Cosa fanno le donne israeliane
Aide Esu risponde all'articolo di Alessandro Politi spiegando cosa fanno di concreto le donne israeliane e quanto sia difficile muoversi in un contesto sociale nazionale improntato alla difesa militare. Ma in condizioni così, non sempre il Genere garantisce la pace. E' un strada lunga e difficile
Nella società israeliana, contrariamente a quanto rappresentato dalla stampa italiana, le donne rappresentano dalla costituzione dell’Associazione delle Donne in nero una presenza attiva e critica impegnata a promuovere il processo di pace ed a chiedere la fine dell’occupazione in Cisgiordania ed a Gaza. Dal 1988, anno di costituzione dell’associazione Donne in nero, nata dai gruppi di protesta contro la I guerra in Libano, la mobilitazione pacifista delle donne si è diffusa oltre il Medioriente diventando un movimento mondiale. Da allora le donne, rigorosamente vestite di nero, protestano e vigilano ogni settimana nelle strade di Tel Aviv, di Gerusalemme, di Haifa, per ricordare a tutti gli israeliani che la pace può nascere solo con la fine dell’occupazione di Gaza e della Cisgiorndania. E’ un impegno settimanale perché non si smetta di parlare di processo di pace. Sono donne tenaci, esposte a pubbliche ingiurie ed insulti da parte dei loro concittadini che le reputano traditici. Anche nei giorni del delirio di guerra i mezzi di stampa europei ed israeliani hanno occultato il movimento di critica all’intervento militare a Gaza. Come nei primi giorni della protesta contro la seconda guerra Libano il numero dei partecipanti inizialmente contenuto è cresciuto progressivamente con la durata dell’intervento militare.
La democrazia si migliora aumentando il numero delle donne
in Parlamento. E’ vero, ma questo non costituisce una regola. La democrazia
israeliana ha in generale un problema di sottorappresentazione sia di genere che
delle minoranze, ebrei orientali, falascià –gli ebrei di origine etiope - e
palestinesi di Israele. Ha una cultura politica fortemente machista,nel senso che ama avere ai vertici figure di maschi forti.
Israele è una democrazia sui generis, la sola democrazia che si fonda su
governi diretti da militari di alto rango. Vale il principio un buon comandante è un buon capo di governo.
Ma non sempre questo accade. Di fatto, come hanno sottolineato in questi giorni
alcuni commentatori del quotidiano Haaretz, Barak, pur essendo stato un buon
generale sta dimostrando per la seconda volta forti criticità sotto profilo
decisionale e strategico.
Perché è irrilevante per le donne perseguire l’esclusione
dei generali dalla vita politica? Israele è una nazione che ha fondato la sua
esistenza e l’organizzazione del suo stato intorno all’imperativo“la sicurezza innanzitutto”. E’ il
principio attorno al quale ruota la vita di ogni israeliano. In nessun’altra democrazia è possibile
assistere alla naturale circolazione di armi esibite nelle routine quotidiane
da civili e da giovani uomini e giovani donne in divisa. La vita militare è
perfettamente naturalizzata. Poggiare il fucile di fianco al sedile in autobus,
o di fianco alla propria sedia per ascoltare una lezione all’università, o
entrare al supermercato con il fucile in spalla per comprare il latte sono tutti
gesti compiuti con la più grande normalità.
La socializzazione alla vita militare avviene appena maggiorenni, 3 anni
per i maschi e 2 per le donne. Dopo
questa esperienza il tuo fucile sarà custodito a casa tua e tu entri tra le
file dei riservisti, potrai essere chiamato in ogni momento. La tua vita sarà
indissolubilmente legata alle future guerre. Tutta la popolazione, ad eccezione
degli ultraortodossi, è stata
socializzata alla vita militare, per molti rappresenta l’esperienza più
importante della propria vita. Per questo avere un primo ministro militare non
solo è un fatto indiscutibile per uomini e per donne, ma è un fatto assolutamente auspicabile. Olmert è stato il
primo non militare a ricoprire la carica
di capo del governo. Le critiche ricevute per gli errori tattici compiuti nella
II guerra in Libano rimandano tutte alla sua totale astinenza dalle prassi
militari e dunque alla sua incapacità a prendere le giuste decisioni.
Le élite politiche femminili di Israele si sono formate anch’esse in un ambiente fortemente militarizzato. Golda Meir, cresciuta nel movimento sionista e nei gruppi clandestini dell’Haganah, ha sempre fermamente affermato un modello negazionista dei Palestinesi. Tutto può dirsi della sua levatura politica ma non che sia stata una donna di pace. Altrettanto possiamo dire oggi di Zipporah Livni. Per giorni le sue argomentazioni e quelle del suo porta parola Marc Regev sono state ripetute come un mantra alla CNN, alla BBC, ad AlJazeera, le vittime civili sono una casualità, sono state preavvisate attraverso messaggi radio e tv degli imminenti bombardamenti, ergo avrebbero potuto mettersi al riparo. Peccato che su tutto il territorio di Gaza la corrente elettrica sia stata continuamente interrotta e che, considerata la densità abitativa, non ci fossero luoghi sicuri in cui cercare rifugio. La guerra di Gaza è stata anche una guerra di comunicazione, ha accompagnato i bombardamenti con il preciso scopo di far passare il messaggio del volto etico dell’esercito israeliano. Zippi Livni non è una donna di pace. Nessun essere umano può giustificare le atrocità di Gaza, lo hanno visto anche i telespettatori israeliani nella diretta di Channel 10.
L’azione politica delle donne non è visibile. Dall’interno
di Israele e della Palestina ci sono molti gruppi che tutti i giorni, con
dedizione, dolore, sacrificio e pericolo cercano di ridare dignità alle vite
abusate e umiliate di milioni di palestinesi, cercano di dialogare insieme, chi
fino a qualche giorno prima è stato vittima ed aguzzino. E’ quello che fanno
gli ex prigionieri palestinesi ed i militari israeliani di Combatants for peace,
www.combatantsforpeace.org. O
ancora le donne di Machsom Watch che ogni mattina all’alba si recano ai
checkpoints per osservare la violazione dei diritti umani da parte dei militari
israeliani, www.machsomwatch.org.
Raccolgono una documentazione importante, immagini che testimoniano ogni giorno
cosa significa la violazione dei diritti umani, sono documenti eloquenti che
affermano più di qualunque altra descrizione il significato di apartheid. Le donne di Machsom Watch sono cittadine israeliane che hanno il
coraggio di praticare azioni di desistenza, di agire attraverso pratiche non
violente –osservare e documentare – contro l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania.
Sono molto coraggiose perché agiscono e
reagiscono al diniego e all’ostracismo della società israeliana. E lo fanno
anche quando molti benpensanti europei speculano su ciò che loro dovrebbero
essere. Compiono piccoli gesti significativi, anche quando al di là dal mare
sembra che quel mondo sia immobile.. “Dear friends, here are the reasons for some of us having belly
aches...not many of us..not enough of us... http://www.youtube.com/watch?v=EcGm-gxmxHw
Vale la pena di guardare questo piccolo
video prodotto da una delle donne di Machasom Watch, montato con i materiali
fotografici della loro azione non violenta ai checkpoint. Ci dice molto di più
di quanto noi crediamo debbano essere le donne israeliane.
In fondo è una vecchia storia, le donne sanno più di quanto gli uomini pensano di sapere…