivestano sempre un’eco particolare.

Affrancarsi dallo stigma delle tristi storie del passato è assai difficile, soprattutto per i giornalisti che devono confezionare rapidamente il pezzo da mandare al giornale. Ne abbiamo avuto prova anche in questa circostanza. In questi giorni ci si è chiesti come sia potuto avvenire questo omicidio. Abbiamo letto molte ipotesi. Le persone che hanno conosciuto e condiviso l’impegno civile e politico di Peppino Marotto non avrebbero mai voluto leggere alcune di queste congetture. Troppo infamanti e frutto di superficiali speculazioni.

Non vi è alcun dubbio che l’omicidio di Peppino Marotto costituisca un fatto speciale. Molti hanno testimoniato del suo impegno per la costruzione di una società fondata su un nuovo umanesimo. Una vita spesa ad affilare l’arma tagliente della parola. Quartine ed ottave caricate in rima per sparare contro l’ignoranza, il sopruso e l’esclusione. La poesia come richiamo alla riflessività rivolta a quei reporters frettolosi che spesso hanno attraversato le strade di Orgosolo alla ricerca dei segni eclatanti della violenza barbarica. La sua è stata una sfida titanica per cercare di cancellare, grazie ad una cultura che sente – meritu ‘e Gramsci, vinas su volclore hada una culturale vunzione – di non essere più subalterna, una immagine fissata dai media.

Impossibile, dopo una morte così brutale, non tornare con la mente all’incontro nella piccola e fredda sala della Camera del Lavoro. Allora, nel gennaio 1987, si chiamava ancora così, a identificare lo spazio autonomo dell’operaismo, l’orgoglio di un sindacalismo fondato sui valori della solidarietà. Nei giorni precedenti, come quest’anno, i festeggiamenti di capodanno avevano preso di mira l’illuminazione pubblica. Non si parlava d’altro. Sos pizzinnos de Pratobello, alla guida del comune andavano orgogliosi del rinnovo della rete civica di illuminazione. Un danno rilevante per un bilancio comunale povero. Peppino spese parole molto severe – come nei giorni scorsi - nei confronti di quei giovani che amavano celebrare il nuovo anno in un modo così incivile. Vecchia tradizione? No! Vandalismo. La crescita culturale è anche questa – mi disse - cominciare a rispettare il bene pubblico. Il bene pubblico, argomento dominante in quei giorni. Le riflessioni con i politici locali, i pastori, le donne e i giovani si concentravano su questo. Sparare contro il sindaco o contro il portone del comune stava diventando una triste routine. Una insicurezza nuova, inquietante, di difficile lettura. Così il portone comunale venne lasciato per tanto tempo con i segni delle pallottole, non per incuria ma per testimoniare lo scontro tra codici. Segno di una volontà e di una fermezza che derivava, come l’impegno quotidiano di Peppino Marotto, da radici lontane, dall’eredità storica della lotta di Pratobello. Nostalgico ritorno a su connuttu? Direi di no perché da lì è cominciato un lungo percorso che ha portato alla crescita di una comunità che ha voluto interrogarsi sulla sua storia per costruire un percorso di crescita civile. Un esempio di azione collettiva di una comunità che ha saputo proporre una via d’uscita alla tragica involuzione cui sembrava essere destinata. Anche vent’anni fa, frettolosamente, si scrisse che sparare contro il sindaco o contro il palazzo comunale fosse frutto di una continuità storica del banditismo isolano. Orgosolo e la Barbagia non sono mai stati luoghi di facile lettura, i paradigmi interpretativi spesso non funzionano, vengono messi in discussione. Come l’equazione omertà-silenzio. Spesso è silenzio apparente, che cela introspezione. Vorrei riportare, come testimonianza della ricchezza delle discussioni di allora, alcuni stralci dell’intervista a Giovanni Moro, all’epoca sindaco di Orgosolo. Sono riflessioni di 20 anni fa, le ripropongo perché mi pare che le sue argomentazioni possano offrirci utili elementi sul modo di concepire le istituzioni e di come ci si relaziona ad esse:

“ finché il comune è uno strumento che rappresenta la gente presso il governo, è uno strumento di lotta, di rivendicazione. Allora va tutto bene, può convogliare la gente anche per certe rivendicazioni, ma quando invece succede il contrario, ossia il comune rappresenta il governo presso le popolazioni e alle popolazioni deve imporre anche spesso dei regolamenti, delle leggi, ecco che allora non ci siamo più. Perché entra in conflitto con un ordinamento che non è scritto, ma che esiste. Però è successo, che nel conflitto tra l’ordinamento che viene da fuori e l’ordinamento che è di questa realtà, questo sia stato composto. Perché è vero che adesso per esempio le leggi urbanistiche le rispettano tutti. Magari rispettano meno il regolamento comunale per l’uso di beni comunali relativo al divieto di pascolo in certe zone, (…..) Tuttavia su alcune cose, la gente marcia, perché sul pagamento della tassa per la raccolta dei rifiuti solidi urbani, la gente ha capito, giustamente, che è una cosa indispensabile e va avanti così”.

Ancora una volta è accaduto che tutta la comunità sia stata chiamata in causa. Perché? E’ davvero un corpo unico con pari responsabilità? Ripropongo ancora un passaggio dell’intervista a Giovanni Moro:

“(….) diciamo che qui ad Orgosolo ci sono alcuni gruppi di giovani che non rispettano le lampadine dell’illuminazione pubblica, i cartelli stradali, tutto quello che è pubblico, loro considerano essere di nessuno e se qualcuno gli dice “guarda che questo non devi farlo” questa persona viene trattata alla stregua di una spia. Ecco per esempio l’allargamento della concezione della spia, del traditore, a tutti gli aspetti della vita sociale: se il sindaco, che pure è stato eletto democraticamente, dice che i lampioni non devono essere toccati e denuncia soprattutto queste persone, allora viene considerato come una spia, perché nella loro concezione il sindaco deve essere loro complice. Prendiamo ad esempio la popolazione di Orgosolo, divisa in tre frange: una minoranza che accetta le leggi dello Stato, nel bene e nel male, contesta anche lo Stato, vorrebbe anche cambiarlo, ma capisce che facciamo parte della Repubblica Italiana è inutile fare storielle su separatismi e così via, accetta anche che noi abbiamo una cultura peculiare che deve essere valorizzata, ma all’interno e in rapporto con altre culture peculiari. Dall’altra c’è una minoranza che contesta in toto, magari non consciamente, ma comunque nei fatti contesta questa concezione, e continua a comportarsi come se le leggi fossero le solite, magari leggi non scritte. La maggioranza della popolazione sta a bagno maria, sta in mezzo”.

La stratificazione sociale che ci rappresenta non rientra nelle standardizzazioni delle scienze sociali. Soffermiamoci un momento sulla categoria sociale della spia. Quella minoranza che attribuisce e sanziona secondo regole proprie, che pretende riferirsi al codice barbaricino, agisce seguendo un modello oppositivo ed esclusivista “noi/loro”, identifica nemici ed agisce in forma conflittuale. Varrebbe la pena prestargli attenzione, poiché sono gli artefici del clima di paura e di insicurezza. E’ una insicurezza non dichiarata, muta. “Ascolta il silenzio, il silenzio parla se lo sai ascoltare”, fu l’esortazione di Peppino Marotto nel nostro primo incontro. Il silenzio di questi giorni è un “silenzio parlante”, ci rivela la condizione di ostaggio della comunità orgolese. Le società attraversate dalla violenza sono società fondate sulla paura, il silenzio è figlio della paura. Paura della propria incolumità fisica, di quella dei familiari. E’ una gabbia che rinchiude le persone dentro silenzi che uccidono l’anima. E’ per questa ragione che l’altra minoranza, quella dialogante, che accetta le leggi dello stato, merita la nostra attenzione. Va riconosciuto pubblicamente il loro coraggio di rendere visibile il desiderio e la volontà di aprire le porte delle gabbie che li tengono separati. Dobbiamo essere grati del coraggio di quei cittadini e di quelle cittadine orgolesi che sono usciti dal silenzio ed hanno partecipato alla assemblea comunale. E’ troppo facile dalle nostre tranquille vite elevarci in esercizi di “civiltà”, contrapporre civiltà a incivilta, civiltà a barbarie etc. come se verbalizzare il termine barbarie costituisse una sorta di esorcismo e ci consentisse di affrancarci da questa. Violenza non è solo l’uso dell’arma da fuoco. Questa è la forma più visibile, anche per quelli che hanno scelto di non voler vedere. Le nostre sono società violente, sono società in cui si muore per portare a casa un magro salario. Si muore ... e non pro curpa de sa mala sorte/ca est istada sa morte bianca/cun d'un'iscossa d'elettricu vorte, come ha scritto Peppino Marotto in Sa Morte Bianca. La violenza ha molte facce, è anche quella che rende le ingiustizie e lo sfruttamento invisibili, che ci rende ciechi ed indifferenti. Interrogarsi sulla violenza significa guardare al mondo che ci circonda al di là degli stereotipi e dei mascheramenti. Era questo l’invito forte che Peppino Marotto mi rivolse più volte, mettersi nei panni di chi soffre. Il senso del nuovo umanesimo che aveva nel cuore. Credo che suo lascito morale – se mi posso arrogare il diritto di esprimerlo - è che noi continuiamo a porci questi interrogativi, a svelare le ingiustizie invisibili, a far parlare chi non ha voce per trovare vie percorribili per un mondo più giusto.

by Aide Esu last modified 2008-01-31 16:41

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