Criminalità in Sardegna: la dimensione territoriale e le vittime
Tutto cambia, anche la criminalità. In questo articolo vengono presentati i risultati di una ricerca che ha analizzato il fenomeno della violenza in Sardegna, cercando di coglierne l’evoluzione, soprattutto focalizzando l’attenzione sulle vittime, piuttosto che sugli autori, e sulla sua diffusione territoriale per aree specifiche. Secondo questa impostazione le categorie dell’arcaico non sono più utili per spiegare l’evoluzione della criminalità in Sardegna ed è arrivato il momento di superare l’idea che tende a confinare la criminalità sarda all’interno di un mondo tradizionale isolato, quello pastorale e arcaico del centro Sardegna, non intaccato e resistente alla modernità.
Sardegna, vecchie e nuove specificità
Marzio Barbagli e Marco Santoro, in Le basi morali dello sviluppo. Capitale sociale, criminalità e sicurezza in Sardegna, attraverso un’analisi puntuale arrivano alle conclusioni che nell’isola forme di criminalità specifiche come gli omicidi tendono a decrescere, rendendo sempre più labili le differenze tra la Sardegna e le altre regioni italiane, se non per quanto riguarda la natura e i tipi dei delitti (uso delle armi da fuoco, risse). Viene meno, in particolare, la specificità della criminalità predatoria rurale, che ha caratterizzato la Sardegna per oltre un secolo. La nuova criminalità predatoria è, infatti, di tipo urbano e riguarda soprattutto l’area di Cagliari. “Tra la Sardegna e le altre regioni italiane non ci sono più le differenze di un tempo per la frequenza né per il tipo di omicidi. L’isola ha inoltre da molti anni tassi di criminalità predatoria più bassi non solo delle regioni meridionali, ma anche di quelle settentrionali”.
Tuttavia per Barbagli e Santoro emergono nuove specificità: “venute meno, nell’ultimo decennio, le differenze riguardo il sequestro di persona, la Sardegna ha presentato negli anni Ottanta e Novanta dei tratti almeno in parte specifici solo per due categorie di reati: gli incendi dolosi e gli attentati dinamitardi e incendiari”.
I principali elementi di mutamento osservabili sono dunque:
- il declino degli omicidi e del sequestro di persona;
- il proliferare di una violenza diffusa tramite attentati dinamitardi e incendiari contro amministratori comunali, commercianti e imprenditori: gli scarti più forti tra la Sardegna e l’Italia sono individuati soprattutto in questa categoria di reati e in alcune fattispecie specifiche.
Questo articolo per inSardegna.eu presenta alcuni risultati pubblicati nel numero 5/2007 di Cooperazione Mediterranea. La ricerca di cui diamo conto ha assunto, quale sua domanda cognitiva, il fenomeno della violenza diffusa che caratterizza la Sardegna, cercando di coglierne l’evoluzione, soprattutto focalizzando l’attenzione sulle vittime, piuttosto che sugli autori e sulla sua diffusione territoriale per aree specifiche. La lettura e l’analisi non sono avvenute per serie storiche o per singolo anno, ma per insiemi quinquennali, con lo scopo di stabilire una comparazione tra periodi con caratteri diversi: la criminalità degli anni sessanta (1966-1970), ancora legata nella rappresentazione ad un’immagine tradizionale e di tipo rurale, quella degli anni novanta (1989-1993) e quella più attuale (1999-2003).
Reati e controllo delle risorse
L’analisi dei reati finalizzati al controllo delle risorse, una categoria più ampia rispetto agli attentati, si basa su valutazioni attente delle informazioni riferite al tipo di reato e allo scopo per il quale il reato, espressivo o strumentale, è stato compiuto. L’analisi per quinquennio mostra che:
- nel periodo 1966-1970 prevalgono i reati compiuti contro i pastori-agricoltori e loro strutture (42,2%), seguita dall’aggregazione di imprenditori-commercianti e loro strutture e cooperative-professionisti (35,0%).
- nel quinquennio 89-93 emergono i reati contro gli imprenditori-commercianti e loro strutture e cooperative-professionisti (41,3%). Segue la categoria degli amministratori, aggregati con pubblico impiego e strutture pubbliche (17,5%). In questo periodo i reati compiuti contro i pastori-agricoltori e loro strutture mostrano un netto calo rispetto al periodo precedente, con una percentuale del 16,4%.
- Nel quinquennio 1999-2003 prevalgono, anche se in misura minore rispetto al periodo immediatamente precedente, i reati compiuti contro imprenditori-commercianti e loro strutture e cooperative-professionisti (34,7%); sale l’incidenza degli amministratori, pubblico impiego e strutture pubbliche (21,1%) (tabella 3).
Emerge la costante crescita di reati finalizzati al controllo delle risorse, che hanno per vittime imprenditori, commercianti e loro strutture, che passano da 161 casi nel primo periodo a 461 e 391 nei due successivi. Nel tempo si assiste quindi ad uno spostamento dalle campagne e dalla pastoralità a settori economici di rilevanza superiore, più moderni, alle imprese soprattutto legate alle costruzioni, al movimento terra, agli appalti pubblici, al turismo e alla macellazione delle carni. Ma il dato più rilevante è la crescita del numero di reati finalizzati al controllo delle risorse compiuti contro la categoria degli amministratori, strutture pubbliche e pubblico impiego. Sono 21 gli episodi che si registrano nel periodo 66-70, sono 195 e 238 gli episodi che si verificano rispettivamente nel 89-93 e 1999-2003.
Questo andamento segnala l’esistenza di forme di violenza diffusa, che va accentuandosi a partire dagli anni ’90, per aggravarsi ulteriormente negli anni a cavallo del 2000, coinvolgendo sempre più municipi e in genere amministratori con competenze specifiche nel governo del territorio. Si rafforza nel tempo l’incidenza relativa delle forme di violenza finalizzate al controllo del territorio. Ancora, nel 2006, a chiusura dell’anno giudiziario il presidente della Corte d’Appello di Cagliari Vincenzo Olivieri osserva come il fenomeno che più affligge il territorio isolano è quello degli attentati ai pubblici amministratori.
Reati e territorio
La sovrapposizione delle mappe territoriali di attentati e violenza diffusa contro amministratori e imprenditori consente di delineare un tratto, già individuato in una nostra prima lettura del 2001, come caratterizzanti la criminalità in Sardegna: il fatto che la Barbagia non sia più l’unico luogo storico in cui la violenza rimanga confinata. Se da una parte permane la rilevanza delle cosiddette zone interne, si sta incrinando la specificità del fenomeno criminale isolano, non più arroccato attorno al massiccio centrale, bensì tendente ad espandersi verso est (in provincia di Nuoro e Ogliastra) e soprattutto verso nord-est (Gallura), lungo la costa, nelle zone maggiormente interessate alla presenza di risorse strategiche, laddove si addensano i grandi interessi turistici. Oltre a queste zone contigue è possibile individuarne altre più disperse, con un particolare addensamento del fenomeno attorno al polo urbano di Cagliari e in parte nelle aree limitrofe a Sassari e ai comuni di Carbonia e Iglesias. In questo modo sembra trovare conferma la connessione tra aree interessate ad opere pubbliche, ad investimenti nel settore turistico ed urbanistico e forme di violenza diffusa.
Si tratta delle stesse zone, quelle del centro-est e del nord-est, che il Rapporto Crenos sull’Economia della Sardegna 2006 mostra come caratterizzate da maggiore vivacità economica come mostrano i maggiori tassi di entrata delle imprese: “I comuni più vivaci, in termini di imprese nate, sono quelli della costa est della Sardegna, in particolare si rivelano alti tassi di entrata nelle province di Olbia-Tempio, Nuoro e Ogliastra, ma anche per i comuni del capoluogo” (figura 2).
Figura 1 - Vittime di reati finalizzati al controllo del territorio
nel quinquennio 1999 - 2003
Questo andamento coincide, quindi, abbastanza fedelmente con la mappa della distribuzione per comune degli attentati ai pubblici amministratori e, più in generale, con la distribuzione delle forme di violenza finalizzate al controllo del territorio. I dati relativi alla demografia di impresa e quindi il ruolo svolto dalle nuove imprese testimoniano, secondo il Crenos, sia l’incremento occupazionale, ma soprattutto il naturale orientamento verso la concorrenza tra imprese.
Il tema diventa a questo punto la peculiarità del contesto sociale all’interno del quale si colloca la diffusione della criminalità e le basi della sua trasformazione. Da questo punto di vista è interessante la tesi di Barbagli, secondo cui la criminalità in Sardegna è andata diminuendo nel corso degli ultimi decenni nelle sue forme più tipiche, quelle tradizionali connesse all’immagine stessa di una Sardegna barbara e violenta (omicidi e sequestri di persona), lasciando spazio a comportamenti criminali più legati allo sviluppo di una società modernizzata.
Ci sembra che esistono elementi sufficienti per confermare le ipotesi interpretative sulle nuove forme di violenza in Sardegna, riassumibili nel fatto che le trasformazioni in atto si accompagnano ad un incremento di attività connesse al controllo, tramite la violenza, di una parte importante delle risorse connesse agli investimenti di impresa e agli investimenti pubblici a livello territoriale. E’ possibile rintracciare alcuni elementi all’interno dei sistemi locali che ci aiutano a capire l’andamento del fenomeno.
Figura 2 – Tasso netto d’entrata (media 2000-2003)
In primo luogo è possibile osservare che oggi in Sardegna, così come in altre regioni soprattutto meridionali, le risorse pubbliche sono centrali nell’economia e di conseguenza l’amministrazione pubblica, compresa quella locale, è diventata centrale nell’allocazione di queste risorse, attraverso una serie di competenze che riguardano il governo del territorio: i piani regolatori, la gestione del collocamento nei cantieri, l’assistenza socio-sanitaria, i trasporti, le attività culturali.
La gestione dei servizi da parte delle amministrazioni comunali fa sì che esse funzionino sostanzialmente da agenzie di collocamento. La significativa rilevanza delle risorse di natura pubblica da distribuire, di conseguenza, porta alla costruzione di gruppi di interesse e posizioni professionali finalizzate al controllo di queste risorse e a rafforzare gruppi di pressione che si formano su interessi collusivi. A partire dagli anni ’80, si è andato formando un ceto imprenditoriale, fatto di appaltatori, uffici di progettazione, specializzati nei meccanismi di accesso alle risorse pubbliche, che si affiancano a coloro che hanno interessi specifici in qualche modo riconoscibili (aree turistiche, piani urbanistici).
Si tratta di professionisti della progettazione chiavi in mano. Ciò che interessa è che questi gruppi si costituiscono come soggetti attivi nella gestione del potere locale. Non arrivano in seconda battuta ma in prima, perchè eleggono i propri rappresentanti nei consigli, non solo delle amministrazioni, ma anche negli enti e nei partiti.
Nuovi intrecci
In Sardegna le combinazioni degli interessi pubblici possono essere diverse da quelle delle regioni meridionali, perché diverse sono le risorse in gioco. Non è detto che diano luogo a forme mafiose, ma è importante capire a cosa danno luogo. Il problema non è comprendere se la gestione delle risorse curata per gruppi di interesse e il clientelismo esistano o meno, quanto cogliere quale logica combinatoria si crea con altri comportamenti e logiche distributive e con le logiche degli investimenti. L’intreccio tra clientelismo, gestione delle risorse e uso della violenza non è sempre lo stesso.
Se le risorse principali a livello territoriale sono, quindi, quelle derivanti dalla centralità dell’amministrazione locale nel sistema degli appalti e dei lavori pubblici e dei massicci investimenti privati nel settore dell’edilizia e del turismo, l'uso della violenza contro gli amministratori e gli imprenditori diventa un elemento condizionante le pratiche di governo del territorio, anche se poco o nulla si sa sulle forme di organizzazione.
L’assunzione di questa impostazione all’interno della ricerca ha consentito di mettere in discussione l’interpretazione ormai stereotipa che collega i fatti criminali al centro dell’isola e ancor più precisamente al pastoralismo con codici culturali. In generale, infatti, tutte le province della Sardegna presentano una tendenza alla crescita del totale dei delitti denunciati, negli anni compresi tra il 1975 e il 2001. Emerge sostanzialmente che non esiste più quella contrapposizione tra zone interne e resto dell’isola, ovvero tra tradizione e modernità. Le categorie dell’arcaico non sono più utili per spiegare l’evoluzione dei caratteri della criminalità in Sardegna. È possibile osservare cioè fenomeni significativi in tutte le province e saltano le nette differenziazioni territoriali. È necessario, in altre parole, superare l’idea stereotipa che tende a confinare la criminalità sarda all’interno di un mondo tradizionale isolato, quello pastorale e arcaico del centro Sardegna, non intaccato e resistente alla modernità.
Fonte delle figure: Crenos, Economia della Sardegna, 13° Rapporto 2006, CUEC, Cagliari, 2006.