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Alle origini di una sconfitta elettorale

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di Daniele Sanna
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Alle origini di una sconfitta elettorale: lo scioglimento di Progetto Sardegna, gli errori del presidente, le primarie del 14 ottobre 2007 e la difficile nascita del PD. A proposito del libro di Massimo Dadea (La febbre del fare. I sette giorni che cancellarono la speranza, Cuec 2009).

 

Questa non è una recensione, ma una riflessione su fatti e circostanze che hanno cancellato la speranza. Il punto d’osservazione è molto diverso e certamente meno privilegiato rispetto a quello di Dadea: chi scrive per circa un triennio, fra il gennaio 2005 e l’ottobre 2007, ha svolto il compito di coordinatore provinciale di Progetto Sardegna - Sassari.

soruLa febbre del fare, nelle intenzioni dell’Autore, vuole costituire uno strumento per dibattere sulle vicende che hanno condizionato “una straordinaria avventura politica” ed hanno messo fine ad un’importante pagina dell’autonomia sarda. Un libro certamente necessario, perché sulla sconfitta e sulle sue ragioni è calato un silenzio insopportabile. Questo non deve sorprendere. La poca propensione a fare i conti con il passato non è un fatto così nuovo nella storia dell’autonomia isolana. Dentro il PD non si è aperto un vero dibattito sulle cause della sconfitta e ancor oggi in molti hanno difficoltà a comprendere come mai un’esperienza regionale così audace e innovativa sia stata fermata dopo meno di cinque anni.

Il primo capitolo del volume dell’ex assessore alle Riforme è quello, per me, più interessante. L’ho trovato appassionante e originale: la storia dell’autonomia, infatti, è fin troppo avara di testimonianze sull’attività di un assessore e sui rapporti fra presidente e Giunta. 

E’ indubbiamente interessante anche la tesi centrale del libro che vede alle origini della sconfitta con Cappellacci le lacerazioni provocate dal duro scontro fra Soru e Cabras nelle elezioni primarie del 14 ottobre 2007. Nell’analizzare questo evento traumatico Dadea evidenzia le ragioni che rendevano inopportuna la decisione del Presidente di scendere in campo per la segreteria del PD. Le primarie del 14 ottobre 2007 hanno costituito un momento di rottura di straordinaria portata, tuttavia i motivi di fondo del disastro elettorale della sfida con Cappellacci vanno probabilmente ricercati a monte.

Una giunta che non sapeva ascoltare

Non mi convince pienamente la disamina delle ragioni della sconfitta, ovvero la descrizione delle cinque “debolezze”, così le chiama Dadea, che hanno contribuito al fallimento dell’esperienza Soru. Provo a sintetizzarle: l‘assenza della Politica intesa come “capacità di scegliere fra opzioni diverse”, ovvero l’assenza dei partiti; l’assenza di dibattito nella società, che ha di certo contribuito ad aumentare la propensione di Soru all’isolamento al “decisionismo autarchico”;  il logorante processo di costruzione del PD che ha contribuito a vanificare  quell’ondata riformista, lasciando che “il progetto di cambiamento ricadesse interamente sulla Giunta”; la mancanza di intellettuali capaci di costituire uno stimolo e di intervenire in maniera critica sulle scelte di governo; l’inadeguatezza dei sindacati a recepire processi di riforma e a  formulare proposte, ma anche l’incapacità di Soru di confrontarsi ed ascoltare; infine, l’atteggiamento di molte forze politiche più interessate ai posti di sottogoverno che alla buona politica.

E’ vero, ci sono colpe pesanti che vanno ricercate nel sistema partitico, in ampi strati della società sarda, anche fra gli intellettuali che non hanno svolto a pieno il loro compito. Tuttavia, si potrebbe obiettare che nella realtà è anche accaduto il contrario: è mancata anche una capacità della Giunta e di Soru di saper ascoltare. Non sono mancati intellettuali che hanno svolto quella funzione “di pungolo” di cui parla Dadea. Tuttavia il presidente Soru ha sempre preferito ascoltare chi gli dava ragione. Mi riferisco ad esempio al dibattito aperto dai costituzionalisti di Sassari su legge Statutaria, risultato del referendum, decentramento ecc. Un  discorso analogo potrebbe esser fatto anche per le “imposte sul lusso”.

Per quanto concerne il dialogo con i partiti e la volontà di ascoltare i dirigenti della fitta rete di soggetti politici che componevano il centro sinistra il discorso è certamente molto più  complesso. Per un dirigente d’azienda del calibro di Renato Soru, il doversi rapportare con i tempi e i modi del mondo della politica non era facile; un’incombenza che toglieva tempo alle urgenze della Regione, un qualcosa di incompatibile con la febbre del fare del Presidente. Indubbiamente la poca predisposizione ad ascoltare e soprattutto a costruire rapporti, intese e collaborazioni politiche ha finito per costituire un enorme punto di debolezza per la Giunta. Da questo punto di vista l’esperienza di Progetto Sardegna è emblematica.

Le montagne russe di Progetto Sardegna

Riassumere il complesso rapporto fra il Presidente e il vasto mondo di Progetto Sardegna non è facile. In alcuni momenti si aveva l’impressione che Soru vedesse Progetto Sardegna più come un problema che come una risorsa.

Dopo le elezioni del 2004 Progetto Sardegna aveva indetto una convention organizzativo-programmatica in quel di Tramatza. Soru non si presentò nemmeno. Il movimento appariva piuttosto incerto: da quel momento si sarebbe andati avanti a tentoni, con una serie di alti e bassi (soprattutto bassi). Nel dicembre 2004, dopo attese snervanti e un rincorrersi di voci che volevano che Progetto Sardegna dovesse sciogliersi, si arrivò alla costituzione dell’Associazione federativa Progetto Sardegna che comprendeva oltre alla galassia dei circoli anche la “rete dei movimenti”, i Repubblicani europei e i cattolici di Democrazia federale. Nel gennaio 2005 vennero formati i coordinamenti provinciali ed eletti i coordinatori. A febbraio, Soru sembrava incomprensibilmente scontento. E proprio mentre entravano nel vivo le trattative per composizione di coalizioni per le amministrative (con l’individuazione di candidati a presidente della Provincia, e di Sindaco in luoghi importanti come Sassari, Nuoro e Iglesias) decise di non mettere a disposizione il simbolo di PS: fra i militanti l’insoddisfazione era palpabile, i candidati non sapevano se aspettare la costituzione di liste civiche o se chiedere asilo a DS e Margherita. Il caos cresceva di giorno in giorno, erano spiazzati anche i dirigenti locali del movimento che – in quei giorni – con proprie risorse e pochi mezzi cercavano di comporre liste capaci di innovare lo stantio mondo della politica isolana. Durante quei giorni di trattative, di assalto da parte dei vari partiti, Soru si convinse che in quelle elezioni l’apporto del movimento era utile: quando il termine di scadenza per la presentazione delle liste era ormai vicinissimo diede il consenso all’utilizzo del simbolo. In questo clima di forte incertezza i dirigenti locali del movimento si prepararono ad organizzare la sfida elettorale delle amministrative del maggio 2005. I risultati furono contrastanti: bene a Iglesias, male a Oristano, così così a Cagliari (dove venne eletto un consigliere provinciale); a prima vista bene a Nuoro, dove però gli eletti seguirono subito Paolo Maninchedda che nell’estate avrebbe lasciato Progetto Sardegna; a Sassari i risultati andarono al di sopra delle previsioni (3 consiglieri comunali, 2 provinciali, 2 assessori, il presidente del consiglio comunale e vari consiglieri circoscrizionali).

A conti fatti, l’esperienza nel suo insieme non era stata negativa specie se si pensa alle condizioni iniziali, al problema del simbolo e ai venti di “chiusura”  che avevano condizionato la vita del movimento nei mesi precedenti. A Sassari il movimento era uscito rafforzato, i militanti del movimento e i membri del coordinamento provinciale di Progetto Sardegna avevano indubbiamente fatto un buon lavoro.

Dopo la tornata elettorale, come previsto dai documenti organizzativi, ci si aspettava una grande convention organizzativa per iniziare un processo di strutturazione del movimento. Ai primi di luglio, invece, arrivò la doccia fredda: Soru a mezzo stampa comunicò che aveva deciso di sciogliere il movimento, ed eventualmente trasformarlo in un’associazione culturale (o in una fondazione). Soru, in definitiva, vedeva Progetto Sardegna come un peso, riteneva che i militanti e i dirigenti dovessero entrare (o rientrare) nei partiti DS e Margherita. Nel suo  disegno c’era un qualcosa di più ampio: pensava alla costruzione dell’Ulivo sardo (solo successivamente si darebbe parlato del PDsardo), ma non aveva una conoscenza dei partiti; sembrava non aver capito che per rapportarsi con quel mondo è necessario avere non solo il carisma, ma anche delle truppe organizzate da contrapporre (delle “divisioni” per dirla con Stalin).   

A Sassari venne chiusa la sede del Movimento (prima provvisoriamente – a fine luglio – poi definitivamente la primavera successiva). A fine settembre si tentò di ripartire quasi in autonomia (Soru non sembrava interessato). A Cagliari venne deciso di riproporre la organizzazione del movimento e la nomina di un coordinatore regionale (Caterina Pes). Fu un tentativo coraggioso ma per molti versi fallimentare: nei vari territori il movimento aveva iniziato un inevitabile declino. Mi ricordo che alcuni mesi più tardi in una sorta di riunione del coordinamento regionale avevamo appreso che a Nuoro c’erano ben due coordinatori e che da altre parti non c’era più nulla. Devo dire che almeno a Sassari quello era stato, comunque, un momento ricco di entusiasmo e di voglia di fare: si organizzavano riunioni e iniziative pubbliche, e si cercava di marcare una presenza nei rari tavoli di discussione dei partiti della coalizione di centrosinistra. Nell’estate 2006, dopo la chiusura della sede sassarese di Progetto Sardegna avevamo traslocato le poche sedie rimaste e continuato a far politica con le solite difficoltà, senza quasi più nessun contatto rispetto alle “centrali” cagliaritane del movimento. All’incomunicabilità dei mesi precedenti e all’insensibilità verso le nostre richieste volte a promuovere una struttura democratica al movimento si era sommato il caso aperto dalle dimissioni di Francesco Pigliaru: l’impossibilità di aprire una discussione interna anche su quel caso aveva reso più profonde le divisioni fra noi (il gruppo di Sassari) e la parte del movimento che faceva capo a Chicco Porcu e Caterina Pes. All’inizio del 2007 non andammo alla convention che si tenne a Cagliari: dove in previsione della nascita del PD si era organizzato un tesseramento (di facciata), ovvero l’iscrizione ad un soggetto politico senza statuto, senza più organismi capaci di riunirsi e prendere decisioni. Come era prevedibile, a quella convention non seguì niente di concreto. Rimase tutto come prima: non un passo per l’organizzazione politica del movimento. D’altronde a quel punto, non avrebbe avuto più senso: eravamo alla vigilia del lungo processo di costituzione del PD.

Questa parentesi si conclude più o meno qui. La conoscenza di queste vicende è utile perché quando si parla (come fa Dadea) delle difficoltà con cui Soru si è rapportato col mondo dei partiti è giusto non dimenticare cosa è successo a Progetto Sardegna: quanti entusiasmi fiaccati, quante risorse sprecate. La vicenda di PS va ricordata perché con l’indebolimento del suo movimento è arrivato un indebolimento del Presidente; l’aver perso per strada un assessore di Progetto Sardegna, come Francesco Pigliaru, per il mondo dei partiti era un segnale dell’indebolimento di Soru (quelle dimissioni furono un episodio doloroso, ma nel libro di questo non si parla). Infine, è opportuno domandarsi quale sarebbe stato il risultato del 14 ottobre con un movimento maggiormente organizzato. La spiegazione di un risultato elettorale negativo non può essere solo legata a fattori quali il voto di opinione o il voto controllato (ivi compresi gli inquinamenti di voto che pure ci sono stati). Il fattore organizzativo è fondamentale. In Provincia di Sassari, Soru ha vinto non solo nelle città ma anche in alcuni paesi e nel risultato complessivo.

Isolati, di fronte a solide oligarchie

Non dappertutto si è riusciti a tenere in piedi strutture con il lavoro volontario dei vecchi militanti di Progetto Sardegna. A Sassari questo è stato fatto senza un minimo aiuto finanziario e anzi con le difficoltà dovute al dover superare ostacoli di ogni genere. Ci si sentiva isolati, poco ascoltati in qualche modo delegittimati: mancava il dialogo e deficitava la conoscenza delle iniziative prese per il territorio, si apprendeva quasi tutto dai giornali (comprese le nomine in quota Progetto Sardegna). Eppure noi tutti abbiamo sempre continuato a sostenere lealmente il presidente e i risultati elettorali ne sono la migliore testimonianza.

Nell’analisi del complesso rapporto fra il Presidente e il mondo dei partiti andrebbe ricordato un altro punto. Non bisogna dimenticare che, inizialmente, Soru aveva assicurato che la sua idea era quella di governare per cinque anni. Quando, poi, ha cambiato idea molti esponenti di partito hanno fatto di tutto per indebolirlo. La decisione di andare avanti e di diventare il leader del partito è arrivata certamente quando era troppo tardi: come detto di Progetto Sardegna non rimaneva molto, si poteva, poi, fare affidamento sugli assessori regionali, su alcuni consiglieri regionali (non solo quelli di P.S. ma anche ex margherita come Francesco Sanna e Marco Meloni o anche qualche ex ds come Gianbattista Orrù). Tutto ciò difficilmente sarebbe bastato per contrastare delle oligarchie di partito piuttosto solide: bisognava fare presto e rimpolpare le file, vennero così acquisiti Siro Marrocu e altri elementi che poi sarebbero transitati nelle file anti-soriane. Il 14 ottobre del 2007 si arrivò così ad una specie di resa dei conti che costituì l’inizio della fine di Renato Soru.  

Dopo quei giorni di battaglia, dopo la sconfitta arrivò qualche giorno più tardi anche il fallimento del referendum sulla Statutaria. Il partito democratico nasceva non come Soru avrebbe sperato: proliferavano capibastone, divisioni e carrierismo. Una deriva inesorabile conclusa con quel voto sulla legge urbanistica del novembre 2008 che portò al naufragio di una esperienza politica certamente innovativa e importante per la Sardegna. Da parte di molti consiglieri regionali e da parte di quel che rimaneva dei partiti della maggioranza è mancata la promozione del tanto di buono che si stava facendo. In molti non hanno fatto fino in fondo la loro parte, taluni hanno creduto che fosse meglio perdere le elezioni che vincerle con Soru. Sui motivi di questo scollamento fra Soru e (parte) della sua maggioranza non ci si è interrogati abbastanza. Più che per delle divergenze programmatiche, Soru sembrava venisse osteggiato perché nel suo agire da panzer stava rompendo vecchi schemi e vecchie consorterie. L’attività svolta dall’informazione, specie da gruppi editoriali come Videolina-l’Unione Sarda, ha fatto il resto. 

Gli errori di Soru

Questo non basta per comprendere il perché della sconfitta con Cappellacci. E’ necessario anche valutare gli errori del Presidente. Nel primo capitolo del libro di Dadea si trovano alcuni passaggi importanti che poi vengono del tutto ignorati quando ci si interroga sulle ragioni della sconfitta. Eppure alcuni tratti caratteriali di Soru hanno inciso non poco sull’esito di una esperienza di governo: la “scarsa attitudine ad ascoltare”, la fretta unita all’aver dato retta a una serie di “cattivi consiglieri”; “i repentini quanto facili innamoramenti che lo portarono a sopravalutare delle persone di poca qualità e a circondarsi di cortigiani”; “la superbia”  e i modi arroganti con cui trattava funzionari regionali, dirigenti, consiglieri e uomini di partito. Su tutto questo bisognerebbe meditare, come bisognerebbe meditare sulle ipotesi di un corretto rapporto fra macchina amministrativa e dirigenza politica. Sarebbe opportuno riflettere non solo su questioni di metodo ma anche su aspetti sostanziali inerenti l’azione politica: non si è attivata una rete di rapporti e di relazioni fra ente Regione e enti territoriali periferici (ad iniziare dalle Province) e, guardando all’attuazione del programma, va detto che in riferimento a settori dell’economia isolana, come l’agricoltura, si poteva fare di più e meglio.

Per analizzare le ragioni di una sconfitta bisogna comprendere bene cosa è successo ad una maggioranza di centrosinistra guidata da un presidente capace che ha governato l’Isola portando avanti un programma riformista e fortemente autonomista. Dadea ritiene che quella del febbraio 2009 sia stata solo una battuta d’arresto poiché “quanto è stato fatto in cinque anni di governo ha tracciato un solco profondo nella coscienza della parte viva della società sarda”. Di fatto la ricostruzione del centrosinistra non sembra dietro l’angolo. Nel PD hanno vinto i congressi i cosiddetti anti-soriani (ovvero quelli che avevano contribuito a disarcionarlo). Da qualche parte nell’Isola (ivi compreso Sassari) si sperimentano accordi fra soriani e antisoriani, ma ancora non si comprende bene quali sono i fondamenti politico-programmatici. In questa fase crepuscolare la trasparenza e la condivisione delle scelte sembrano non avere la priorità. Per i militanti del PD sta diventando normale apprendere tutto dai giornali, perfino le decisioni più importanti come le candidature alle europee o alle regionali, e come pure l’indicazione di candidati per le primarie alla segreteria regionale e le investiture a segretario provinciale. E’ possibile che tutto stia avvenendo perché l’assenza di organismi funzionanti costringe ancora a navigare a vista per rimettere in piedi quanto distrutto in anni di divisioni e lacerazioni interne. In questi giorni, però, accanto ai richiami all’unità del partito, si vedono anche critiche feroci verso l’ex Presidente che viene accusato perfino di non aver pagato le spese della campagna elettorale. Mancano invece analisi serie sulla gestione dei problemi, cioè sull’azione di governo.  

La strada del dopo Soru appare ancora tutta da costruire. Sarebbe necessario che la dirigenza del partito avviasse una discussione serena su quel che è accaduto. Solo così si potrebbero comprendere le ragioni della sconfitta, gli errori e i meriti del Presidente, le colpe del Pd e le responsabilità di ampi settori della maggioranza. Da questo punto di vista il libro di Dadea costituisce un’occasione per riflettere che non può esser sprecata. (Daniele Sanna)

   

by Daniele Sanna last modified 2010-02-21 00:09

Soru e gli altri

Posted by Alessandro Mongili at 2010-02-22 17:49
Fa bene a sottolineare il problema di Progetto Sardegna, ma la sua analisi è sbilanciata. Se infatti gli errori di Soru sono quelli che indica lei, quali sono stati quelli dei leader in seconda e in terza di Progetto Sardegna? Qual era la loro visione politica? Perché nessuno si è opposto allo scioglimento del movimento? E fra gli altri? Oppure anche lei crede alla favola del "totu pagat Soru" così facile, così comprensibile, ma evidentemente così falsa? Mi sembra un pochino autoassolutoria la sua analisi, non crede?

gli altri e Soru

Posted by Beppe Sassu at 2010-02-24 16:00
Bizzarro. Dunque caro amongili, vediamo se ho capito bene: non è lecito puntare il dito sulle colpe del generale se prima non si sono chiarite quelle dei colonnelli, dei tenenti e anche dei caporali. E ovviamente, il tutto dopo preventivo auto da fè. Bizzarro proprio, perche io avrei seguito il percorso contrario. Il più alto in grado è bene che rifletta, e tutti gli altri a seguire, in quest'ordine. Peraltro, questa sorta di seduta di autososcienza serve giusto se poi si vuole andare da qualche parte, se si ha un progetto: mi rendo conto dell'errore, rimedio, vado avanti o ricomincio dall'inizio, etc. Quella di Soru è stata una stagione positiva, da cui si può pensare di ricominciare a costruire qualcosa, anche se al momento vedo solo macerie. Il più alto in grado batta un colpo....

L'errore più grande di Soru

Posted by Paolo Deliperi at 2010-02-25 12:19
Finora questa mi pare l'analisi più lucida che abbia letto sulla sconfitta elettorale. Malgrado sia un convinto sostenitore di Soru devo riconoscere che ha fatto tanti errori e tra questi il primo, e forse il più dannoso, è stato lo scioglimento di P.S. Questa per conto mio è stata una decisione dettata in parte dalla sua enorme ignoranza su come si fa politica e in parte dalla superbia che purtroppo fa parte del suo carattere e che non è stata in alcun modo stemperata da molti personaggi a lui vicini, mi fa male riconoscerlo, ma anche lui ama circondarsi di yes-men (Francesco Pigliaru di sicuro non era fra questi e infatti....). Progetto Sardegna era un movimento vivo e dinamico anche se qualcuno a Cagliari tentava di estromettere le realtà periferiche e mi riferisco a Sassari poichè è quella che conosco meglio. Non ho mai capito la decisione di Soru di scioglierlo, anzi è una cosa che non potrò mai perdonargli quella di aver "imposto" ai suoi sostenitori di entrare a far parte del P.D.. Assurdo pensare che una persona tanto intelligente non abbia saputo vedere al di là del proprio naso e non si sia reso conto che stava facendo un ottimo servizio ai pescicani che gli sguazzavano intorno e che infatti, una volta solo, lo hanno potuto divorare senza alcun problema. Mi irrita non poco il fatto che non abbia considerato minimamente che la stragrande maggioranza degli iscritti a P.S. proveniva da vari movimenti composti da persone per bene che erano andate via dai partiti sbattendo la porta e che, inevitabilmente, avrebbero di nuovo avuto a che fare con i vari capibastone che avevano combattuto all'interno dei vecchi partiti di appartenenza. Ritengo sia stata un'operazione squallida perchè, malgrado fosse il fondatore, non aveva alcun diritto di trattare in questo modo coloro che lo avevano sostenuto ( e molti con enormi sacrifici). Naturalmente anche qui è mancato totalmente il dialogo con la base, da Cagliari è arrivata la notizia che P.S. confluiva nel P.D. punto! Comunque, al di là di questo, continuo a considerare Soru una persona di grande valore che, pur con tanti errori, ha portato in Sardegna un vento nuovo che difficilmente il sig. Cappellacci & C. riusciranno a eliminare.

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